Non Solo Classici – L’ultimo uomo di Mary Shelley

Mary Shelley è conosciuta al grande pubblico come l’autrice di Frankenstein, un libro che non ha bisogno di presentazioni. Ma se, lettore, ti dicessi che nel lontano 1826 la scrittrice ha pubblicato un romanzo apocalittico che  potrebbe quasi sembrare profetico? In questo appuntamento di Non solo classici voglio farti fare la conoscenza de L’ultimo uomo. Con il titolo originale The Last Man, Mary Shelley racconta la fine dell’umanità a causa della peste… Ma andiamo con ordine!

La Shelley scrive questo romanzo tra il 1824 e il 1825 quando, dopo aver perso suo marito e i suoi figli, tornata in Inghilterra apprende la notizia della morte del suo amico Lord Byron.

La storia si apre con il protagonista, dal genere sconosciuto, che afferma di aver scoperto nel 1818 una raccolta di scritti profetici su dei fogli da parte della Sibilla Cumana. Dopo averli riordinati decide di trasformarli in romanzo, scrivendo con la formula della prima persona ogni accadimento. Ambientato tra il 2073 e il 2100, L’ultimo uomo si svolge in Inghilterra in un regno che regno più non è. La scrittrice, che evita riferimenti e possibili tecnologie future, racconta come un mondo cosmopolita trova la catastrofe a causa della Peste, che si diffonde grazie alla politica. Tra le pagine della Shelley il morbo si espande schiacciando sogni e ambizioni, senza distinzione di sesso, classi sociali e di etnie… come ogni malattia degna di questo nome. La storia dei protagonisti sembra andare a braccetto con la diffusione dell’epidemia che, oltre a decimare la popolazione, rivela un “sole nero” dal quale solo L’Irlanda e l’Inghilterra sembrano salvarsi, almeno inizialmente. Cupa e tormentata, questa storia riflette il dolore lacerante dell’autrice: il personaggio di Adrian rappresenta il defunto marito di Mary, Lord Raymond quello di Lord Byron e Lionel, che rimane l’ultima persona del gruppo degli eletti, sembra essere l’autrice stessa.

Tuttavia all’epoca il romanzo fu fortemente maltrattato dalla critica rimanendo praticamente invenduto. Questo fino al 1965 quando le pagine della Shelley riescono a guadagnarsi il loro giusto posto nella letteratura.

Non posso non concludere ricordando che queste pagine sono una sorta di dono che la scrittrice fa al dolore che prova riuscendo, con la maestria che solo la penna di Frankestein può fare, a tramandare il passato anticipando il futuro.

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Buona lettura.

– Giuseppina Serafina Marzocca –

 

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