Poema epico, passato e presente

Ammetto, da – ormai antica – studentessa di greco antico, studiato nel corso dei cinque anni di Liceo Classico, di non aver mai particolarmente apprezzato lo studio della lingua in sé: ancora ho gli incubi sull’aoristo. E, credetemi, se non sapete di cosa si tratta, siete fortunati. Ma, oltre alla grandissima importanza storica che ha avuto il mondo greco nel tempo, a lui dobbiamo un tipo di componimento letterario che io amo con tutte le mie forze: il poema epico. Come resistere ad un romanzo dove vengono narrate le gesta leggendarie, eroiche e indimenticabili, di un eroe (o di un gruppo di eroi) che suda tutti i propri successi? Impossibile. Beh, il termine stesso “epica” deriva dal greco antico ἕπος (epos) che significa “parola”, ed in senso più ampio “racconto”, “narrazione”.1

L’epica è la prima forma di narrativa, che veniva trasmessa oralmente, accompagnata da musica di poeti-cantori (gli aedi), che tramandano i miti dei prodi protagonisti, che, in questo modo, “non moriranno mai”. Può sembrare difficile da immaginare da noi, adesso, che testimoniamo la nostra esistenza in ogni selfie su Facebook, ma l’idea di sopravvivere alla propria morte e alla morte dei propri cari con un ricordo immortale non poteva che sorridere ai guerrieri di un tempo, no? Lo trovo estremamente affascinante, a dire il vero. Comunque, suppongo che lo sappiate, i due poemi epici più noti sono l’Iliade e l’Odissea, mentre i più antichi, almeno quelli che si conoscono, sono i mesopotamici Atrahasis e l’epopea del re di Uruk, Gilgamesh.

Se vi è capitato di leggere almeno uno dei due lavori di Omero, vi sarete accorti di varie ripetizioni, o dell’uso dell’epiteto (l’aggettivo che caratterizza l’eroe tutte le volte che viene nominato): questo perché gli aedi cantavano di città in città e dovevano ricordare un grande numero di versi, prediligendo quindi i motivi ricorrenti, più facili da memorizzare. Vi è sembrato strano? No, se avete letto la saga delle Cronache del ghiaccio e del fuoco, o anche solo visto il suo corrispettivo televisivo, il Trono di Spade, non potete che essere abituati agli epiteti: Daenerys della casa Targaryen, “Nata dalla tempesta”, la prima del suo nome, regina degli Andali, dei Rhoynar e dei Primi Uomini, signora dei Sette Regni, protettrice del Regno, principessa di Roccia del Drago, khaleesi del Grande Mare d’Erba, “la Non-bruciata”, “Madre dei Draghi”, regina di Meereen, “Distruttrice di catene”… Vi ricorda qualcosa? 2

Questo per farvi notare che il poema epico non è certamente collegabile solo all’antica Grecia. Abbiamo componimenti di questo genere molto più moderni e in diversi parti del mondo. Ve lo ricordate l’Orlando furioso? E i romanzi cavallereschi del ciclo di re Artù? E il Nibelungenlied? Questi tre poemi hanno influenzato profondamente tutta la tradizione culturale e letteraria dell’Occidente; ad essi, infatti, hanno continuato a richiamarsi autori di epoche successive, che li hanno considerati modelli di stile e grandi repertori di personaggi e temi, vicende e situazioni eroiche e avventurose. Ma citiamo anche Beowulf, scritto in inglese antico, che rappresenta nella sua massima espressione la lotta tra il bene e il male.

Ma è presente splendida poesia epica anche a noi più lontana, dal mondo arabo, persiano e turco. Due sono i filoni fondamentali che hanno alimentato nel corso dei secoli l’epica araba e turca: il primo si occupò soprattutto di descrivere le guerre di liberazione dei territori occupati dagli infedeli, mentre il secondo riguardò l’ampia raccolta di fiabe e novelle dal titolo Mille e una notte. Quest’ultimo ha influenzato alcuni componimenti moderni in modo molto affascinante. Non ve l’ha ricordato un po’ il romanzo di Calvino, Il castello dei destini incrociati? Per non parlare, ovviamente, di come questi grandi elementi culturali hanno reso le grandi saghe cinematografiche d’avventure quello che sono. Ringraziamo, signori, ringraziamo di cuore.

– Lidia Marino – 

 

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