Piercing, l’horror di Nicolas Pesce

Dopo il controverso esordio con The Eyes of my Mother, Nicolas Pesce si conferma come una delle personalità più interessanti nel panorama del cinema horror e thriller contemporaneo, scegliendo di allontanarsi dall’estetica e dallo stile narrativo caratterizzante il precedente lungometraggio, indagando contemporaneamente il territorio del giallo all’italiana e del cinema erotico giapponese. Distribuito in Italia a marzo dalla Tombstone Collection (collana horror della Eagle Pictures), Piercing segue la vicenda di Reed (Christopher Abbott), padre di famiglia che, per evitare di sublimare i suoi istinti omicidi sul figlioletto neonato, finge una trasferta di lavoro per soddisfare il suo desiderio latente di dominare una giovane prostituta mediante un rapporto sadomaso, per poi assassinarla brutalmente; in albergo, Reed riceva la bella quanto ambigua Jackie (Mia Wasikowska), la quale sarà capace di ribaltare qualsiasi aspettativa del giovane, inaugurando un eccitante, quanto perverso, gioco del gatto col topo, rivelandosi più spietata e psicolabile del protagonista stesso.

La colonna sonora: la rievocazione del giallo italiano

Piercing si rivela come esplicito omaggio al giallo all’italiana, un genere che ancora oggi continua a essere una fucina di ispirazione per giovani cineasti provenienti da tutto il mondo. La colonna sonora di Pesce si compone (quasi) interamente di brani tratti da omonimi film del periodo, dall’Ennio Morricone di Giornata nera per l’ariete ai Goblin di Profondo rosso e Tenebre, dal Bruno Nicolai di La dama rossa uccide sette volte allo Stelvio Cipriani di Tentacoli, operazione di certo non innovativa (si pensi a Tarantino o al duo belga Hélène Cattet e Bruno Forzani), spesso interpretata dalla critica come un puro divertissement, un pretenzioso citazionismo finalizzato al mero esercizio di stile, tipico dell’etichetta (fin troppo forzata) di “giallo postmoderno” o “neogiallo” con cui si tenta di incasellare questo tipo di filone, focalizzandosi sulla ricerca spasmodica del citazionismo nel nome del ritorno in auge del giallo o della sua rielaborazione postmoderna, senza cogliere con attenzione la complessità di tali lavori. In Piercing, la traccia sonora più interessante è sicuramente il theme del capolavoro di Argento, utilizzato sapientemente per introdurre il personaggio di Jackie, intenta a truccarsi nel suo appartamento prima di raggiungere il suo cliente; riflessa spesso in specchi che ne risaltano la doppiezza e l’ambiguità, la Wasikowska viene presentata come una moderna Clara Calamai che, come ormai noto, era solita truccarsi prima dei suoi efferati omicidi, caratterizzata da un’ambiguità a cavallo tra infantilità e ferocia, ingenuità e scaltrezza, comunemente alla giovane prostituta, giunta in hotel con tanto di guanti di pelle nera, tipicamente argentiani.

Il ruolo degli ambienti: dai modellini artificiali al rapporto tra lo spazio e le traiettorie dei personaggi

Tratto da un racconto di Ryu Murakami (scrittore che ha ispirato Takashi Miike per il celebre Audition), il film di Pesce si sposta dalla Tokyo degli anni Novanta a una metropoli (probabilmente statunitense) riprodotta interamente con dei modellini artificiali, che esplicitano perfettamente il senso di claustrofobia e di artificialità/illusorietà insiti nell’esistenza dei personaggi; gli esterni sono inquadrati costantemente come realtà circoscritte, quasi sganciate da una reale collocazione spaziale, dal momento che le riprese favoriscono angolazioni che accentuano la verticalità dei grattacieli, lasciando in campo lievi porzioni di cielo (spesso anche assente), soprattutto nei titoli di coda, in cui, accompagnata dalla celebre colonna sonora di Tenebre di Dario Argento, la macchina da presa percorre le facciate dei modellini mediante traiettorie fantasmagoriche che non rivelano altri che facciate labirintiche che si fondono senza mai rivelare l’ambiente circostante.

Narrativamente, il film delinea la progressiva femminilizzazione del maschile e virilizzazione del femminile, facendo freudianamente leva da un lato su una “minaccia di castrazione” risvegliatasi di fronte all’apparizione di un femminile criptico, incapace da dominare, dall’altro dal tentativo di surclassare quell’ “assenza del pene”, rivelazione traumatica nel processo di formazione della femminilità, ma che nel caso di Jackie diventa riappropriazione di quell’attività di stampo mascolino tipica di una fase pre-edipica. Tale ribaltamento dei ruoli sessuali si accorda alle modalità con cui i personaggi si inscrivono negli ambienti interni; è interessante notare quanto il controllo fallocentrico di Reed sullo spazio sia possibile solo in assenza del femminile (sua moglie o Jackie) nel breve segmento narrativo tra la sua trasferta e l’arrivo della prostituta, in cui il protagonista studia la camera d’albergo ossessivamente per prepararsi alla dominazione ed eliminazione della vittima (espressa mediante un sonoro che concretizza i suoni dell’omicidio immaginario senza mostrarlo visivamente). Tale controllo risulta assente nel preludio, in cui Reed è ripreso nel suo appartamento tra grate che ne accentuano la prigionia, in un clima onirico e rossastro in accordo con un desiderio latente in emersione. Sarà la derisione del femminile incarnata dal sorriso di scherno di Reed nei confronti del seducente atto di autoerotismo di Jackie a catalizzare la progressiva “castrazione”del personaggio, espressa dall’esplosione di follia della donna nel bagno in cui si autopunisce: l’ambiente, precedentemente inquadrato nella sua limpidezza, diventa un luogo infernale, immerso nel vapore dell’acqua calda della doccia che, come una nebbia soprannaturale, “appanna” la vista di uno spaventato Abbott, incapace di gestire la furia della Wasikowska e di comprenderne la natura (si pensi a come verrà morso in maniera vampiresca nel tentativo di calmarla). Il processo di virilizzazione del femminile si concluderà nell’appartamento di Jackie attraverso la dominazione di Reed che, drogato, diventa il suo feticcio; l’ambiente si trasforma in un luogo-mentale in cui il protagonista viene messo a nudo nel ripercorrere i suoi traumi infantili e la sua relazione con Mona, donna matura con cui intraprese dei rapporti sadomaso, sublimazione del suo amore/odio nei confronti della violenta madre, ancora una volta accentuando la dimensione claustrofobica del personaggio (si pensi al bagno in cui, nella sua allucinazione, rischia di annegare). Sebbene Reed immobilizzi momentaneamente Jackie, non sarà mai capace di riappropriarsi di un fallocentrismo perduto, tanto che nel significativo finale sarà proprio lui a ritrovarsi legato e imbavagliato di fronte alla donna, che si lascia guidare alla ricerca della zona erogena in cui affondare il sensuale punteruolo da ghiaccio, chiaro riferimento all’arma della “fallica” Sharon Stone di Basic Instinct.

Un film sul desiderio del sadomasochismo: il mancato (quanto piacevole) soddisfacimento del piacere

<<L’attesa del piacere è essa stessa il piacere>> recita la celebre frase di Gotthold Ephraim Lessing.

Apparentemente, Piercing si delinea come film sul sadomasochismo, anche se il finale sembra decretarlo come una pellicola sul desiderio del sadomasochismo, sull’attesa della violenza e sull’incapacità del soddisfacimento libidico dato da una sospensione capace di restituire paradossalmente quel piacere ricercato. Nel cinema erotico giapponese dei cosiddetti pinku eiga, la sottomissione del partner si scandisce attraverso lunghe sequenze erotiche, in cui il desiderio dei personaggi maschili si concretizza in un vero e proprio controllo feticistico del corpo femminile; il sadomasochismo è una costante nel cinema nipponico, ma nei pinku eiga non c’è mai un reciproco darsi piacere, il che si riflette su una descrizione alienante non solo delle vite dei personaggi ma anche del loro spazio. Se autori come i già citati Cattet-Forzani (il cui cinema, nonostante le differenze estetiche, si avvicina all’orizzonte di Pesce) elogiano questo tipo di film mediante personaggi incapaci di soddisfare il proprio piacere se non nella violenza e nella distruzione del sé e del prossimo, in Pesce il soddisfacimento libidico non è impossibile, ma sembra costantemente sfuggito per intensificarne l’attesa, facendo in modo che quella “coazione a ripetere” freudiana inerente alla dominazione edipica di Mona e al suo omicidio non venga mai replicata, ma solo auspicata. Reed e Jackie si scambiano colpi, percosse, tentativi di dominio dell’altro, effusioni più romantiche, il tutto senza condurre a un vero e proprio rapporto sessuale, come espresso dall’emblematica battuta ricorrente <<Possiamo mangiare prima?>>, che interrompe la seduzione.

– Leonardo Magnante –

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