Recensioni in sette punti: Skins

Per un adolescente, la vita è una battaglia continua tra responsabilità e divertimento, alcol e sobrietà, amore e famiglie allo sbaraglio; lo sanno molto bene anche i ragazzi di Bristol, che tra perdite, malattie e violenze cercano di ritagliarsi uno spazio per essere felici. Si tratta un nuovo argomento  per la rubrica delle recensioni in sette punti: Skins, serie britannica a cui si è ispirato un fallimentare remake statunitense, si interessa ai giovani e alle loro problematiche, dalle più futili alle più gravi, mostrando come niente – neppure la presenza della morte – può fermare l’impeto di un sedicenne.

Sid_and_Cassie1) Cari figli, c’è una cosa di cui dovremmo parlarvi

La censura non fa per Skins, che a modo suo porta sullo schermo tematiche delicate che dovrebbero essere affrontate con un bel discorso durante l’adolescenza: gravidanze indesiderate, coming out, razzismo, malattie terminali, depressione e alcolismo sono solo alcuni degli importanti argomenti che vengono mostrati nel corso di sei stagioni – e tre film conclusivi.

La famiglia di Chris è andata in frantumi dopo la morte di suo fratello; Sketch si improvvisa stalker, inventando una relazione da favola pur di vagare con la mente lontano dalla madre, affetta da sclerosi multipla, di cui si prende cura da sola; Matty viene cacciato di casa dal padre, JJ è affetto dalla sindrome di Asperger e Naomi non riesce ad ammettere a se stessa di amare un’altra donna. Se non fosse per gli amici, la loro vita sarebbe insopportabile.

2) Tre per due

Volendo incentrare la serie su un gruppo eterogeneo di adolescenti, i creatori Bryan Elsley e Jamie Brittain hanno deciso di evitare confusione dividendo i personaggi in tre “generazioni”; ciascuna di loro avrebbe avuto due stagioni in cui svilupparsi – la prima “felice” a grandi linee, la seconda più dolorosa. Ogni episodio, inoltre, si sarebbe incentrato su un singolo personaggio, mostrando gli altri in relazione alla sua quotidianità.

Pur essendo tutti coprotagonisti, si possono distinguere alcuni personaggi principali in base alle storyline principalmente seguite. Nella prima stagione prevale il triangolo formato da Tony, Michelle e Sid, ma un grosso ruolo è giocato anche da Cassie, una dolce e romantica ragazza che soffre di anoressia nervosa, e dall’irrefrenabile Chris; nella seconda viene presentato un altro triangolo, quello formato da Effy, sorella di Tony, l’unico personaggio a rimanere sullo schermo per quattro stagioni, e dai migliori amici Freddie e Cook, ma anche la relazione fra Emily e Naomi. La terza generazione si concentra infine sui personaggi di Frankie, Mimi, Rich e Grace, mentre la settima stagione, costituita da tre film, mostra il futuro di Cassie, Effy, Naomi e Cook.

CHANNEL 4 PICTURE PUBLICITY 124 Horseferry Road London SW1P 2TX 020 7306 8685 Skins Yr 5 Ep 2 L-R:  Grace (Jessica Sula) and Rich (Alexander Arnold) Tx:TX Date This picture may be used solely for Channel 4 programme publicity purposes in connection with the current broadcast of the programme(s) featured in the national and local press and listings. Not to be reproduced or redistributed for any use or in any medium not set out above (including the internet or other electronic form) without the prior written consent of Channel 4 Picture Publicity 020 7306 8685

3) Caratterizzazione o stereotipi?

Se nel caso della prima generazione si può parlare di caratterizzazione, personaggi e vicende stereotipati appaiono fin dalla seconda: il triangolo del primo gruppo di ragazzi aveva al vertice Tony e il suo tentativo di manipolare le persone a lui più care, lasciando l’imbranato Sid in una condizione di inferiorità, mentre Freddie e Cook combattono sullo stesso livello e rischiano di scadere in una commedia sentimentale.

La terza generazione si presenta invece come una teen comedy americana: tra gli altri, spiccano la reginetta della scuola, il giocatore di rugby, il metallaro, la ballerina di danza classica e l’immancabile ragazza presa di mira. Si riprende con la sesta stagione, che ricorda allo spettatore che Skins non è e non sarà mai una teen comedy; i personaggi si sviluppano e ciò accade anche nelle altre generazioni, mostrando che gli stereotipi – soprattutto se accompagnati da ottime sceneggiature – possono perfino essere un buon punto di partenza.

4) Grey is the new black

Skins punta prima di tutto sul realismo, per questo non può rappresentare il mondo in bianco e nero; questo concetto vale sia per i personaggi che per il tono della serie, in cui dramma e comicità si susseguono nel giusto ritmo, dando il tempo di piangere le disgrazie e consentire alla vita di ripartire. Si tratta di dramedy – o comedy-drama – come nel caso di Desperate Housewives, Orange is the new black, Scrubs o i più simili per tematiche Shameless e Misfits.

La felicità è a portato di mano e le tenebre sono sempre in agguato; il periodo migliore per rappresentare questo concetto è l’adolescenza, punto di passaggio e formazione.

5) Una fotografia da BAFTA

Non è un caso che Nick Dance, direttore della fotografia, abbia ricevuto una nomination ai BAFTA e agli RTS Awards: le inquadrature, l’uso delle luci, la nitidezza delle immagini rende Skins paragonabile a Sherlock. Indimenticabile il tentato suicidio di Cassie, che su una panchina volteggia su se stessa dopo essersi drogata; il sole colpisce l’obiettivo, enfatizmaxresdefaultzando il vestito bianco e i capelli biondi e dandole così l’aspetto di un angelo.

Nella quarta stagione, la fotografia giocherà un ottimo ruolo per restituire il punto di vista di Freddie, che non riesce a comprendere il disturbo bipolare di Effy; l’inquadratura offre l’immagine di una ragazza che, in preda al caos mentale, ritaglia fotografie di guerra e morte dai giornali, fotografie che già ha in buona parte attaccato alla parete alle sue spalle. Non solo fotografia, ma un lavoro di squadra – regia, sceneggiatura, montaggio, scenografia – ha portato alla rappresentazione visiva del disturbo di Effy: calma e felice stesa su un solitario campo illuminato dal sole, in preda al panico fra quattro mura grigie e al massimo della confusione nel mezzo di una parata.

6) Rappresentare la realtà

Riprendendo il discorso sul realismo, è necessario dare un’informazione: Jaime Brittain e gli altri sceneggiatori avevano tra i diciotto e i venticinque anni quando hanno cominciato a lavorare su Skins; Brittain credeva probabilmente che il mondo degli adolescenti dovesse essere descritto da chi da quell’adolescenza era appena uscito. A differenza di gran parte delle teen comedy o dei teen drama, inoltre, i personaggi hanno la stessa età degli attori che li interpretano – con scarti di qualche mese o un paio di anni al massimo.

Notevole sono state anche le riprese all’estero, a New York, in Marocco e in Lituania, per prendere dal vivo i luoghi in cui è ambientata la serie.

285708_1250475373609_full7) Un cast che non sapeva ancora di essere grande

Al momento di intraprendere il percorso lavorativo in Skins, pochi dei giovani attori protagonisti aveva già un passato cinematografico alle spalle: Nicholas Hoult (Tony) era il bambino di About a Boy e ora recita nei prequel di X-Men nel ruolo di Bestia, mentre Dakota Blue Richard (Franky) era certamente la più nota del cast, famosa per i ruoli da protagonista ne La Bussola d’Oro e Moonacre.

La serie ha resi famosi alcuni degli attori che ha battezzato, prima fra tutte Kaya Scodelario (Effy), ora nella trilogia di Maze Runner e nel prossimo capitolo di Pirati dei Caraibi accanto a Johnny Depp. Kathryn Prescott (Emily) ha recitato in Reign prima dell’arrivo del suo collega Sean Teale (Nick), per poi diventare protagonista della produzione MTV Finding Carter; Luke Pasqualino è il D’Artagnan di The Muskeeters e l’amante di Lucrezia in The Borgias (dove ha recitato anche Matty, Sebastian De Souza). Sul set di Game of Thrones si incontrano invece Cassie (Hannah Murray nel ruolo di Gilly) e Chris (Joe Dempsie nel ruolo di Gendry), il quale apparirà anche in Doctor Who.

Tra gli adulti della serie è impossibile dimenticare il Dottore Peter Capaldi, qui irascibile padre di Sid.

Consigliato? Assolutamente sì.

– Sara Carucci –

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