Racconti da Quarantena – Il vincitore di Diari di Viaggio

Arriviamo alla terza domenica di questo periodo in cui vi abbiamo accompagnato con i Racconti di Quarantena. I racconti, dopo di questa, continueranno, ma con una cadenza più rada. Torniamo al racconto di oggi: Diari di Viaggio. Il concorso partì su una delle mie passioni (lo ammetto), ovvero il viaggio. Soprattutto in un periodo come questo, dove ci è impossibile anche “viaggiare” verso il centro della nostra città o nelle città limitrofe, dove ci è proibito andare in giro, cosa ci rimane se non viaggiare con la fantasia? I racconti che hanno partecipato al concorso, ci hanno raccontato viaggio completamente diversi da loro, da un viaggio personale, realmente fatto, ad un viaggio fatto non nello spazio, ma nel tempo. Da viaggi con la mente ai viaggi della vita. Ed ecco il viaggio della vita che ha vinto il concorso. Oltre a sperare che vi piaccia, come è piaciuto a noi, se volete viaggiare un po’ con un bel libro composto da bei racconti, cliccate sull’immagine qui di lato e supportateci acquistando il libro Diari di Viaggio.
Buona lettura!

– Giorgio Correnti –

Chiara e Kyara

di Chiara Calder

Hanga, Sud Tanzania
Settembre 2018

Le pareti della sala parto sono tappezzate di piccole piastrelle bianche e lucide, solcate di tanto in tanto da qualche crepa o da veri e propri buchi. Lucide, così ordinate in fila le une vicine alle altre effettivamente danno più l’idea di una sala da bagno, che quella di un luogo dove nascono nuove vite ogni giorno. L’Africa sa essere decadente in modo quasi ironico, in certi casi.

“Ehi, doctor, hai mai assistito a un parto?”. La voce squillante di Rashid mi aveva fatto sobbalzare sulla sedia mentre finivo di compilare le ultime cartelle per i registri ambulatoriali della giornata. L’avevo guardato per un attimo sgranando gli occhi come per lo stupore di questa richiesta improvvisa, prima di alzarmi, rispondendogli con malcelato imbarazzo un “No” a mezza bocca. Dannate guance, arrossiscono sempre quando meno è opportuno.
Ero rimasta per un attimo ferma sulla porta di quella stanza bianca, come in attesa di un’illuminazione. Nei film arriva sempre quel momento, quello in cui il protagonista è chiamato a compiere l’azione decisiva, il momento della svolta. Lo riconosci dai cambiamenti della musica, che diventa più incalzante, o da un dettaglio in un’inquadratura. Per me invece niente rivelazioni stavolta, né musiche di accompagnamento: avevo fatto un passo in avanti con ostentata sicurezza, mentre un’espressione avvampata tradiva il mio senso di goffa titubanza.
Ancora una volta, come spesso da quando ero in Africa, non avevo la più pallida idea di cosa stessi facendo.
Ma forse in fondo è ora di abbandonare la nostra idea di eroe come quella di un maschio forte e coraggioso, senza macchia e senza paura. Forse i moderni eroi possono anche avere una gonna e una coda di cavallo: sono quelle che ogni giorno, a volte nonostante i dolori mestruali, si alzano dalla sedia e, senza avere la più pallida idea di cosa stiano facendo, con ostentata sicurezza camminano dritto verso l’ignoto.
Njoo, doctor!”, la voce di Rashid mi riporta ancora una volta alla realtà. Ubbidisco, entro nella piccola sala parto dove lui e Bertha, l’altra infermiera, stanno attaccando una flebo e lavando alcuni ferri. La flebo… Qui non è mai un buon segno.

Basta una sola occhiata per capire che in effetti qualcosa non va: la Mama stesa sul logoro lettino grondante di sudore, il viso contratto in una smorfia sofferente, geme un po’ troppo forte, da un po’ troppo tempo. I parti naturali qui non durano che pochi minuti, e non c’è donna a cui sfugga un fiato di dolore. Ma stavolta è un parto difficile, l’ho capito anche io: il bambino non ne vuole sapere di uscire, ed è già passato troppo tempo da quando alla mamma si sono rotte le acque. Le contrazioni si sono fatte sempre più intense e ravvicinate, e ad ogni nuova scarica il volto della ragazza si contrae un po’ di più, mentre tenta invano di trattenere un nuovo urlo.

Continuo a fissare il muro di piastrelle bianche mentre infilo i guanti sterili, troppo grandi per le mie mani, che non accennano a smettere di tremare.

Una singola domanda si fa strada nella mia mente fino a prendere il sopravvento su ogni altro pensiero: “Ma come ci sono finita io quaggiù?”.

Roma, 25 Luglio 2018
Aeroporto di Fiumicino

“Finalmente ci incontriamo”, esclama stringendo la mano che ho teso a mezz’aria davanti ai suoi occhi. Non mi dice neanche il suo nome, tanto sa che lo so già.

Sono due mesi che ci sentiamo incessantemente al telefono, pianificando ogni dettaglio di questo viaggio così desiderato e così difficile.

Alessandro ha una voce calda e un po’ nasale, una leggera inflessione napoletana che tradisce appena le sue origini, non certo più di quanto il mio “Daje!” in risposta abbia svelato le mie. Non so come mi sia uscito fuori, come al solito forse la fretta di dover dire qualcosa, l’adrenalina. Ma in fondo non me ne pento, certe cose è giusto metterle in chiaro da subito.

Lo squadro di sottecchi mentre cerca di destreggiarsi con finta agilità insieme a quell’infernale carrello stracolmo delle valigie che abbiamo riempito a forza negli ultimi due giorni di farmaci, creme antizanzare, speranze e aspettative.

Quando avevamo deciso di partire con quella piccola Onlus per un progetto di cooperazione internazionale in Tanzania, ancora non immaginavamo nulla di ciò che ci poteva aspettare. Avevamo iniziato a conoscerci nei ritagli di tempo tra un esame e l’altro di una torrida sessione estiva. Due mesi trafelati di messaggi, chiamate, dubbi, domande e rassicurazioni. Due mesi in cui ormai avevo imparato a contare sull’appuntamento quasi quotidiano con quella voce gentile e un po’ strafottente di dottorino della Napoli bene, provando di tanto in tanto a dargli un volto.

Il carrello è davvero troppo pieno, ma lui sembra guidarlo con destrezza, ondeggiando leggermente sotto quel peso col suo corpicino esile ma muscoloso.

Sembra uno che sa dove sta andando, mentre io mi sento come una trottola che gira su una giostra al contrario. Lo seguo, divertita e un po’ perplessa.

Non so se mi piacerà, ma ormai siamo una squadra.

27 Luglio
da qualche parte nel sud della Tanzania

L’autobus sbuffa e sobbalza ad ogni curva, mentre imbocca a velocità folle l’ennesima stradina sterrata e davvero troppo stretta, a strapiombo sulla vallata sottostante. Clacson, rumore di freni che stridono, voci che gridano qualcosa in una lingua incomprensibile, l’autobus che inchioda ondeggiando vertiginosamente verso il dirupo. Mi giro terrorizzata verso Alessandro, che dopo un poco agguerrito pari e dispari si è accaparrato l’ambito posto finestrino: cappuccio ben calato sopra la fronte, cuscino intorno al collo, mascherina da notte, testa riversa all’indietro e bocca semiaperta.

Siamo in viaggio da poco meno di tre giorni, e continuo a chiedermi se sia fisiologicamente possibile per un essere umano dormire così tanto.

“Arrivati?” borbotta con la voce impastata, scoprendo appena un occhio azzurrognolo da sotto il cappuccio per darsi una rapida occhiata attorno.

Il pullman è gremito di gente, uomini, donne, bambini, famiglie intere con bagagli, provviste, casse di bottiglie vuote da vendere in qualche sperduto Suk di villaggio, enormi sacchi neri stracolmi di cibo cucinato che odora di cipolla e verdure muffite. Giurerei di aver visto anche una gallina, seduta fra le borse in mezzo ai sedili di due anziane signore, quattro file più indietro.

Arrivati? Saranno passate appena dieci ore, dodici al massimo, da quando siamo partiti dalla stazione di Ubuntu, a Dar Es Salaam. Ce ne vorranno per lo meno altrettante, per arrivare a Songea. Il telefono ha smesso di funzionare da quando siamo entrati nell’area del Mikumi National Park, che con i suoi altipiani alberati e le ampie vallate abitate da scimmie, elefanti e giraffe sembra volersi proteggere da qualsiasi tentativo di intrusione umana. Salvo che per questi mastodonti in lamiere dai colori sgargianti che ogni giorno ne solcano nelle due direzioni le strette strade sterrate, inerpicandosi su sentieri troppo ripidi anche solo a guardarli e sbandando pericolosamente sotto il peso di centinaia di corpi stipati come sardine in mezzo ai sacchi di granturco.

L’autista ha di nuovo inchiodato con la grazia di un pugno allo stomaco, e ora sta urlando con tutto il fiato che ha in corpo rivolto al pilota di una moto verde brillante ferma a un lato della carreggiata. Sporgo appena il mento al di sopra dei sedili tentando inutilmente di dare un’occhiata attraverso quel mare affollato di teste, e per l’ennesima volta mi ritrovo circondata da centinaia di occhi scuri che mi guardano fisso, alcuni incuriositi, altri circospetti, spaventati, sorpresi. Siamo gli unici Wazungu, gli unici bianchi di tutto il pullman, probabilmente anche i primi che molti di loro abbiano mai visto. Mi lascio cadere al mio posto, sconfitta e anche un po’ seccata da quelle strane attenzioni non richieste.

Allora ancora non capivo, ma tempo dopo avrei imparato a riconoscere quella realtà.

Avrei saputo che ogni giorno in Tanzania migliaia di persone affrontano viaggi interminabili per spostarsi da un capo all’altro del paese, perché non esistono i treni e nessuna famiglia è abbastanza ricca da potersi permettere un’auto. Avrei imparato che quando sali su uno di quei bus puoi sapere quando parti, ma non hai idea di quando, se e dove arriverai; che per l’intera durata del viaggio, siano ore, giorni o settimane, si vive a bordo: si mangia, si dorme, si cullano i bambini con le tenere ninnananne in lingua Swahili. Ci si lava a bordo, si fanno i bisogni in quei piccoli sacchetti di plastica nera che vengono distribuiti ogni mattina, gettandoli poi senza pietà lungo la strada. Il cibo si compra sporgendosi dai finestrini aperti quando il pullman rallenta, allungando una mano sui grandi cesti portati in testa dalle donne e i ragazzi del luogo, mentre con l’altra si passano i soldi. E le banane arrostite e la carne cotta all’aperto in mezzo all’asfalto sono molto più buone degli insipidi biscotti confezionati che pensi ti proteggano da minacciosi parassiti tropicali.
Ma tutto questo l’avrei scoperto solo più tardi, e infatti ero tornata a sedere in silenzio al mio posto, scartando il secondo pacco di wafer dal sapore stantio.
Intanto l’autista è rientrato al suo posto, preme con forza l’acceleratore e il pullman, sbuffando piccole nubi di fumo nero, riprende il suo cammino traballante fra i tornanti alberati del parco. Ale, di fianco a me, si è girato dall’altro lato e continua a dormire. In lontananza mi sembrerebbe quasi di sentire un leggero chiocciare, ma forse sono semplicemente troppo stanca anche io. Chiudo gli occhi, sperando di ingannare così le ultime ore rimaste.

Hanga, 23 Agosto
St. Maurus Abbey

Vivere in un monastero ha i suoi lati positivi.
Superata la prima fase traumatica, l’impatto con gli alloggi, la sporcizia, le cimici nel letto, i rubinetti che perdono e l’elettricità per sole tre ore al giorno, riesci a vedere quasi solo il bello.

È già un mese che lavoriamo nel piccolo Health Center di questo minuscolo villaggio di mattoni e terra rossa del sud della Tanzania.

Un mese in cui le ore si sono susseguite lentamente fino a trasformarsi in giorni sempre uguali. Giorni di lavoro, di svago, di regole infrante, di messe marinate, di riso e fagioli ad ogni pasto, di nuove usanze e di abitudini.

Sveglia alle 7:00, ci si alza insieme al Sole.

Colazione alle 7:30 nella grande sala comune con i monaci e le suore, sempre ben in fondo e defilata perché non devono vedere che non so farmi il segno della croce.
Dopo colazione, ogni mattina Brother Germanus ci insegna qualche rudimento di Swahili: in appena qualche settimana e nonostante le sue personalissime incertezze sulla propria lingua, abbiamo imparato quel tanto che basta per sopravvivere al di fuori di queste mura.

Così adesso ogni giorno, mentre percorriamo i cinquanta metri che ci separano dall’ospedale in tempo per il giro visite delle 8:30, “Habari”, come va, ci chiedono. “Nzuri”, bene, rispondiamo, “Habari yako”. Si potrebbe andare avanti a scambiarsi convenevoli praticamente all’infinito, se a un certo punto una delle due controparti non se ne uscisse con un sonoro “Haya”, sancendo di fatto la fine della conversazione. In Africa non esiste il concetto di fretta, o di puntualità, ma esiste invece un senso di rispetto sociale che si esprime e si guadagna attraverso la fine arte del reciproco scambio di convenevoli. E così non importa che tu sia un nero o un Mzungu, che sia un presidente, un professore o uno sguattero, l’importante è che tu sappia dire “Shikamoo” in segno di rispetto a chi è più anziano di te, che sappia rispondere “Poa” a tutti i “Mambo” lanciati per strada in maniera informale dai ragazzi della tua età, e che ti informi sulla casa, sulla famiglia e sul lavoro di ogni persona che incontri al mercato.

Non sarai mai uno di loro, è bene tenerlo a mente da subito. Ma è solo in questo modo che te ne guadagnerai la stima, perché sapranno che per una volta un Mzungu sta imparando da loro a capire una lingua lontana, nel rispetto di una cultura e di usanze diverse.

Hanga, 31 Agosto
St. Bernard Health Center

Habari za kazi doctor”, come va il lavoro.

Nzuri, shikamoo Babu”. L’uomo che ha appena varcato la soglia dell’OPD e ora si staglia davanti alla porta azzurra incrostata di ruggine dell’ambulatorio n.2 avrà poco meno di ottant’anni. Per questo mi sono rivolta a lui chiamandolo Babu, nonno. Alto, massiccio, due mani grosse come pale di un mulino, gli occhi grigi e profondi opacati dal velo dell’età, la barba e i capelli spruzzati di bianco.

Me lo ricordo bene, è stato uno dei nostri primi pazienti, qui all’Health Center. Venuto da un villaggio vicino per farsi “guardare il cuore” dalla strana nuova macchina portata dai medici Wazungu. L’elettrocardiografo, il primo che abbiano mai visto non solo al villaggio, ma anche negli ospedali dell’intera regione.

Me lo ricordo bene, perché ero sola, quel giorno.
Alessandro era in sala operatoria con il chirurgo di Songea, la grande città. Dr. Pilly e dr. Njovu erano in viaggio per un corso di aggiornamento sulla circoncisione chirurgica, e la giovane Clinical Officer incaricata di sostituirli non ne voleva sapere di lavorare durante la sua meritata pausa chai (tè) di appena due o tre ore.

Ero sola in ambulatorio, con il camice abbottonato storto, la penna in mano e lo sguardo perso, mentre questo mastodontico signore mi raccontava i suoi mali in uno Swahili fitto fitto di cui non riuscivo a capire una parola, e che tentavo invano di arginare con quei pochi termini di inglese condiviso. Mi ero alzata come un automa per visitarlo senza sapere nemmeno cosa stessi cercando, in preda all’ansia, riuscendo a malapena a distinguere se i suoni che fuoriuscivano dal fonendoscopio provenissero dal suo torace o dal sangue che sentivo ribollire nelle mie orecchie. Ma che lo aiutai, quello sì lo ricordo: mi era bastato uno sguardo al tracciato da manuale di cardiopatologia. Mi ero alzata di scatto e senza fermarmi troppo a pensare avevo scribacchiato una lista di farmaci e di accertamenti diagnostici urgenti su un pezzo di carta volante, pregandolo di andare di corsa al più vicino District Hospital, giù a Peramiho. Lì per lo meno avevano una macchina per i raggi X, e forse anche qualche rudimentale strumento di radiologia interventistica.

E ora quel gigante buono era di nuovo lì davanti a me, con una mano teneva la cartellina delle analisi mentre con l’altra si sfilava il cappello, in un gesto di antiquata ma nobile riverenza.

“Il tuo Swahili è davvero migliorato”, dice con espressione sorpresa e un po’ divertita. Sorrido, mentre allungo il braccio sopra la scrivania ricolma di fogli, per farmi consegnare le analisi e le scartoffie burocratiche da compilare. “Queste sono le medicine che mi hanno dato”, aggiunge porgendomi un sacchetto pieno di blister e piccole pillole colorate. Ha bisogno della nuova ricetta, noto, sono già quasi finite. “E queste sono le analisi che mi hanno fatto, proprio quelle che avevi scritto tu su quel pezzo di carta, doctor, guarda, lo ho ancora con me!”. Riconosco la scrittura tremolante dalla fretta e dall’ansia, e trattengo a stento un sussulto trionfante quando apro la cartellina per leggere i referti. Avevo ragione: senza capirci niente, nemmeno la lingua, nemmeno la storia, avevo avuto ragione. In qualche modo, senza sapere cosa stesse accadendo a me, avevo capito cosa accadesse a quel paziente. Forse è così che si diventa medici: quando per un attimo superi la paura di sbagliare, e alla fine scopri che non hai sbagliato.

Continuo a sorridere mentre il Babu mi saluta commosso, con una stretta di mano che arriva fino al gomito.
Finisco di compilare le ultime carte e di aggiornare i registri dei ricoveri, con una sorta di euforia che mi sale dalle gambe.

Un’altra giornata di lavoro è finita. Ale è uscito dalla sala operatoria e mi aspetta alla capanna della Mama dei mandaazi. Spero ne abbia presi almeno una mezza dozzina, di quei meravigliosi dolcetti di farina di riso fritta nell’olio bollente, acceso sui bracieri a carbone in mezzo alla strada. Lui prenderà i mandaazi, io porterò le birre, e ce ne andremo come ogni sera in cima alla torre dell’acqua, a brindare alla fine di un altro turno e a salutare l’enorme sole che cade dietro Msalaba Mkuu.
Con la testa un po’ più leggera sistemo le ultime cose, impilo le ricevute delle assicurazioni nella cartellina di plastica blu e riappendo come ogni giorno le chiavi dell’ambulatorio al chiodo della reception semideserta. Mi volto verso il cancello che filtra tra le sue sbarre i raggi di luce ormai quasi orizzontali, e con passo deciso esco nel sole e nella polvere rossa del tramonto africano.

Delivery Room, St. Bernard Health Center
Settembre 2018

Le pareti della sala parto tappezzate di piccole piastrelle bianche e lucide riecheggiano di urla disperate ma composte, quasi a tentare di celare quella poco armoniosa manifestazione di dolore.

La donna distesa sul lettino zuppo di sudore, riversa in mezzo ai teli in sgargiante stoffa kitenge, è in travaglio da più di trentadue ore.

Il bambino è incastrato. Gli esiti di una vecchia infezione delle vie urinarie malcurata hanno reso il canale del parto troppo stretto e rigido per dare passaggio a quel corpicino troppo grande, arrivato ormai ampiamente oltre il termine.
Ogni minuto che passa i rischi per lei e per il feto aumentano in maniera esponenziale, e l’unica fiala di antibiotico rimasta nelle scorte della farmacia costa più di quanto la sua famiglia possa guadagnare in un mese.
Avrà sì e no vent’anni, e questa non è la sua prima gravidanza, ma è l’unica che abbia portato a termine finora. Dalla minuscola porta marrone incrostata di sporcizia e muschio verde è entrata un’anziana del villaggio, con una tazza di chai bollente per rinvigorire lo spirito, e ora le sta asciugando la fronte con un lembo di kitenge blu e arancio.

La flebo con l’ossitocina che avevamo utilizzato per indurre il parto è già quasi finita, ma lei, sfinita da due giorni di contrazioni e dolori incessanti, ha smesso di provarci. Non spinge più.

Continuo a guardarla con uno sguardo quasi implorante, mentre Bertha e l’anziana Bibi del villaggio le intimano con tono severo e autoritario di riprendere a spingere.
Lei, ancora una volta, resta ferma. Quasi neanche piange più.
Non ho tempo di capire davvero cosa sta succedendo, perché Bertha è salita a cavalcioni sul lettino traballante e ora sta dando grossi e vigorosi colpi alla pancia della giovane Mama, dopo averla afferrata con entrambe le mani. “Mi sa che stavolta tocca a te, doctor”, mi dice da lassù.
Da quel momento, non ricordo poi molto. Ricordo di esser corsa goffamente verso i piedi del letto con le mani strette a coppa davanti al petto, come quando alle scuole elementari andavamo a prendere l’acqua alla fontanella facendo finta di essere dei naufraghi in un’isola deserta.

Ricordo di aver sgranato gli occhi con un’espressione certamente molto buffa, quando ho visto spuntare il primo ciuffo di capelli nerissimi attraverso il canale del parto. Ricordo di aver toccato punti a casaccio nel tentativo di liberare quel corpicino. Ricordo lo stupore e la sorpresa di veder spuntare prima la testa, e pochi istanti dopo tutto il corpo avvizzito e giallastro di una bellissima bambina.
Ma di nuovo qualcosa non va: la bambina non respira, non piange, non si muove.

Non può andare così. Non la prima volta, non il mio primo parto.
Senza nemmeno il tempo di capire se sia giusto o sbagliato, inizio a farle piccole pressioni sul petto, mentre Rashid le libera le vie aeree con quella strana pompetta di plastica. È così che si fa, dev’essere così, l’ho visto fare ad Ale una volta, o forse era un film…

Il flusso vorticoso dei miei pensieri angosciati viene interrotto bruscamente da uno squillante gorgoglio che assomiglia inconfondibilmente ad un pianto.

Lei è qui. Fra le mie braccia. E ora piange con tutto il fiato che ha in corpo, come a voler sancire e ribadire il suo diritto di essere al mondo.

Dopo averla pesata e misurata, avvolta in tre, quattro, cinque strati di morbido kitenge, finalmente posso affidarla alle cure della sua esausta e tremante madre.

Non la vedo, mentre le porgo quel fagotto urlante pieno di forza e vigore. Non la vedo, mentre mi rivolge il suo sguardo diffidente che non riesce a dissimulare una sincera gratitudine.
Non la vedo perché i miei occhi sono velati da un milione di lacrime che da qualche tempo sto facendo fatica a trattenere.
“Ataitwa Kyara”, mormora, abbozzando un sorriso sbilenco prima di crollare definitivamente in un sonno profondo e ristoratore, abbracciata alla sua bimba.

Kyara: la chiameranno Chiara. Ed ora l’Africa ha preso per sempre un pezzo di me.

Mi volto di scatto, attraversando di corsa i due corridoi che mi separano dal cancello sul cortile.

Si dice che l’Africa sia la madre di ogni creatura vivente.
Ho cercato per anni la felicità nascosta in una carezza materna, e oggi credo di averla trovata: mentre accompagnavo una bimba nel suo primo viaggio in mezzo alla vita e lei accompagnava me, in una nuova vita in mezzo al mio viaggio.

E da oggi forse lo sono davvero, un po’ madre e un po’ figlia di questa terra profonda e spietata, che con una mano ti accarezza la fronte mentre con l’altra ti schiaffeggia le guance. Che ti nutre e ti ascolta, e ogni volta si prende in cambio un pezzo di te.

Esco ancora una volta nel sole di un tramonto di fine estate.
E finalmente scoppio in quel tanto trattenuto pianto, dolce e convulso. Con tutto il fiato che ho in corpo. Come a voler sancire e ribadire il mio diritto di essere al mondo.
Perché in fondo stasera sono nata un po’ anche io.

Rispondi