Racconti da Quarantena – Il vincitore di Racconti di Sogno

Faccio questa premessa prima di mettervi il racconto. In questo periodo, ho deciso di omaggiare il pubblico del racconto vincitore di ogni concorso che abbiamo portato a termine in questi anni. Primo tra tutti, il concorso Racconti di Sogno, che ha dato veramente prova di quanti grandi scrittori ci seguano. Potete trovare il libro di Racconti di Sogno cliccando sull’immagine qui a fianco. Quello che vi proponiamo qui oggi è il racconto vincitore di Martina Del Negro, che ha sfiorato il punteggio massimo di pochissimo ed ha conquistato i tre giudici con questo racconto veramente bello nella sua poesia, nelle sue immagini. Ora, come il migliore dei presentatori, mi eclisso, lasciando spazio al racconto di Martina. Buona lettura a tutti quanti.

– Giorgio Correnti –

Il sarto di sogni

di Martina Del Negro

 

Il 21 novembre del 1751 Clotilde, poco più che ventenne, salutò la sua casa, abbracciò i suoi famigliari e promise, dopo aver lasciato un bacio ad ognuno, di tornare a fargli visita ogni domenica. Si voltò a dare un ultimo sguardo al cortile tinto di giallo e, dopo aver chiuso il cancelletto, si incamminò a passo svelto verso la sartoria del famoso Lorenzo De Vieri. Sotto la guida del prestigioso Maestro, avrebbe cominciato il proprio apprendistato da aiutante sarta e riscattato, col suo lavoro, se stessa e i suoi umili genitori.

I preparativi per l’arrivo del prossimo Grande Carnevale, già agitavano Venezia. Il De Vieri, alla cui arte ogni nobile affidava la creazione dei propri abiti, avrebbe dovuto confezionare più di cento maschere. Considerata la mole di lavoro che lo attendeva, non poté fare a meno di mettersi alla ricerca di un’assistente che avrebbe alleggerito la sua fatica e imparato, al tempo stesso, i segreti di un mestiere antico, che non meritavano di morire col proprio custode. Dopo aver a lungo esaminato ogni giovane candidato accorso alla sua porta, Lorenzo trovò in Clotilde ciò che cercava: un diamante grezzo che brillava all’ombra della sua dura apparenza

La giovane, dal momento in cui le si era prefigurata quell’ invidiabile opportunità, non aveva fatto altro che immaginare l’istante in cui avrebbe toccato per la prima volta quelle preziose stoffe e quei soffici cotoni. «Sarà come toccare le nuvole.» aveva presagito a sua madre.

Tutti i vestiti del bucato che quotidianamente strofinava tra loro e poi stendeva ad asciugare per la propria famiglia, non valevano quanto un solo abito realizzato nella stimata bottega. Eppure l’amarezza della propria condizione non aveva consumato in lei il vigore di correre dietro ai suoi sogni, persino a piedi scalzi.

Il vento autunnale scuoteva la sua lunga gonna di feltro. Pareva farla volteggiare sui ciottoli bianchi che, incastonati come pietre preziose lungo il Ponte dei Sospiri, scortavano i suoi passi verso quello che i Veneziani chiamavano Canal Grande. Questo si estendeva lungo La Serenissima tagliandola in due, come se una Dea avesse voluto combinare insieme, ad ogni costo, la bellezza di uno stralcio di natura e la brillantezza del genio umano. Le case e i palazzi si specchiavano nelle acque del canale, fieri di proiettare la forza dei materiali che li rivestivano. Enormi pezzi di porfido, lastre massicce di serpentino, blocchi di marmo d’Istria si affacciavano dai muri come curiose anziane intente a sbirciare dalla finestra gli amori e le pazzie di una rimpianta gioventù.

Mentre si sistemava la cuffietta bianca che le avvolgeva i capelli e che il vento, dispettoso, le guastava ripetutamente, Clotilde ammirò la marea di pellegrini che, dalle barche nel canale, balzava festosa verso il Campo per incamminarsi poi alla volta della basilica.

La festa in onore della Madonna della Salute, ricordò.

Dalle pentole in terracotta, adagiate sulle bancarelle allestite per l’occasione, si alzava un vapore caldo che liberava nel cielo il profumo della castradina. Clotilde poteva distinguere perfettamente la fragranza dei succosi cosciotti di manzo, l’aroma del vino, l’odore acidulo delle cipolle e quello brusco della verza che, insieme, erano una zuppa degna dei più esigenti re.

L’aria frizzantina vivificava il cuore di tutti i fedeli ma ancor di più il suo, ove custodiva un ingombrante sogno: vedere abbigliata, un giorno, la statua della Madre Vergine, di una veste cucita da se stessa in persona.

Attraversando vicoli bianchissimi e stradine in pietre lustre, giunse alla porta della sartoria con la contentezza sulle labbra. L’edificio che ospitava la bottega, troneggiava al lato destro del canale e fungeva da laboratorio e da abitazione del grande Maestro; non era molto diversa da tutte le altre case-fondaco che riempivano la città.

Quando bussò e le venne ad aprire il De Vieri in persona, Clotilde sobbalzò. Lorenzo era molto più giovane di quanto ella ricordasse e la sua bellezza era imbarazzante. Faticò a nascondere il rossore che le esplose in volto, infuocandole le guance. Quell’uomo aveva lo sguardo rivolto a orizzonti lontani e le sue mani erano forti e pallide come le sculture di Donatello. In quei palmi levigati, tra quelle dita scolpite, doveva celarsi il segreto del suo mestiere, considerò la giovane.

Dopo che il Maestro l’ebbe accolta con la discrezione che da sempre gli apparteneva, Clotilde si guardò attorno e scrutò, rapita, ogni angolo di quel laboratorio.

Odore di cuoio, di pelli lavorate e di canfora, usata per dare gradevole profumo alle stoffe, si spandeva nell’aria. Rocchetti di cotone, fili spezzati, ritagli di stoffa e cascame vario giacevano al suolo come coriandoli di un perenne carnevale. Infinite quantità di sete sconosciute, di damascati lucidi, di filati tinti e fantasiosi, addobbavano la stanza. Passamanerie, bottoni, nastri di qualunque materiale, frange e ricchi merletti, occupavano ogni centimetro dei tavoli da lavoro. Aghi, puntaspilli, ditali, metri, manichini di legno e cartamodelli regnavano sulla scena. Era tutto quanto occorresse a Lorenzo per lavorare a ciò che egli stesso definiva l’arte di cucire i sogni. Egli, infatti, considerava se stesso, con buona ragione, un artista. Ugualmente ad un pittore che rendesse visibili su di una tela immagini impresse nel proprio cervello, il sarto faceva dei desideri e dei sogni, ospitati nel petto dei clienti, capolavori da indossare. Dalla sua sartoria venivano fuori abiti tanto autentici da sembrare dotati di vita propria, così originali da illudere, soprattutto le donne che, indossandoli, potessero sentirsi per una sera ciò che avevano sempre voluto.

La Dogaressa Grimani voleva somigliare ad un fiore. Il Maestro aveva dunque confezionato per lei un abito rosa cipria enorme, carico di veli e chiffon, applicati alla gonna in maniera tale da sembrare corolle vere. Per la Contessa Adorno aveva cucito poi un vestito da sposa bianco come la neve, morbido come una carezza che le aveva conferito la ricercata leggiadria di un cigno. In ultimo aveva lavorato duramente alle maniche ampie e svolazzanti dell’abito giallo commissionato dalla figlia del Vicario. La giovane donna aveva espresso di voler indossare qualcosa che evocasse il movimento di una farfalla.

Così, cucendo la stoffa centimetro dopo centimetro, lasciandola scorrere sotto i polpastrelli, Lorenzo De Vieri confezionava sogni. A Venezia correva voce che i suoi tessuti provenissero dai paesi dell’Asia e che, durante il viaggio, assorbissero tutti i venti dei luoghi attraversati; venti prodigiosi che conferivano loro una particolare e irriproducibile luminescenza.

Tutti conoscevano inoltre la sua storia.

Fu il primogenito di Filippo e Maria e a lui seguirono ben sette sorelle. Gli affari di Filippo erano da lungo tempo in calo e la rovina stava per abbattersi lentamente sul benessere dell’intera casa. Dar da mangiare a otto bocche diventò presto, per i coniugi, una faticosa impresa. Costretti a fare economia, risolverono di risparmiare cominciando dai vestiti. Non se ne commissionarono più al sarto privato né più si acquistarono le stoffe dal mercante venuto dal mare. Armata di ago, metro e gessetti, l’anziana nonna prese a cucire personalmente gli abitini e le sottane delle sette nipoti, utilizzando tessuti barattati con qualche gioiello che riposava ormai solitario nel portagioie. Quando la vista dell’anziana cominciò ad affievolirsi a causa dell’età, Lorenzo che già mostrava spiccate doti artistiche, prese ad affiancarla e, insieme a lei, cuciva abiti che avrebbero fatto invidia a qualsiasi cortigiana. Col passare del tempo quella passione, nata da necessità, diventò il lavoro della sua vita e la sua fama di sarto giunse alle stanze di ogni palazzo e alle orecchie di ogni casata esistente. Con l’ardore dei suoi 35 anni, Lorenzo riusciva a soddisfare tutti i suoi clienti in tempi record e nel giro di un paio di giorni, ognuno poteva indossare il suo sogno e starci dentro.  Il luccichio negli occhi delle signore era però il miglior compenso, sosteneva orgoglioso. Con la sua arte il sarto rendeva felici centinaia di donne, decine di giovinette benestanti ma mai nessuna che divenisse la propria. Era più bravo a far parlare gli abiti che a pronunciare parole. La sua timidezza lo rendeva restio ad ogni tipo di corteggiamento e le giovinette, persino le più civettuole, seppure interessate a lui, si chiudevano allora in un casto silenzio. Lorenzo però non se ne crucciava. Sapeva che la sua donna sarebbe arrivata, prima o poi, e sarebbe stata proprio quella che egli ogni notte sognava. Da tempo, infatti, un bizzarro ma estasiante sogno invadeva il suo riposo. Era così limpido da sembrare reale, così reale da sembrare possibile. E per questo gli pareva lecito credere che quella visione notturna non fosse molto lontana dal divenire realtà. Ogni notte, poco dopo essersi coricato, gli appariva, bella come un’alba, sempre la stessa donna con indosso lo stesso meraviglioso vestito. Lei aveva dei lunghi capelli neri che, scuri come la notte, diffondevano il profumo della lavanda e del gelsomino. Quei fili leggeri le sfioravano le guance, guance color tramonto. Sembrava che qualcuno vi avesse dipinto due petali di rosa. I suoi occhi grandi e profondi lo ipnotizzavano e lo ammaliavano. Erano neri eppure tanto lucenti, come se in un paio di pupille potessero esistere due soli. La donna si muoveva dinanzi a lui con la leggerezza di tre dita che sfiorano le corde di una cetra e il vestito che aveva indosso pareva tessuto coi capelli degli angeli. Era blu, blu come un’onda che trascina all’improvviso lasciando nient’altro che sabbia tra i denti, blu vellutato e perfetto come gli occhi di un Dio bambino; blu immenso e asfissiante quanto i silenzi di lei.

Un lungo strascico, capace di estendersi fino all’altra parte dell’orizzonte, seguiva i sinuosi movimenti della donna che danzava sospesa in aria, circondata dalla luce di mille e una candela. Le piccole fiammelle colpivano gli strass luminosi che ricoprivano le maniche a tre quarti e il pièce d’estomac dell’abito e, in quegli istanti eterei, la miriade di lustrini accendeva la stoffa e incantava; persino le stelle su Venezia si sarebbero spente per l’invidia. La luce blu azzurrina che si irradiava da quei puntini di luce, si rifletteva sul petto morbido e sulle braccia delicate di quella creatura, donando loro colori e sfumature di oceani non ancora solcati.

Pareva una sirena e aveva indosso il più lontano dei mari.

Tra tutti gli abiti che Lorenzo aveva ideato e cucito durante la sua prestigiosa carriera non ve ne era uno che pareggiasse la magnificenza di quello. Il sarto decise che avrebbe impiegato le sue innegabili capacità per ricrearlo, portando finalmente alla luce il capolavoro indiscusso della sua vita. Avrebbe confezionato l’abito e lo avrebbe tenuto in bottega fino a quando la donna dei sogni, unica degna di indossarlo, non sarebbe giunta nella concretezza dei suoi giorni. Già dalla seconda notte si era messo all’opera abbozzando uno schizzo, trasferendone misure e forme sul cartamodello. Il terzo giorno si era adoperato nel cercare le stoffe e i filati più pregiati che avesse in magazzino. Chinè, georgette e organza furono la sua scelta. Lavorò per dieci giorni fino a quando l’opera d’arte non fu compiuta. Rese grazie a Strass, il Re Jeweler che, diciassette anni prima, aveva inventato quei minuscoli dischi luccicanti di cui egli da buon sarto aveva fatto incetta. Li applicò uno ad uno, manipolandoli con l’accortezza di chi ha tra le mani gemme preziose e così, con la luce dipinse il vestito. Non appena lo pose sul manichino e adagiò al suolo lo strascico, guardando il blu che lo pervadeva, si sentì come se avesse trovato il modo di tenere intrappolato un pezzo di cielo sulla terra. Benedisse le notti che gli regalavano tale visione ma subito dopo maledisse le luci del mattino. Appena sveglio infatti, col cuore ancora in tempesta e il fiato ancora sospeso, non riusciva a ricordare con precisione i lineamenti del volto di quella donna di cui ormai si era perdutamente innamorato. Spesse volte affidava il ricordo alla fantasia ma nemmeno quella rendeva giustizia alla bellezza di lei. Per quanto si sforzasse di rappresentarsi lo stupendo viso, quello risultava sempre avvolto da una nebbia. Ciò che riusciva a rammentare dell’intera immagine onirica, erano soltanto dei particolari: guance di rosa, un paio di occhi lucenti, il profumo dei suoi capelli neri e due braccia da sirena. Lorenzo, dopo brevi momenti di sconforto, consolava se stesso dicendosi che nel momento in cui quella musa sarebbe realmente giunta alla sua porta, l’avrebbe riconosciuta. Loro due si appartenevano innegabilmente e quel filo invisibile che li teneva legati, si sarebbe teso fino a farsi intravedere. Le avrebbe offerto di indossare l’abito e a quel punto, arte e magia avrebbero accompagnato i loro cuori lungo il filo di un incanto.

La sua opera aveva qualcosa di veramente portentoso. Chiunque sarebbe rimasto per interminabili minuti a fissarla e la vista non gli si sarebbe stancata. Questo è ciò che fece Clotilde quando per la prima volta la vide. I suoi occhi si perdevano nella vastità del colore e pensò che le sarebbe bastato indossarlo una volta soltanto per sentirsi felice per tutta la vita.

Era blu come l’acqua del canale sotto la luna, blu potente e narcotizzante, capace di anestetizzare, ad ogni sguardo, una ferita in più. Quell’ abito inabissava l’animo tra banchi di corallo e conchiglie e Clotilde credette di non ingannarsi nel pensare che il Maestro, per confezionarlo, avesse parlato con Dio. Nei due anni in cui lavorò al fianco di Lorenzo, questi non le parlò mai del suo capolavoro, custodito come un cimelio e mai indossato da alcuna. Anzi, ogni qualvolta scorgesse Clotilde imbambolata ad ammirarlo, reagiva impetuosamente trattandola al pari di un’impertinente donna di servizio. Scivolava fuori dalla sua voce una rabbia tanto acuta che chiunque avrebbe stentato a credere appartenesse a lui. Proprio la sua opera meglio riuscita, piuttosto che essere motivo di vanto ed orgoglio, lo mandava fuori di sé e non se ne capivano le ragioni.

La giovane, intanto, aveva imparato tutto ciò che il Maestro poteva insegnarle. Aveva confezionato vesti, sottane e manteaux in completa autonomia e sentiva il proprio sogno crescerle tra le mani per diventare sempre più tangibile. Tuttavia ogni qualvolta che Lorenzo, infastidito dalla sua incapacità di tenersi lontana dall’abito, le riservava dure parole, Clotilde avvertiva come se tutta la bravura acquisita, sparisse d’un tratto. Il singolare insegnante la faceva sentire una buona a nulla e lei, a momenti, finiva per credere di esserlo. Profondamente ferita, liberava lacrime segrete per quell’uomo che, educandola ad un’antica arte, senza rendersene conto, le aveva fatto anche battere il cuore.

Una mattina la luce splendeva alta, pareva promettere grandi cose per la giornata e una sensazione positiva accompagnava i pensieri del sarto. Mentre era intento a ritagliare un pezzo di fiandra per farne un’elegante tovaglia, e Clotilde sistemava le stecche di ossi di balena per costruire la struttura dei panier, qualcuno bussò scuotendo tre volte il battiporta. Lorenzo si affrettò ad aprire e si diresse verso l’uscio, tenendo ancora in mano le forbici. Quelle cascarono a terra nell’attimo in cui un imprevisto spettacolo colpì, come un raggio di sole, il suo sguardo. Una donna dai lunghi capelli neri e dal viso che pareva un ritratto, chiedeva di entrare.

«Mi chiamo Viviane. Sono la ballerina di corte. Incantata di fare la vostra conoscenza!» e accennò un inchino. Il Maestro sentì i nervi vibrare e il cuore bussargli in gola. Le iridi dell’avventrice erano nere e brillanti e suoi capelli emanavano il profumo della lavanda e del gelsomino. Doveva essere lei, la sua musa. L’imbarazzo e l’incredulità spezzarono la sua voce. Gli ci vollero un po’ di secondi prima di riuscire ad emettere un fiato.

«In cosa posso servirvi?», le chiese affrettatamente. Fosse stato per l’istinto, si sarebbe gettato ai suoi piedi e le avrebbe rovesciato addosso un fiume di parole che da tempo si preparava a dire ma la timidezza, per una volta sua alleata, lo frenò. Pronunciare la domanda di rito gli sarebbe senz’altro riuscito meglio di dar verso ad una confusa e bizzarra dichiarazione d’amore.

Alla bella Viviane, esperta conoscitrice del mondo maschile, non sfuggì la buffa reazione di Lorenzo e prontamente, per evitare che si rendesse oltremodo goffo, proferì la sua risposta.

«Ho sentito molto parlare di voi, Maestro. Credo non vi sia in tutta Venezia un sarto tanto abile da confezionare l’abito che inaugurerà la mia carriera pubblica. Il mese prossimo debutterò a Teatro San Cassiano e desidero indossare qualcosa che non possa essere dimenticato. Dovrà brillare!»

Lorenzo, a quel punto, già sapeva cosa fare. Spiegò alla ballerina di aver confezionato da poco un abito speciale che certamente avrebbe fatto al caso suo. Sperava che Viviane, indossandolo, vi scorgesse la perfezione e che egli stesso svelasse finalmente il mistero che ossessionava le sue notti e, ormai, anche i suoi giorni.

La donna, visto il capolavoro, restò senza parole e uno sfavillante sorriso le si appiccicò tra una guancia e l’altra senza più separarsene. Lorenzo la lasciò da sola nel retrobottega per darle la possibilità di provarlo e, chiusa la porta, attendeva ansioso la verifica più importante dell’intera sua vita.

Non resistette più di tre secondi alla bruciante curiosità. Doveva vedere coi propri occhi il sogno che, in una piccola stanza, si faceva vita e, furbescamente, si mise a spiare dal foro della serratura. Viviane danzava dinanzi allo specchio come avesse dinanzi a sé un pubblico immaginario e la sua leggiadria ricordava tre dita che sfiorano le corde di una cetra. L’abito le scendeva sulla pelle come fosse una brezza fresca. Lorenzo sentiva la carne andare in fiamme, le vene torcersi dal desiderio, i muscoli aggrovigliarsi tra loro per la smania. Poi inaspettatamente, come un pugno al naso subìto al buio, avvertì il sangue raggelarsi. Viviane era bella sì, bella come un’alba, graziosa come un angelo, incantevole come una notte di grilli e luna piena, eppure qualcosa le mancava: non pareva una sirena.

Per brevi secondi la delusione attraversò, spaccandolo, il cervello di Lorenzo. L’evento magico che da anni si era prefigurato, non si stava verificando così come immaginato.

Un pensiero positivo tuttavia giunse repentinamente a tranquillizzarlo. Volò con la mente alla cara nonna ricordando le sue parole: «Le magie, caro nipote, non avvengono mai da sole. Hanno bisogno di tempo ma, più spesso, hanno bisogno di una mano.» Quelle parole bastavano a confortarlo ogni volta che nel creare un abito, dopo aver cercato di fondere in esso tutta la magia che gli fosse possibile, non risultava grandioso quanto aveva ideato. La pazienza con la quale aspettava di ricreare il suo incanto con ago e filo, quella volta l’avrebbe rimessa in circolo per attendere che il miracolo si rendesse visibile, identico a come ogni notte lo sognava.

La ballerina indossata nuovamente la propria veste andrienne e sistematosi il bustino, soddisfatta uscì dalla stanza, annunciando a gran voce di aver trovato l’abito che desiderava. Ma Lorenzo doveva escogitare un espediente per rivedere Viviane e fare in modo che lo indossasse nuovamente fino a prodigio avvenuto. Risolse col dire che gli sarebbero occorsi un po’ di giorni prima di riuscire a renderlo presentabile ad una platea tanto vasta. Qualche minima modifica era d’obbligo, chiarì, e invitò la donna a tornare la settimana successiva per attestarne ritocchi e cambiamenti. Non appena Viviane, accolta la proposta senza obiettare, abbandonò il fondaco, Clotilde che aveva origliato ogni parola e visto ogni vena sul viso di Lorenzo infuocarsi di passione, non poté trattenere il pianto. Le fu chiaro che il Maestro fosse preso da un inspiegabile affetto per quella donna mai incontrata prima d’allora e ancor più inspiegabile le risultò il fatto che avesse concesso alla sconosciuta di indossare l’abito blu. Lorenzo accortosi delle lacrime della giovane, non reagì tanto era preso dal pensiero della ballerina. E non appena Clotilde che di aspettare in silenzio era stanca, azzardò chiedere spiegazioni, quello la fissò con sguardo rabbioso. «Avete la testa dura, ragazzaccia! Non accetto che mi si facciano ulteriori domande riguardo a qualcosa di cui non siam degni di parlare.» Le sbraitò. «Fate il vostro lavoro e non curatevi di ciò che non può riguardarvi.»

L’ambigua e, peraltro, amara risposta di Lorenzo, non bastò affinché l’apprendista si rassegnasse a rimanere all’oscuro di una verità, per lei, tanto rovente. Non avere risposte, rendeva ai suoi occhi quell’insuperabile Maestro, a momenti, folle. Non poteva accontentare se stessa e il suo cuore di una soluzione che risolvesse l’interrogativo in una malsana pazzia. Lorenzo non era pazzo, non poteva esserlo. Clotilde avrebbe scovato i riscontri che cercava e allora tutto avrebbe avuto una logica e ragionevole spiegazione.

Ogni giorno mentre imbastiva i corpetti, mentre con ago e filo univa i tessuti ai tessuti, mentre stringeva tra le mani fasci di raso e sottovesti da ricamare, la giovane sarta continuava imperterrita a scervellarsi sul mistero dell’abito blu. Era, inoltre, uno sforzo enorme resistere alla tentazione di sollevare il telo sotto cui il Maestro lo nascondeva ogni volta, subito dopo averlo fatto provare, con un nuovo pretesto, a Viviane. Mancava poco al debutto della ballerina e a quel punto l’abito avrebbe abbandonato per sempre la bottega e, con essa, ogni speranza di risoluzione. Probabilmente anche il Maestro avrebbe presto lasciato il laboratorio per andare ad inseguire quella donna e le sue danze, di cui pareva non poter più fare a meno. Quest’ultimo pensiero stritolava, più di tutti gli altri, il cuore della giovane apprendista, rendendolo un gomitolo di fili spezzati ed inutili, un puntaspilli dove Lorenzo poteva infilzare aghi senza curarsi del dolore che riusciva a causarle. Sebbene consapevole che un grandioso uomo mai avrebbe potuto innamorarsi di una povera e umile ragazza, non smetteva di sperare nel suo giovane petto che un giorno Lorenzo si sarebbe accorto di lei, così come accadeva nelle favole che le raccontavano da bambina.

Clotilde era abituata a tenere la testa bassa e a portare rispetto, a stare zitta quando invece avrebbe voluto urlare ma di una cosa era incapace: non sapeva arrendersi di fronte a nulla, ancor meno se le fosse stato ordinato di farlo. Avrebbe continuato a cercare indizi per svelare l’enigma dell’abito dopodiché, ad ogni costo, lo avrebbe indossato saziandosi della sua magia una volta per tutte.

Il momento propizio giunse provvidenziale due giorni prima che Viviane passasse di lì a ritirare il vestito e a portar via, forse, definitivamente il cuore del Maestro.

Il pensiero atroce teneva sveglia Clotilde che da un paio d’ore si rigirava nel letto come se qualcuno avesse liberato un esercito di ragni tra le sue lenzuola. Il sarto dormiva profondamente, sfiancato da una febbre che lo portava a vaneggiare. Non avrebbe trovato la forza di alzarsi nemmeno se la sua casa fosse venuta giù. Clotilde, non esitò. Come se una forza ignota le muovesse le gambe, si portò velocemente nel retrobottega. Accese gli stoppini di tutte le candele adagiate su di un tavolo, e quando la luce fu sufficiente, sollevò il telo, prese l’abito e, senza timore lo indossò. In quell’attimo sentì di aver placato un violento desiderio. Fu come ricevere un sollievo istantaneo da tutta la sofferenza che si era accumulata dentro.

Lorenzo intanto, nella sua camera, parlottava, sbiascicava parole senza senso e sognava. Anche allora la consueta visione giunse a fargli visita. La donna dai capelli neri profumati di lavanda e gelsomino, danzava sospesa in aria, lo fissava coi suoi grandi occhi neri, muoveva il suo corpo come fosse un pennello di Tintoretto, cullava dolcemente il bacino ed era nuda! Il Maestro sussultò destandosi di colpo. Nel suo meraviglioso sogno vi era stato qualcosa di terribile. La peccaminosa nudità della donna non poteva che essere un presagio, non poteva che suonare come la previsione di un tragico avvenimento. “Qualcuno ha rubato l’abito!” bofonchiò con voce ancora assonnata, mentre l’apprensione già lo stritolava. Si sforzò di mettersi su, lottando contro i muscoli che lo tenevano incollato alle coperte. La testa rimbombava come se all’interno vi suonasse una fanfara e il sudore gli allagava la schiena inzuppando la camicia da notte. Barcollando similmente ad un ubriaco che fa ritorno da un’osteria, si diresse nel retrobottega con la paura di scoprirvi il peggiore degli orrori: il furto dell’abito.

Aprì la porta come una furia e la rabbia fu immediatamente sua padrona non appena vide che Clotilde lo stava indossando. Si gettò con violenza contro la ragazza come a volerglielo strappare di dosso, la strattonò malamente fino a farla barcollare e in quell’istante avvenne la magia. La cuffietta bianca che le avvolgeva, in ogni momento la testa, si calò liberandole i lunghi capelli neri. Neri come la notte, emanavano il profumo della lavanda e del gelsomino. Avrebbero riempito persino le narici e i polmoni dei gondolieri che, in quell’attimo, solcavano le acque della Laguna. L’imbarazzo colorò di tramonto le sue guance: due petali di rosa, dipinti da un pittore, stavano attaccati sul suo viso. I suoi occhi, caricati di lacrime dalla frustrazione, parevano due diamanti neri, enormi e scintillanti. In quel paio di iridi esistevano due soli.

La luce diffusa dalle innumerevoli candele accese, colpiva gli strass blu dell’abito che riflettendosi sulle braccia e sul petto di lei, donava loro contorni e sfumature di oceani non ancora solcati.

Era una sirena e aveva indosso il più lontano dei mari.

Lorenzo si inginocchiò e, tenendosi stretto ai polsi di lei, scoppiò in lacrime. Pianse tutte le lacrime a cui i suoi bulbi oculari poterono resistere. Pianse di dispiacere, di pena, di commozione, di gioia, d’emozione; pianse d’amore. Le gocce salate si riversavano come perle lucenti sulle dita di Clotilde che pietrificata le accoglieva, trattenendo le sue. Quando i gemiti e i singhiozzi gli restituirono un po’ d’aria, Lorenzo esplose: «Siete voi, siete sempre stata voi, siete sempre stata qui e io, cieco, non sono stato in grado di vederlo. Perdonatemi per tutto ciò che ho fatto, per come vi ho trattata, per come non vi abbia mai considerata. Merito la peggiore delle torture!» Le baciò bramosamente le mani con baci interrotti da altri baci e concluse: «Siete voi la mia sirena e il mio vestito è il vostro mare.»

Clotilde non disse nulla. Proprio come nelle sue favole preferite, la principessa aveva compreso tutto in un istante. Le bastarono gli occhi umidi e le braccia tremanti di lui. Si strinse a Lorenzo, si accoccolò tra il suo petto e la sua spalla e stette lì, per interminabili minuti, nel posto dove avrebbe sempre voluto essere. Lorenzo ancora si chiedeva se quella non fosse un’allucinazione causata dalla febbre ma poi il profumo di lei che, attaccata al suo sterno lo completava, gli batteva sotto il naso ricordandogli che era quella la realtà. L’aveva finalmente trovata e pareva vestita della sua stessa anima. L’aveva trovata e nel suo cuore non vi era posto per null’altro. Si amarono per tutta la notte e, da quella notte, per tutta la vita. Si amarono su un letto fatto di seta, di broccato, di lana, di velluto, di lino e di orli dorati. Si amarono senza sosta e nemmeno il tempo ebbe più peso.

Da allora il loro esistere coincise col loro amarsi. Mai sentirete di due cuori che vissero tanto vicini.

Ancora oggi, quando il cielo diventa una coperta tempestata di cristalli, qualcuno sostiene di vederli danzare in aria, sospesi sul filo di un incanto, sorretti dall’infinito strascico dell’abito blu raccolto dal sarto ai piedi di un sogno.

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