Oggi Romeo e Giulietta veniva rappresentato per la prima volta

1Oggi, 30 gennaio, di 421 anni fa (nel 1595), Romeo e Giulietta veniva rappresentato per la prima volta a teatro. Decisamente un anniversario del quale parlare, perché, per quanto molti, me compresa, non lo reputino il capolavoro di Shakespeare, è inutile negare che si tratti di una delle sue opere più famose in assoluto, se non la più famosa. Ho sempre trovato questa tragedia meravigliosa, ma non migliore di altre scritte dal grande drammaturgo, eppure l’amore viscerale e proibito tra due fanciulli, che li spinge ad uccidersi per liberarsi dalle costrizioni terrene rimane una delle storie romantiche più apprezzate al mondo. Forse ad alcuni non riesce a colpire la storia proprio perché i suoi protagonisti sono così giovani e si conoscono così poco, ma del resto è proprio quel loro sentimento spontaneo, infantile, privo di domande e problemi che la mente adulta si sarebbe posta, che rende il loro atto ancora più insopportabile per le loro famiglie, che vengono logorate della morte di due ragazzi così pieni di vita e innocenti. Ad ogni modo, che ne siate affascinati o meno, il loro amore continuerà ad essere leggenda nei secoli.

E poi, diciamo grazie anche al nostro Romeo e alla nostra Giulietta dobbiamo molte rappresentazioni in altri frangenti, molti nuovi amori, che forse ci hanno colpito maggiormente che nella versione originale. Mi viene subito in mente il musical West Side Story, a voi no? Per non parlare delle riduzioni musicali (il poema sinfonico di Čajkovskij, il balletto di Prokof’ev, l’opera di Gounod, l’opera di Bellini I Capuleti e i Montecchi e tantissimi altri) e cinematografiche (fra le più popolari quelle dirette da Zeffirelli e Luhrmann). Insomma, sembra proprio che la frase pronunciata nel finale dal principe sia del tutto reale: “Ché mai vi fu una storia così piena di dolore come questa di Giulietta e del suo Romeo”, almeno nel cuore di molti autori successivi. Ma parliamo, dunque, dell’origini di questa tragedia, delle ispirazioni di Shakespeare: citiamo senz’altro Anzia, di Senofonte Efesio, dove compare una 2pozione simile al veleno, ma che produce, come in Giulietta solo uno stato letargico di morte apparente; la vicenda di Piramo e Tisbe, dalle Metamorfosi di Ovidio, dove i due protagonisti, allontanati dalle loro famiglie, sono costretti a incontrarsi di nascosto e, a causa di un fraintendimento, finiscono per uccidersi, proprio come i due giovani Shakespeariani; i nomi delle due famiglie in lotta li troviamo nella Commedia di Dante (precisamente nel canto VI del purgatorio, versi 105-106-107); la novella di Mariotto e Ganozza di Masuccio Salernitano, composta nel 1476, dove troviamo il matrimonio segreto, il frate dalla parte degli innamorati, la mischia in cui un cittadino di primo piano viene ucciso, l’esilio di Mariotto, il matrimonio forzato di Gianozza e la pozione, ma in questo finale Mariotto viene catturato e decapitato e Gianozza muore di dolore. L’ambientazione di Masuccio è però molto più solare, priva dell’atmosfera gotica anglosassone. Luigi da Porto ambienta poi una vicenda molto simile a Verona, rinominando i giovani Romeus e Giulietta: nella trama sono già presenti elementi chiave, come i personaggi corrispondenti a quelli di Shakespeare (Mercuzio, Tebaldo e Paride), la rissa, la morte di un cugino dell’amata causata da Romeo, il bando dalla città di quest’ultimo e la tragica fine di entrambi in cui Romeo prende un veleno e Giulietta si trafigge con un pugnale. Ad Arthur Brooke, che sembra essere la fonte primaria del Romeo and Juliet shakespeariano dobbiamo tra l’altro la felice invenzione della balia così come appare in Shakespeare, un po’ sboccata ma generosa con tutti, spontanea e dall’umorismo popolare.

La modifica sostanziale tra le versioni precedenti e quella di Shakespeare riguarda la moralità e il significato assegnato alla storia. Gli amanti diventarono personaggi archetipici dell’amore tragico, riflettendo allo stesso tempo la crisi del mondo culturale e sociale dell’epoca, in cui il Principe e la Chiesa non riescono più ad imporre l’ordine (il 3primo materiale e il secondo spirituale). Non c’è mai un’accusa ai due amanti, ma solo al contesto, arricchendo la trama a livello stilistico, con una maggiore caratterizzazione dei personaggi minori, tra cui Benvolio, cugino di Romeo e vicino al Principe, nelle funzioni di testimone della tragedia, la nutrice (appena accennata da Brooke) che rappresenta un momento di comica leggerezza, e infine Mercuzio, creatura shakespeariana di straordinaria potenzialità drammatica e figura emblematica, che incarna l’amore dionisiaco e vede la donna solo nel suo aspetto più immediatamente materiale. Romeo rivela però una concezione più alta, che innalza Giulietta oltre la pura materialità dell’amore: i due sono, come detto, puri nel vero senso della parola. Ed è per questo che il tempo viene compresso al massimo e il loro percorso drammaturgico si brucia in una sorta di rito sacrificale, con i due giovanissimi protagonisti travolti dagli avvenimenti, impedendo loro il passaggio ad un’età adulta e quindi alla maturazione che li avrebbe allontanati o resi più prudenti.

Nonostante il dramma, come molti di Shakespeare, sia ambientato in Italia, possiamo senz’altro scorgere sulla scena le paure diffuse in Inghilterra in seguito al formale distacco della Regina Elisabetta dalla Chiesa di Roma, che comportarono le Guerre di Religione francesi, la cui violenza era culminata, venti anni prima della composizione della tragedia, nella sanguinosa Notte di san Bartolomeo, e la lotta contro l’Invencible Armada, che vinse l’Inghilterra, ma che scagliò contro Elisabetta le ire di tutti i sovrani cattolici, diffondendo soprattutto a Londra un clima di paura, fomentato da intrighi di corte, spie, e non certo alleviato dalla discreta presenza di una comunità di drammaturghi italiani. Ed ecco che frate Lorenzo, benché motivato dalle migliori intenzioni, rappresenta una provvidenza avversa, che porta al 4suicidio di Romeo e Giulietta. Le arti magiche del frate, creatore della pozione narcotica, gettano una luce sinistra e provocano nel pubblico lo stesso terrore che si impossessa di Giulietta un istante prima di bere la fiala. Del resto, quando andiamo ad analizzare bene una storia nel suo contesto, non appare più banale come la credevate, eh? Riflettete anche sul fatto che il gotico inglese, grande amore di molti lettori (io per prima), muove i suoi primi passi proprio dal teatro elisabettiano, dove lo sfondo comprende proprio guglie di chiese e castelli anglosassoni, arricchito di stereotipi mutuati dal mondo cattolico che terrorizza, che incute timore, come la cripta dei delitti e delle torture, o le torbide vicende di amanti perseguitati dentro le mura di conventi spagnoli o italiani. Questo per cercare di rendere evidente anche a chi non apprezza quest’opera, quanto sia stata importante per la sua epoca, se non volete contare l’incredibile influenza che ha avuto nel corso dei secoli.

Perciò, pensate, proprio oggi, almeno secondo la tradizione, nell’allora The Theatre (che venne poi smantellato per la costruzione del Globe Theatre), andava in scena Romeo e Giulietta, recitato dai Lord Chamberlain’s Men, la compagnia del ciambellano Hunsdon che più tardi, nel 1603, prese il nome di King’s Men. Nella compagnia recitavano Richard Burbage e lo stesso Shakespeare. Burbage potrebbe essere stato il primo attore ad interpretare Romeo, con il giovane Robert Goffe nella parte di Giulietta. Oh sì, non c’erano ancora attrici donne, ve lo eravate dimenticato? Un applauso finale di 421 anni fa, che non ha mai smesso di risonare.

– Lidia Marino – 

 

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