L’uomo di neve… o di noia?

Sono andata al cinema a vedere L’uomo di Neve. Ammetto di essere stata attirata soprattutto dalla conturbante presenza di Fassbender. Di Jo Nesbo, autore della saga letteraria del detective Harry Hole di cui questo film costituirebbe il 7° capitolo, ho letto solo il romanzo Sangue e neve, facente parte di un’altra saga. Ma dato che l’ho trovato davvero ben scritto ho iniziato a recuperare tutti i suoi romanzi, e quando li avrò tutti inizierò a leggerli. Questo prologo per dire che purtroppo non conosco il mondo in cui si muove Harry Hole e che quindi sono entrata in sala, temendo di non riuscire a cogliere eventuali riferimenti alle precedenti sei avventure, ma confidando che, dal momento che hanno scelto di iniziare dalla settima, si fossero premurati di rendere la storia fruibile per tutti. Posso dire a tutti quelli nella mia condizione che l’ostacolo non è la mancata pregressa conoscenza. L’ostacolo è rappresentato dal fatto che è un film moscio, sotto ogni aspetto.

Ma andiamo con ordine. Abbiamo il classico detective burbero ma dal cuore d’oro, geniale ma con una vita personale incasinata e dedito alla bottiglia. Già letto, già visto, già tutto. Mi piange il cuore nel dire che il buon Fassbender non ha fatto nemmeno il più piccolo sforzo per rendere interessante questo stereotipo letterario/cinematografico. Harry Hole beve, dorme in posti strani, parla con la ex e con l’ex figliastro, interagisce con i colleghi e conduce le indagini con una flemma, un apparente menefreghismo che ti fa solo sbadigliare. Harry e Michael vanno avanti per inerzia, senza un reale interesse né per la vita né per il caso che stanno seguendo. Vi dico che i picchi di noia erano talmente alti che sono arrivata a notare, in più di un’inquadratura, il fatto che Fassy ha i lobi delle orecchie molto grassi. Afferrato la gravità della situazione?

Sicuramente chi legge Nesbo si sarà emozionato nel vedere sul grande schermo i personaggi a cui, romanzo dopo romanzo, si è affezionato. Ma permettetemi di avere dei dubbi anche su questo. Nel film ho assistito ad una penosa sfilata di cliché (l’ex ancora innamorata, la detective con una vendetta personale da compiere, il politico viscido) senza anima, interpretati da attori che, a voler essere gentili, hanno evidente scelto uno stile recitativo “minimalista”. Impossibile entrare in empatia con anche solo uno di loro. A dirigere questa barbosa fiera dello stereotipo troviamo Tomas Alfredson, che personalmente detesto cordialmente ma tenacemente dai tempi di Lasciami entrare (2 ore e 20 minuti di vita persi per sempre). Alfredson ci mostra diverse storie su almeno due piani temporali senza mai segnalare in alcun modo lo stacco, appiattendo tutto; trama personaggi, emozioni, motivazioni… Tutto procede con lentezza esasperante, ma soprattutto procede per inerzia, visto che i fatti sembrano semplicemente accadere, senza una vera volontà dietro. In tutto questo pastone senza senso stai lì, seduto nel buio della sala, in attesa degli sviluppi della sottotrama thriller (sì, perché il fatto che c’è un serial killer in azione viene dimenticato per intere sequenze), in attesa che il film inizi. Ma il film non inizia mai.

Personalmente ho capito chi era il killer dopo poche inquadrature, ma non certo per bravura mia; ce l’aveva scritto in fronte. E perché questo tizio è diventato un killer? La motivazione c’è, ce la mostrano, ma come tutto il resto è molto confusa. Quando ha iniziato ad uccidere? Non è chiaro. Ogni quanto entra in azione? Così, a casaccio. La sua vittimologia è coerente? Assolutamente no, poiché uccide diverse donne per motivi più o meno simili, ma chiunque abbia visto anche un solo episodio di Criminal Minds sa che una vittimologia coerente è alla base della storia personale di ogni killer. E qui di coerenza non v’è traccia. Perché scrive messaggi prima un inguardabile Val Kilmer (sembra una vecchia che si sia fatta iniezioni di olio sottopelle) e poi Harry Hole? Non è una reale sfida, né vuole essere fermato. Nulla, nulla è coerente in questo film in generale e nella costruzione del serial killer in particolare. La sfida finale è quanto di più piatto e ridicolo fosse possibile immaginare.

Il commento musicale di Marco Beltrami non si fa né notare né tantomeno ricordare. Unico pregio, la fotografia, che cattura scenari di bellezza mozzafiato nella innevata Norvegia. In conclusione, L’uomo di neve è un film diretto e recitato senza un briciolo di passione e che non trasmette nessuna emozione ad esclusione della noia e del fastidio. Peccato. Un’occasione mancata.

– Monia Guredda – 

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