Rinvoluzioni musicali – Un mese da Sanremo

È quasi passato un mese da Sanremo, e per quanto uno cerchi di tenersi lontano dal circo mediatico che certe kermesse musicali riescono a tirare su, si rimane per essere inevitabilmente investiti dai commenti, i gossip, le celebrazioni e le morali dei soloni benpensanti, che strumentalizzano queste occasioni per dare il meglio di loro dai pulpiti dei moderni luoghi di culto, i blog e i social.

Personalmente sono giorni che per riprendermi da tutto questo ed evitare una sacrosanta depressione musicale mi sparo musica italiana anni 70 e musica straniera anni 90.

Una per ricordarmi che i testi di una canzone non devono per forza essere il prodotto marcio di una comunicazione stantia e svuotata dei suoi significati, l’altra perché se un tempo si studiavano gli accordi e armonia c’era un motivo.

Così alterno Automatic for the people a Non al denaro non all’amore né al cielo, Banana Republic a Dookie, e penso a quei poveri musicisti dell’orchestra presente a Sanremo che hanno passato la vita a studiare e perfezionare il loro suonare per poi ritrovarsi ad accompagnare gente che stona anche con l’autotune.

In un’epoca che le parole hanno perso le loro accezioni originali e i concetti vengono umiliati, dove non si è capaci neppure di fare una rima baciata e per ottenere tale risultato si cambiano gli accenti alle parole, siamo stati bombardati da sgradevoli paragoni, e impropriamente si è abusato e denigrato il significato dei termini rivoluzione, innovativo, provocatorio.

L’unico festival andato in onda è stato quello del già visto e dello scontato.

Julio Iglesias cantava “musica leggerissima” decine di anni fa, Sandie Show calcò il palcoscenico dell’Ariston a piedi nudi nel lontano 1970, anni in cui la blasfemia già iniziava ad annoiare, Renato Zero si esibiva in pirotecnici costumi senza che questi fossero firmati da Gucci, i tormentoni facevano cantare veramente tutti, e il Rock segnava per sempre la storia della musica e non solo.

La cosa che veramente mi rende triste è che storicamente le rivoluzioni tendono a fallire e con la loro disfatta vengono dimenticate e non essendo questa una rivoluzione purtroppo non passerà e si radicherà sempre di più nel tessuto sociale, lasciandoci canticchiare sguaiatamente sesso e ibuprofeneeeee  e dimenticare che strumento straordinario sia la batteria.

Ma in fondo siamo ormai i figli del giro di do, dei talent e degli influencer a cui non serve fare l’esame di giornalismo per scrivere articoli.

– Andrea Stella –

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