Quadri maledetti: il ritratto di Delphine LaLaurie

Bentornati nel mondo dell’arte che si lega al mondo di paranormale. Forse. Oggi parleremo di una simpatica coppia di francesi emigrati nella colonia di Nouveau Orléans, nota poi con il nome di New Orleans.
New Orleans è la città degli Stati Uniti infestata per eccellenza. Intanto qui arrivavano i coloni francesi portando con sé schiavi neri e creoli che, mischiando le proprie religioni animiste con i miti del cristianesimo, diedero vita, tra le altre cose, alla religione voodoo e ad una serie di credenza su vampiri, zombie, spettri ed altre creature dall’altro lato del fiume.

New Orleans è la città in cui si trovano i vampiri di Anne Rice, provenienti dalla Vecchia Europa. E non solo loro. Anne Rice ci narra anche di streghe, demoni disincarnati e creature alte e immortali che popolavano le isole celtiche prima dell’arrivo dei romani. Insomma, New Orleans ombelico del mondo sovrannaturale, meltin pot delle creature non umane. Ma come diceva sempre mia nonna Gina: “Devi avere paura dei vivi, non dei morti.” E a dimostrazione di questa perla di saggezza popolare vi narrerò ora la storia dei coniugi LaLaurie.

Luigi e Delphine LaLaurie si trasferiscono a New Orleans nel 1832. La loro dimora si trova al 1140 di Royal Street. Ovviamente, essendo benestanti, i LaLaurie possiedono degli schiavi. Tutto normale nella Terra dei Liberi. Ma la signora Delphine va addirittura oltre. E gli abitanti di New Orleans scoprono cosa si nasconde sotto la maschera di gentilezza che Delphine indossa in pubblico grazie ad un incendio. Il 10 aprile del 1834 infatti i vigili del fuoco intervengono per domare le fiamme che si sono sviluppate al 1140 di Royal Street. E restano inorriditi. Nell’attico della casa scoprono decine di schiavi incatenati al muro, chiusi in gabbie, alcuni morti o moribondi, altri mutilati e gli arti di questi ultimi sparsi in giro. Vedendo i vigili del fuoco alcuni schiavi li implorano di ucciderli per porre fine alle loro sofferenze.

Nonostante si vivesse in un mondo in cui una persona di colore non era considerata una persona, ma un oggetto di proprietà, la storia degli schiavi della famiglia LaLaurie fece inorridire la popolazione che arrivò a chiedere che i due venissero sottoposti ad un processo. Ma il processo non ebbe mai luogo per il semplice motivo che i LaLaurie fuggirono, forse rimpatriando in Francia. La folla inferocita per il fatto di esserseli fatti sfuggire si sfogò distruggendo gli interni della casa.

Il 1140 di Royal Street da allora ha ospitato una scuola, un conservatorio, un condominio, un negozio di mobili ed infine è tornato ad esser un’abitazione privata. Ma tutti gli abitanti che si sono succeduti negli ultimi 184 anni hanno riferito che in casa si sente odore di carne bruciata e un rumore di catene striscianti e che sul tetto si può vedere il fantasma di una giovane schiava che fugge urlando. Ma il punto focale della dimora resta il ritratto di Delphine, realizzato dal pittore Ricardo Pustanio. Nel dipinto Delphine ha una posa che richiama la Monna Lisa; un mezzobusto leggermente di tre quarti, la mano destra sul braccio sinistro, uno sguardo che potrebbe esprimere tutto e niente. Ma qui i tratti ed i volumi sono semplificati, elementari, così come la gamma cromatica; il vestito, i capelli ed i piccoli occhi sono neri, senza sfumature a suggerire una qualsivoglia profondità e lo sfondo sembra formato solo da un drappeggio dorato, anch’esso privo di tridimensionalità.

Insomma, un ritratto con qualche pretesa, ma senza nessun reale merito. Eccettuato il fatto che è l’unico oggetto di casa LaLaurie sopravvissuto prima all’incendio e poi alla furia distruttrice della folla inferocita. Chi fissa a lungo il volto di Delphine giura di vederla cambiare espressione e di sentire un cattivo odore provenire dalla tela.

Personalmente non credo che il quadro o la casa siano maledetti, ma di certo la donna che vi aveva vissuto era uno dei peggiori prodotti dell’umanità. Come dite? Vi ricorda il personaggio interpretato da Katy Bates in American Horror Story? Beh, gli sceneggiatori non potevano certo ignorare una delle storie più orrorifiche della storia americana.

– Monia Guredda –

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