Racconti da Quarantena – Dica

Da quando Agata mi lasciò, presi l’abitudine di fare delle lunghe passeggiate ristoratrici dopo pranzo. L’aria primaverile era fresca e rinfrancante, soprattutto sul lungolago. Alcuni coraggiosi si lanciavano già in bagni fuori stagione: c’era un bel sole, ma ancora non il caldo estivo. Tirava anche una bella arietta che, appena uscito dall’acqua, non puoi sicuramente apprezzare.
Continuai la mia passeggiata fermandomi a una gelateria dove presi il mio gelato preferito: cocco, pesca e mango, rigorosamente senza panna. Come al solito, trovai Sabina a farmi il gelato. Come al solito, mi lanciò dei sorrisi complici che non colsi. Ma siamo uomini: non siamo cattivi, siamo solo stupidi.

Uscii dalla gelateria con la mia coppetta in mano. Assaporando i gusti di frutta esotica misti alla panna ghiacciata, m’incamminai verso casa. Finii il gelato, gettai la coppetta nel secchio della spazzatura e voltai l’ultimo angolo prima dell’arrivo. Ed è lì che la vidi.

Davanti all’uscio, ad aspettare probabilmente me, c’era Agata. I suoi ricci mori le ricadevano fluenti sulle spalle scoperte. Mi ritrovai a immaginare di baciare quelle spalle, abbracciandola da dietro. Mi ridestai e mi avvicinai. Sembrava non avermi visto.
«Dica!»  esordii. Il mio voleva essere un atto di cortesia, ma forse ero stato più scortese di quanto volessi

«Oh, ciao!» disse lei alzandosi dalla macchina dove si era appoggiata nell’attesa.
«Ciao.» Risposi secco.
«Come stai?»
«Come vuoi che vada!» detto questo, deluso dalla domanda banale, feci un passo verso il cancelletto di casa.
«No, aspetta!» mi fermò lei.
«Che c’è?» non riuscivo a frenare la bile che mi usciva dalla bocca.
«Scusa è che… volevo rivederti.» Mi lasciò di stucco. Era lei ad avermi lasciato. “Non credo di provare più amore per te” erano state le sue parole. Un fulmine a ciel sereno, un calcio nelle parti basse. Non era un tradimento per cui arrabbiarsi, né una stupidaggine alla quale appellarsi. Un amore finito, niente con cui prendersela, niente da poter aggiustare.
«Cosa vuoi che ti dica?» chiesi «Non sono io quello che ha smesso di amare l’altro.»

«Leonardo.» Disse lei. Quando mi chiamava per nome, era qualcosa di serio. Lo faceva sempre. L’aveva fatto anche al nostro ultimo incontro, in realtà «Quello che ho detto, è vero, ma ciò non vuol dire che io non ti voglia più bene.» fece una pausa «Vorrei che rimanessimo amici.» Rimasi lì a guardarla. Era Agata, la mia Agata. Certo che mi mancava, certo che volevo tornare a vederla. Ma io l’amavo ancora. Ero terrorizzato da quello che potevo dire, terrorizzato dal vederla con un altro… ero terrorizzato da tutto. Mi sentivo solo, grigio, ma non potevo attaccarmi alla sua presenza. Avevo bisogno di sostegno, ma non era il suo quello che mi serviva.

«Mi dispiace.» Riposi con un sorriso triste «Non posso.»

Ed entrai a casa.

– Giorgio Correnti –

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