Rapporto tra letteratura e narrativa delle serie tv

1Jonathan Franzen – scrittore statuniteste, vincitore nel 1998 del Whiting Writers’ Award, dell’American Academy’s Berlin Prize nel 2000, annoverato tra i venti scrittori del XXI secolo dal New Yorker ed uno dei Best Young American Novelists da Granta – ha affermato per il New York Times che le serie tv “stanno rimpiazzando il bisogno che veniva soddisfatto da un certo tipo di realismo del XIX secolo. Quando leggi Dickens ottieni gli stessi effetti narrativi che ti danno ora le grandi serie tv…”.

Questo passaggio dalla lettura del romanzo alla “lettura” della trama televisiva porta con sé numerosi vantaggi, come quello di trasmettere allo spettatore conoscenze, citazioni, culture che magari non avrebbe appreso in altro modo, lo “costringe”, con la scusa dell’avvincente serialità, a farsi entrare quelle nozioni in testa. Alcune serie sono infatti ricolme di letteratura, di grande cinema, di grande teatro, e al tempo stesso tempo trasudano strutture narrative, tecniche figurative, procedimenti rubati a 2modelli alti, a forme di racconto più antiche. Insomma, pensiamoci: in Doctor House abbiamo un genio scapolo, drogato, solitario e misantropo che utilizza un sistema molto personale e poco ortodosso per risolvere casi clinici estremamente complessi; al suo fianco c’è un amico meno intelligente, ma sincero, il cui cognome comincia per W. al quale espone le sue fulminanti intuizioni. Vi ricorda qualcosa? Insomma, il modello alla Sherlock Holmes è di un’evidenza disarmante.

Si tratta, insomma, di grandi narrazioni a puntate (come lo erano le opere di Dickens o Dumas) i cui personaggi ormai entrano nei discorsi delle persone molto più facilmente che i protagonisti dei romanzi contemporanei. Abbiamo il nostro Walter White di Breaking Bad, che con la sua “discesa agli inferi”, da personaggio che commuove, a protagonista cinico, indifferente e crudele, come la letteratura ce ne ha regalati tanti. Il punto è proprio che un tipo di narrazione non è inferiore all’altro, ma uno dipende dall’altro, per forza e grande impatto: c’è Conan Doyle dietro il Dr. House, Defoe e Stevenson dietro Lost, Mario Puzo dietro I Soprano e c’è dello Stendhal e dei personaggi maledetti di Dostoevskij dietro Breaking Bad. Lodiamo quindi questo nuovo mezzo di comunicazione, che porta nelle nostre televisioni un prodotto di enorme significato e di grande elaborazione narrativa.

– Lidia Marino – 

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