Natalie Portman e la sua Jackie

Ottimo film, propensione dell’Academy per i ruoli storici, di nuovo incinta, come la volta che ottenne la statuetta per Black Swan: i presupposti c’erano tutti per far arrivare Natalie Portman a quota due Oscar come Miglior Protagonista. Così non è stato, perché, come spesso bisogna ricordare, ci sono edizioni e edizioni della Notte più importante del Cinema. Come da me già scritto nell’articolo dedicato alla categoria maschile, infatti, delle volte iterpretazioni mediocri vincono l’anno, a causa della scarsa concorrenza, e altre volte, invece, ottime interpretazioni perdono perché in lotta con altrettante ottime interpretazioni. Questo è stato il caso della nostra Natalie, che concorreva per il film Jackie, incentrato sulle vicende di Jacqueline Kennedy ai tempi in cui era stata first lady alla Casa Bianca e sulla sua vita in seguito all’assassinio del marito, il presidente John F. Kennedy.

“Per prepararmi ho ascoltato molte sue registrazioni e mi sono resa conto che Jackie in pubblico era molto diversa rispetto al privato. Persino la voce cambiava, in pubblico sembrava molto più timida”, ha raccontato la Portman del suo ruolo, che l’ha avvinta molto e affascinata, nelle mille sfumature di questo personaggio mai del tutto inquadrato. Jackie aveva molte anime, tutte profondamente diverse tra di loro: quella timida col sorriso sghembo; quella tenace e orgogliosa e quella misteriosa, sconosciuta ai più. La bellezza del film e il talento della sua protagonista sono nascosti proprio in questo quadro sfocato, che non vuole essere definito, né potrebbe esserlo. “Non so se è stato il ruolo più difficile, ma di sicuro è stato quello più pericoloso, perché tutti sanno com’era Jackie Kennedy. Non sono mai stata una grande imitatrice ma ho fatto del mio meglio”: una modestia non necessaria, per una recitazione impeccabile in un film completamente incentrato su di lei.

Un film che per la prima volta narra di quell’omicidio tanto famoso solo ed esclusivamente dal punto di vista della moglie, immedesimandosi nei panni di chi, quella mattina, si ritrovò all’improvviso il proprio compagno sanguinante tra le mani e la propria vita cambiata per sempre. Ma non ci sono ostentazione di dolore, non ci sono tentativi di rendere Jackie una persona perfetta, ma anzi una voglia non indifferente di umanizzarla quanto più possibile da parte del regista. Una differenza importante tra l’immagine esterna e quella naturale, che la Portman, con i suoi studi accurati, è riuscita a riprodurre fedelmente sullo schermo: “Sono d’accordo con Pablo quando dice che questo è un film biografico che non dà risposte. Lo spettatore lo deve ingoiare e digerire da sé. Anche dopo la visione resti frastornato, senza parametri veri e propri” è come descrive la pellicola la Portman. E noi ci compiaciamo di questo intento, che porta alla luce qualcosa, ma non intende risolvere alcuna enigma.

– Lidia Marino – 

 

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