Oscar 2018 – Miglior film: La forma dell’acqua

La lotta era principalmente tra questo e Tre Manifesti a Ebbing, Missouri e alla fine la giuria ha deciso di premiare La forma dell’acqua. Di certo quest’anno titoli da ricordare ce ne erano diversi e devo dire che se avesse vinto il suo rivale principale o Scappa – Get Out sarei stata comunque soddisfatta come lo sono per questo risultato. Il visionario Guillermo del Toro porta in scena ciò che gli riesce meglio: le fiabe gotiche con suggestioni fantasy, ambientate in periodi storici difficili, in questo caso nel pieno della Guerra Fredda americana. La protagonista è una donna muta, Elisa (interpretata abilmente da Sally Hawkins), che vive la sua vita silenziosa con angoscia e tristezza, fino a quando, incaricate di ripulire un laboratorio segreto, lei e la collega Zelda (Octavia Spencer) si imbattono per caso in un esperimento governativo: una creatura squamosa dall’aspetto umanoide (ispirata senz’altro a quella presenta ne Il Mostro della laguna nera), tenuta in una vasca piena d’acqua. Come spesso accade in queste fiabe oscure, il “mostro” costruirà un rapporto ben più solido con Elisa di quanto lei avesse mai sperimentato con i suoi simili prima. Ma questa relazione dovrà fare presto i conti con il clima pieno di tensione della guerra fredda, incarnato dal dispotico Strickland (Michael Shannon), che per salvaguardare il proprio futuro e quel del suo Paese, è disposto ad ogni tipo di crudeltà.

“L’acqua prende la forma di tutto ciò che la contiene in quel momento e, anche se l’acqua può essere così delicata, resta anche la forza più potente e malleabile dell’universo. Vale anche per l’amore, non è vero? Non importa verso cosa lo rivolgiamo, l’amore resta se stesso sia verso un uomo, una donna o una creatura.” Questa è la descrizione che del Toro fa della sua pellicola, che con questa metafora dell’acqua crea ancora una volta un prodotto particolare, interessante e tecnicamente ben realizzato, avvalendosi di immagini che a  tratti ricordano il mondo surrealista, dove questo mondo acquatico ci ricorda un po’ Salvador Dalì. Lo fa utilizzando una gamma di colori sottomarini, con una particolare attenzione a tutte le sfumature del verde, che troneggia sulla pellicola sia nelle atmosfere che nei dettagli importanti, dall’acqua dove vive la creatura alla carta delle caramelle che Strickland mastica di continuo fino ad arrivare alle divise indossate da Elisa e Zelda. L’attenzione al cromatismo e l’impeccabile fotografia di Dan Laustsen – che riesce con la luce a dare una leggerezza all’immagine poetica – riescono dunque a trasportare lo spettatore in un universo diverso, dalla quale esce quasi con dispiacere.

La forma dell’acqua è un film dalle metafore già dette – sebbene sempre fin troppo attuali -, che però ricerca la sua bellezza al di là della trama, al di là dei contenuti e riesce a lasciare senza fiato per la sua costruzione così ben congegnata. Un ritorno ai capolavori di del Toro, sebbene ancora non ai livelli del suo titolo migliore, che ha conquistato senz’altro i cuori della critica, ma anche quelli del pubblico.

– Lidia Marino – 

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