Recensione di Maze Runner: La fuga

Quando si decide di trasporre cinematograficamente una saga – che si tratti di fantasy o di fantascienza – il primo film richiede una grande attenzione da parte del cast tecnico, che deve riuscire ad allettare il pubblico e la critica tanto da guadagnarsi l’opportunità di girare i capitoli restanti: negli ultimi anni è stato un successo per le saghe scorchtrials-1-gallery-imagedi J. K. Rowling, Suzanne Collins e Stephenie Meyer, decisamente meno per La bussola d’oro, Shadowhunters e Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo. A sorpresa, Wes Ball si ritrova invece a dover affrontare dopo due film il problema del fiasco; tenteremo di mostrarne i motivi attraverso la recensione di Maze Runner: La fuga.

Il film si apre con un sogno-flashback di Thomas, il protagonista della saga, e il suo risveglio di riallaccia perfettamente al termine di Maze Runner: Il labirinto; l’accorgimento per un piccolo dettaglio come il “soldatino” intagliato da Chuck fa sperare per il meglio, ma ben presto le aspettative del pubblico cominciano a essere deluse. Per la sceneggiatura, Nowlin sembra essersi ispirato alla fiera delle banalità, dai dialoghi presi da qualche soap opera – come quello fra Thomas e Teresa dopo la fuga dalla W.C.K.D. – all’inserimento della fin troppo nota battuta: “Dobbiamo smetterla di incontrarci così.”

set_maze_runner_scorch_trials_kaya_scodelarioI personaggi di questo secondo capitolo mancano di caratterizzazione: i sopravvissuti al Labirinto si distinguono fra loro quasi esclusivamente per l’aspetto fisico, è facile intuire chi diventerà un loro alleato e chi un loro nemico; nemmeno la bravura di Aidan Gillen può nulla contro la pessima scrittura del suo personaggio, un’ispirazione troppo palese al suo Petyr Baelish. La fuga si presenta come un film di genere che vuole soltanto essere riconosciuto e farsi valere all’interno del commerciale, e per questo ricorre a giovani attori ben noti al pubblico come Kaya Scodelario, Dylan O’Brien e Thomas Brodie-Sangster – senza contare il già citato Gillen e i meno giovani Giancarlo Esposito e Patricia Clarkson – rischiando unicamente di fare un buco nero nella loro carriera, con personaggi ben costruiti nella saga di James Dashner e ridotti a pupazzetti nell’adattamento cinematografico.

Un buon ruolo è stato invece giocato dalla fotografia e dalla post-produzione – chiudendo un occhio per i molto poco realistici Spaccati – che lo hanno reso comunque un film godibile per una serata al cinema senza troppe pretese. Regge anche il colpo di scena finale, un tradimento sentito più profondscorchtrials-7-gallery-imageo rispetto al libro, da motivazioni sentimentali a motivazioni etiche e filosofiche.

Maze Runner: La fuga si presenta come l’ennesima distopia in cui il ruolo dei buoni – coloro che sono maggiormente legati a un senso di giustizia – è affidato a ragazzi ancora per poco minorenni, come se il loro finale ingresso nella società adulta fosse destinato a portare un cambiamento fisico e morale nel mondo in cui vivono. Vengono messi da parte Hobbes e le leggi di natura che erano alla base del primo libro, e che già nell’adattamento cinematografico erano state accantonate, in favore della concezione contemporanea della teen dystopia; un combattimento contro il nemico invece di un colpo di scena al termine della trilogia, in cui W.C.K.D. potrebbe rivelarsi davvero buono – per i motivi ormai già noti agli spettatori, che forse secondo Wes Ball non sono in grado di attendere un paio di anni per ricevere delle risposte.

– Sara Carucci –

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