Neologismi: la lingua ai tempi dei social

1Questi anni dieci del XXI secolo sono stati gli anni dei grandi cambiamenti politici, economici, nazionali e soprattutto culturali. Internet e tutto ciò che riguarda la tecnologia hanno vissuto quelli che possiamo considerare come i loro anni d’oro. E la lingua italiana non ha potuto fare altro che adeguarsi a questi cambiamenti apportando delle modifiche al nostro modo di comunicare. Siamo infatti abituati ormai a sentire parole come googlare, twittare, taggare… Fanno parte di un linguaggio comune a cui le nuove generazioni sono già abituate e le vecchie generazioni sono state ormai del tutto convertite. Tutt’altra storia sono i neologismi di questo ultimo anno: parole nuove che nascono proprio dal mondo del web ma che con esso hanno ben poco a che fare; non sono tecnicismi ma parole che se hanno giusta musicalità e influenza diventano ben presto di uso quotidiano-non sempre vengono utilizzate in contesti ben precisi- fino ad espandersi a macchia d’olio e poi finire in disuso rimpiazzati da qualche nuovo modo di dire.

Esempio più classico potrebbe essere selfie: chi ormai non usa questa parola? Da quando i cellulari sono stati dotati di telecamera frontale il selfie è diventato il metodo più pratico per immortalarsi. Non c’è età, tutti ormai sanno che farsi un selfie vuol dire fotografarsi da soli con il telefono in quella che sarà una foto in grado di raffigurare i nostri volti e poco altro ancora intorno a noi. Si potrebbe dire che ha sostituito i cari vecchi autoscatti, roba ormai vintage, ma perlomeno regalava inquadrature più ampie, probabilmente con messe a fuoco più carenti. Passiamo poi a Ciaone: uti2lizzato soprattutto a Roma è diventata parola di uso comune dopo che la cantante Emma Marrone lo ha più volte utilizzato durante il serale di Amici. Il significato? Solitamente viene usato al posto di vabbè, ciao, che stai dicendo? O meglio dopo questa ti sfido a far di meglio, ma è diventato di così comune utilizzo da non aver più un significato preciso: piazzato un po’ in qualunque occasione in cui suonava bene,è diventata una parola camaleonte, si adatta a diverse interpretazioni. Je suis + nome o riferimenti vari: è divenuto il modo in cui il web dimostra solidarietà a situazioni spiacevoli, attentati, tragedie o quant’altro. Nacque in seguito all’attentato francese nella sede di Charlie Hebdo ed è stato più volte utilizzato per simboleggiare appartenenza,vicinanza a qualche situazione o avvenimento particolare. Spesso anche ironizzando. Brexit è la parola che è stata coniata per indicare l’eclatante decisione della Gran Bretagna di uscire dall’Unione Europea. Per satira e non (ad esempio per la Grecia si parlò immediatamente di Grexit) è stata modificata in più e più modi dando vita a nuovi neologismi che hanno come suffisso –exit (dall’inglese: uscire). In materia di rapporti sociali abbiamo invece la Friendzone: quello che è comunemente considerato ricevere un due di picche da qualcuno che ci piace, magari giustificandolo con siamo solo amici. Insomma uomo o donna che si innamora del suo migliore amico e che non riesce a far breccia del cuore dell’altro rimanendo relegato in quella che è la Friendzone, zona-amica per l’appunto.

Ultimissimo acquisto è stato il termine Webete ideato dal geniale e sagace Enrico Mentana: conosciuto per le sue risposte piccate sul web, esasperato dall’ennesimo commento idiota che ha dovuto leggere sulla sua pagina Facebook 3ha coniato questa nuova parola affinché raggruppasse tutti quei leoni da tastiera pronti a commentare,giudicare,inveire riguardo a qualsivoglia argomento senza saperne nulla a riguardo e senza avere le conoscenze adatte per farlo. Inutile dirlo, dopo poche ore era la parola più utilizzata su internet ed Hashtag di punta su twitter. A tal proposito possiamo considerare neologismo anche Hashtag, cancelletto con cui vengono evidenziate le parole su Twitter o altri social per essere facilitato il reindirizzamento a un dato discorso. C’è da dire che la diffusione di queste nuove parole o modi di dire deve molto al mondo di Twitter: in quei 140 caratteri gli utenti riescono a modificare e controllare molto di quello che è il nostro modo di parlare. Basta che la parola venga utilizzata in più tweet tramite Hashtag e subito diviene tendenza ed è così accessibile a tutti. Che sia per curiosità o per interesse la parola raggiunge tutti noi e immancabilmente diviene di utilizzo comune anche fuori dai social. Sembra un meccanismo contorto, ma in realtà è facile ed immediato. Certo, non vale così per tutte le parole, solo quelle più curiose o che trovano l’apprezzamento dei più poi riescono effettivamente a fuoriuscire dal web ma è comunque un fenomeno più diffuso di quanto possiamo credere. Senza rendercene conto Twitter è diventata la nuova fucina della lingua italiana, lo Zanichelli di nuova generazione: si creano nuove parole, si risolvono dubbi e si trasmettono informazioni e quindi modi di dire.

Discorso questo che poi si potrebbe estendere a tutto il  web: ogni dubbio, ogni parola o notizia sentita può essere cercata su Google e poi assimilata. Non ci sono più segreti: le origini delle parole passano da internet. Dopo gli Anglicismi, parole inglesi che sono entrate prepotentemente nei nostri discorsi,sostituendo nostre parole o traducendo ciò che in Italiano non esiste, adesso la lingua dello stivale,e non solo, deve fare i conti con le parole dei social: termini che hanno vita in conversazioni online e che finiscono per entrare di tutto diritto nel linguaggio di tutti noi,nessuno escluso. Del resto la lingua è vita ed è in continuo movimento, proprio come tutti noi.

– Jessica Bua – 

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