Recensione de Il Racconto dei Racconti

Come promesso nel mio precedente articolo, fresca dalla prima cinematografica, vi rendo partecipi delle mie sensazioni e idee nella recensione de Il Racconto dei Racconti.

dPrima di iniziare, volevo spendere due parole nel dire quanto importante sia questa sperimentazione italiana: finalmente ci si distacca dalle trame “comode” per i nostri registi e si toccano generi che per noi risultano ancora estranei. Una fresca novità, una voglia curiosa di andare al cinema, una necessità perché le opere nostrane possano tornare a risplendere. Molti hanno obiettato il fatto che, anche se la pellicola ha preso spunto da un libro napoletano, la lingua scelta sia stata l’inglese, ma, come affermato da Garrone stesso: “non è un tradimento, forse un aiuto all’internazionalizzazione del nostro mercato” e senz’altro ha ragione.

Ma passiamo all’analisi specifica: la trama è basata su tre favole de “Lo cunto de li cunti”, di Giambattista Basile, tutte e tre con al centro figure femminili, dai desideri traditi. La prima, “La Regina”, vede protagonista Salma Hayek nel ruolo della monarca disperata, perché impossibilitata ad avere un figlio. Tramite un sacrificio magico, che comporta la cottura di un cuore di drago da parte di una vergine, quest’ultima e la Regina partoriscono la sera stessa del rituale due maschi, dal medesimo aspetto, che avranno un’attrazione indivisibile l’uno per l’altro. La seconda, “La pulce”, è l’affresco di un sovrano egoista (Toby Jones), che promette la figlia a chiunque riuscirà ad indovinare la pelle dell’animale appesa dinnanzi al trono e rimane sbigottito quando un pretendente, un terribile orco, indovina che quella enorme e chiara coperta apparteneva ad una pulce, cresciuta in modi mai visti prima. La terza, infine, “Le due vecchie“, racconta la storia di adue sorelle anziane, che, in seguito ad un fraintendimento con il sovrano libertino (Vincent Cassel), affronteranno diverse peripezie, con la tematica costante dell’invidia per gli anni andati che sfocerà nel raggiungimento magico della bellezza per una e nel grottesco tentativo di ottenerla, senza riuscirci, dell’altra.

Nonostante le fiabe siano ambientate in tre regni diversi, all’inizio e alla fine del film, i personaggi vengono portati nello stesso ambiente, ma l’interazione è pressoché inesistente e ci si chiede se questa unione fosse davvero necessaria, soprattutto in conclusione, dove questo incontro non aggiunge nulla alla trama e anzi la conclude in modo sbrigativo e poco soddisfacente. E forse questo è il vero difetto della pellicola: raccontando le storie si sofferma molto sulla prima parte, con dettagli e immagini precise, per poi lasciare molte domande alla fine, con bquesta scena che appare come un’aggiunta indesiderata, dove i protagonisti che abbiamo imparato a conoscere in contesti differenti si incontrano, senza nemmeno un dialogo, quando forse avremmo preferito o un taglio netto, con finale aperto, o una conclusione più dettagliata anche delle loro sorti.

Mi sento di muovere esclusivamente questa critica al lavoro di Garrone, che, per il resto, dimostra tentennamenti forse nel montaggio, ma li compensa con la perfezione tecnica di altri contenuti: fotografia, costumi e scenografie sono i veri protagonisti, efficaci e incredibilmente d’effetto. La scelta delle locations è stata eccezionale, e ogni ripresa dei magnifici paesaggi italiani toglieva il fiato e credo che all’estero, dove non sono abituati a riconoscere tali luoghi, si innamoreranno delle immagini proiettate davanti ai loro occhi. Penso che basti dire che le musiche appartengono a Alexandre Desplat per rendere evidente la bellezza di queste, no?

Le interpretazioni sono magistrali: gli attori, anche se dipinti in ruoli differenti da quelli da loro spesso portati sullo schermo, riescono a sembrare credibili, anche in un contesto così magico e i desideri e le paure umane sono abilmente rese reali dal loro talento. Salma Hayek è divina, nel suo ruolo di Regina ferma nelle sue intenzioni, tanto dolce con il figlio, quanto rigorosa nell’imporgli le sue regole e non si può non amarla nella scena, che dà l’immagine alla copertina, di lei che rincorre il figlio in un labirinto, ora ridendo, ora crucciandosi. Il piccolo cameo di John C. Reilly ci fa rimpiangere di non poterlo vedere più a lungo. Anche Toby Jones sfodera tutte le sue doti recitative, portando alla luce ogni sfumatura di emozione, che lo illustrano come gioioso, curioso, furioso, disperato e tormentato durante lo svolgimento della trama e ne rivelano la capacità di cattore. Vincent Cassel mostra un lato di lui diverso dal solito: attenzione, che il suo bell’aspetto sia stato sempre usato per interpretare personaggi dalla facile seduzione è senz’altro vero, ma qui il suo approcciarsi al mondo femminile è più comico; un comico grottesco, certo, ma comunque non può non strappare un sorriso quando scopre di aver passato la notte con un’anziana cadente e ne risulta terrorizzato e nauseato, né quando appare sullo schermo per la prima volta, intento a “divertirsi” con due fanciulle durante il funerale del re! Questi i volti famosi, ma non va dimenticato il grande lavoro svolto dal resto del cast, ugualmente impeccabile. Un encomio anche a Massimo Ceccherini, presente poco sullo schermo, ma uno dei circensi, che sono il vero assemblaggio delle tre storie.

Un appunto: di certo gli animalisti si lamenteranno di diverse scene presenti nel film, ma credo che, seppure abbiano un po’ disturbato anche me, abbiano dato un tocco di realismo allo sfondo illustrato, crudele e di certo fedele ad un contesto medievale/fantasy.

Lo consiglio? Sì, e sono orgogliosa che il prodotto sia italiano. Non andate al cinema, però, aspettandovi un fantasy, come siamo abituati a vederlo dall’America: questo è un film d’autore, con le sue lentezze, i suoi virtuosismi, le sue immagini grandiose e i suoi silenzi interminabili. Non possono essere paragonati come generi e di certo restereste delusi, aspettandovi l’azione, che è comunque presente, ma nel modo elegante e artistico di un film perfetto per essere portato a Cannes. Non è un Signore degli Anelli, non è di certo un Maleficent, ma ha dei tratti de Il Trono di Spade, con i suoi nudi, la sua crudeltà e i suoi intrighi.

Spero di avervi incuriositi e che andiate a vederlo, con un po’ di patriottismo nel cuore e di fiducia che questo possa essere l’inizio di un cinema italiano differente, del quale andare fieri.

– Lidia Marino – 

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