Protagoniste femminili nei drammi greci

Medea, Elena, Antigone, Ecuba, Cassandra, Clitennestra…  questi sono alcuni dei nomi delle protagoniste femminili nei drammi greci, personaggi memorabili che hanno costruito attorno a loro una potenza immortale, che ancora oggi affascina e attira gli spettatori delle loro vicende. Se infatti nelle vite di queste donne le inquietudini, la lotta, la caparbietà erano dati importanti e sempre presenti, ecco che nella realtà le vere donne aspettavano a casa, spesso impossibilitate anche solo ad assistere alle vicende narrate a teatro, ferme nella loro impotenza sociale, giuridica e politica. Eppure, nonostante fossero loro precluse persino l’interpretazione di quei valori e di quelle passioni che le rappresentavano, gli uomini non potevano che attribuire a loro quegli stati emotivi e psicologici così intensi, che nella società dell’epoca erano preclusi al sesso maschile, e sfogare questa voglia dando la vita a quelle donne letterarie tanto potenti.

Potenti perché si immolano per quello in cui credono, potenti perché non hanno paura di sacrificare se stesse e tutto ciò che di importante abbiano per un obiettivo, positivo o negativo che esso sia. Se quindi Antigone, nell’omonimo dramma di Sofocle, pur di poter compiere i riti funebri in onore del fratello decide di morire, mostrando nobiltà d’animo, così la Medea di Euripide arriva a privarsi dei suoi stessi figli per raggiungere la sua vendetta, mostrando ira e passione, ma entrambe lo fanno a testa alta, forti di un coraggio da eroine. E ovviamente ciò non può che andare a influenzare gli autori futuri e tutte quelle donne letterarie nate da esse. Pensiamo all’amore distruttivo di Fedra, simbolo del contrasto tra il senso del dovere e la passione non controllabile, che ha creato personaggi come Madame Bovary di Flaubert, o la già citata Antigone, che diventò per i moderni un simbolo dell’opposizione politica molto forte. Tutte donne che avevano in loro una attualità incredibile, che per l’epoca invece andava a rappresentare tutto un altro significato.

Se infatti adesso ricerchiamo e inneggiamo la capacità di lasciarsi andare, di provare emozioni, di farsi guidare da esse, nell’antichità il cedere alle passioni rappresentava un pericolo, una follia. Medea per gli antichi aveva in sé la furia degli impulsi umani, non la precisa e fiera rivendicazione della propria volontà, ed ecco che la differenza tra teatro e realtà non appare più così atipica. E anzi spiega anche il perché la pratica di far interpretare queste figure femminili agli uomini non fosse apprezzata dai più: Platone, nella Repubblica, scrisse: chi recita personaggi moralmente condannabili o psicologicamente deboli (una donna che si dispera per amore) acquisisce le loro caratteristiche anche nella vita reale. Da donna, permettetemi un commento ironico: “Platò, magari bastasse così poco per cambiare un uomo.”

– Lidia Marino –  

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