L’occhio di Medusa: The Witcher 1×01

L’occhio di Medusa: The Witcher 1×01, pilot della serie Netflix dedicata allo strigo Geralt di Rivia.L’occhio di Medusa: The Witcher 1×01

Bentornati, miei fedeli amici di Game of Thrones. Oh, non fate quella faccia: so che ciò che vi ha spinti ad aprire questo articolo non è l’interesse per la rubrica – o non solo – bensì il fatto che abbiate visto The Witcher come il successore dello show HBO. Mi spiace dirvelo, ma non sarà così. Senza dubbio abbiamo davanti un prodotto di qualità, niente di messo insieme all’ultimo minuto, ma a livello di contenuti l’epicità può essere raggiunta senza affrontare le stesse tematiche di Game of Thrones; non ci saranno moltitudini di punti di vista, non ci saranno decine di storyline, non ci saranno draghi. Beh, tranne uno. Spoiler.

La saga di Geralt di Rivia mi è molto cara, quindi non pensiate che ve la stia sconsigliando; al contrario, aprite quei libri e immergetevi nella scrittura di Sapkowski, che un attimo prima vi fa ridere e l’attimo dopo vi costringe a piangere tutte le vostre lacrime. Vorrei solo che, se non l’avete già intuito da questa prima puntata, vi approcciaste a The Witcher in maniera differente, vedendolo non come uno show successore, ma come un prodotto a sé stante. E che si spera, a livello di trasposizione televisiva, possa essere altamente valido.

Basta chiacchiere però: è il momento di iniziare con il commento del pilot. Per il motivo di cui sopra immagino ci saranno già moltissime recensioni della prima stagione – che sto evitando come la peste per non farmi spoiler – quindi ho deciso di affrontare la serie in maniera differente. Questi primi otto episodi si basano, almeno per quanto riguarda la storyline di Geralt, sui racconti contenuti nelle raccolte Il guardiano degli innocenti e La spada del destino. Ciò significa in primo luogo che, come ho sempre sostenuto, i racconti formano la base per i romanzi e non vanno assolutamente saltati; in secondo luogo, ho intenzione di analizzare versione cartacea e trasposizione televisiva dei suddetti racconti, illustrandovi curiosità ed eventuali modifiche e facendo ovviamente cenno anche al resto dell’episodio.

Pilot. Il witcher Geralt di Rivia ha appena ucciso una kikimora, uno schifosissimo aracnide gigante, e si reca nella vicina Blaviken nella speranza di trovare qualcuno – di solito il margravio o il sindaco – disposto a pagare per il servizio reso alla comunità. L’introduzione è diversa, ma poco importa: il primo impatto che Geralt ha con la gente del posto è spesso quello mostrato nel pilot, perché le sue condizioni di mutante e assassino a pagamento lo rendono malvisto ovunque vada; chi lo conosce sa che Geralt uccide mostri per lavoro, ma chi ne ha soltanto sentito parlare è consapevole che, volente o nolente, il witcher si porti dietro una scia di cadaveri. Partiamo subito sottolineando che Henry Cavill sembra perfetto per la parte – e lo dico da fan sfegatata di libri e videogiochi; perfetta anche la sua voce, che rende meno in italiano sebbene il doppiaggio si dimostri azzeccato per il resto dei personaggi.

Geralt apprende che nessuno aveva messo una taglia sulla kikimora, ma che il mago Irion potrebbe essere interessato alle componenti del mostro; guidato da una ragazzina decisamente poco simpatica il witcher arriva alla torre del mago, scoprendo che in realtà si tratta di Stregobor, che nel racconto era una sua vecchia conoscenza. Perché tutte queste modifiche apparentemente insignificanti? Quanto costava lasciare l’amicizia tra Geralt e il capovillaggio o l’incontro con uomo al witcher già noto? Costava, costava eccome: non avrebbe avuto lo stesso impatto. L’episodio è ispirato a Il male minore, terzo racconto de Il guardiano degli innocenti, e questo significa che il lettore ha già sperimentato la cattiva luce sotto cui vive Geralt e la narrazione dei primi incontri con creature o persone legate alla magia; apportando queste modifiche, invece, è possibile dare anche allo spettatore la capacità di apprendere fin da subito la vita di un witcher. Avrebbero potuto trasporre ogni racconto e partire dall’inizio, come è stato fatto con il video introduttivo del primo videogioco – la strige Adda – ma chiedete a chiunque conosca la saga cartacea: quasi tutti vi risponderanno che la sola vicenda da cui si potesse partire era quella narrata ne Il male minore. Perché è una vicenda appassionante, certo, perché Renfri è un bel personaggio e perché si tratta di una delle più evidenti rivisitazioni di una fiaba classica; soprattutto, però, perché questo è il racconto che maggiormente mostra l’incapacità di Geralt di restare neutrale, nonostante la sua vocazione e il suo desiderio.

Le vicende si svolgono pressoché come nel racconto, ma c’è un’altra differenza sostanziale che, al contrario delle precedenti, mi ha fatto storcere il naso. Come lettori e giocatori sanno ormai bene, molte delle missioni del witcher sono legate a reinterpretazioni di fiabe e leggende; questa era una delle più evidenti e note, cioè Biancaneve. Stregobor non si sofferma sulla storia di Renfri quanto aveva fatto nel libro: la principessa è la figliastra della regina Aridea, la quale possedeva lo Specchio di Nehalena a cui spesso si rivolgeva; come commenta Geralt, “con la solita domanda, suppongo: ‘Chi è la più bella del reame?’”. Aridea non era però gelosa della figlia, o almeno questa non era la motivazione principale per spingerla ad assoldare un sicario, un “guardacaccia”. Ricordate, senza fare spoiler, le vicende narrate in Blood & Wine? La piccola Renfri era affetta dalla Maledizione del Sole Nero: nata durante un’eclissi, portava in sé un’innata malvagità che fin da bambina aveva cominciato a manifestare. Vero o falso? Chi delle due era veramente crudele e chi nel giusto? Aridea, che voleva evitare la disgrazia del proprio regno, o Renfri, il cui unico desiderio era vivere in pace?

Dopo avere ucciso il sicario che la violentò, Renfri fuggì e si unì a un gruppo di sette gnomi, diventando la fuorilegge priva di cuore come l’avevano sempre descritta. È chiaro che, messi da parte i riferimenti a Biancaneve, la trama regga comunque, però è un peccato dato che si tratta di una prerogativa delle storie di Sapkowski. Torniamo quindi all’episodio e alla richiesta di Stregobor di uccidere Renfri per evitare ulteriori morti; al contrario la ragazza chiede a Geralt di fare altrettanto con il mago, in modo da avere salva la vita e compiere la sua vendetta. La fiducia di Stregobor negli effetti della maledizioni potrebbe essere ben riposta, ma questo non lo rende simpatico agli occhi degli spettatori, mentre Renfri è accattivante, ribelle, un donna in cerca di libertà e giustizia. Silente e Grindelwald parlavano di Bene superiore, mentre Renfri e Stregobor di Male minore: sono consapevoli che ci andrà di mezzo almeno un omicidio, conoscono le conseguenze delle proprie azioni, ma è l’una o l’altra. Non ci sono vie di mezzo. E Geralt, pur non schierandosi, si ritrova a combattere per salvare Blaviken.

Il duello contro gli uomini di Renfri è stato deludente, ma ancora una volta bisogna guardare a esso come a un’introduzione al personaggio: Geralt ha ucciso una kikimora e ben sette persone senza farsi niente, non perché loro fossero deboli, bensì grazie alle sue abilità e all’uso del segno Aard; contro Renfri invece non può neanche la magia e quindi Axii non può farle cambiare idea, in più lo scontro mostra anche l’agilità e la padronanza della spada da parte della principessa. Non erano gli avversari di Geralt a essere scarsi: è Renfri a essere il primo “boss” – anche se di certo aiuta il tentativo di Geralt di non ucciderla, perché seppure abile resta comunque un’umana. Come riconoscimento per avere evitato la strage al mercato della città, Geralt ottiene sassi e insulti. È il Macellaio di Blaviken, colui che non solo ha sterminato una banda che ancora non aveva fatto del male a nessuno del posto – e che a conti fatti poteva risultare un gruppo di innocenti avventurieri, ma non spingiamoci troppo oltre; Geralt ha perfino mostrato il combattimento di un mutante, che sa esattamente dove colpire e lo fa con brutale ferocia. Alla fine, il cadavere senza testa di una delle vittime è la prima cosa che vedono Stregobor e i cittadini di Blaviken.

In sostanza, si è trattata di una buona trasposizione, però non voglio ancora spingermi troppo oltre. Facciamo qualche cenno all’altra storyline, quella dedicata a Cirilla. È una Ciri ben diversa dal videogioco perché ha all’incirca dieci anni di meno – è un’undicenne nei libri, mentre ha un’età per ora indefinita nella serie televisiva – e ha vissuto molte meno esperienze; è già chiara però la sua indole ribelle, la volontà di scendere tra i sudditi per giocare e l’incapacità di nonno Eist di avere l’ultima parola in un confronto con lei. Ecco, forse è questa la vera pecca dell’episodio: Eist è un uomo di Skellige; per quanto ami sua moglie, per quanto abbia cercato di adattarsi alla moda di Cintra, resta comunque strano in quelle vesti, mentre Saccoditopo – Ermellino nel gioco – si differenzia dal resto della corte.

Ciri vive con sua nonna Calanthe, regina di Cintra, una donna che ha combattuto in prima linea e che intende farlo ancora, quando Nilfgaard attaccherà, che purtroppo è ciò che avviene entro il termine dell’episodio. Ciri è costretta a fuggire mentre la città capitola e questa è una scelta che mi è piaciuta: nei libri, Calanthe è disposta a far uccidere la nipote purché non cada in mani nemiche. E un motivo c’è, e anche grosso. Nella serie televisiva, invece, Calanthe fa distribuire il veleno solo ai nobili suoi ospiti, risparmiando così loro l’onta di essere ridotti in schiavitù, poi lei stessa si toglie la vita. Chapeau.

Durante la fuga, Ciri incappa nella figura il cui ricordo la tormenterà per tutta l’infanzia: il cavaliere con l’elmo alato. Nei libri la ragazza non ricorda esattamente ciò che sia accaduto, portando il lettore a temere il peggio visto il trauma che la accompagna, però qui già vediamo che non le è stato fatto nulla di male. Il famoso cavaliere, un nilfgaardiano, altro non sarà che un grande personaggio della saga. Non ero convinta del casting, ma ora comincio a cambiare idea, anche se avrei voluto che il suo volto rimanesse celato come alla Ciri dei libri.

Concludendo, questo pilot mi è piaciuto. Un paio di adattamenti mi hanno fatto storcere il naso, ma i restanti erano giustificati e hanno avuto l’effetto sperato. Ci vediamo con il secondo episodio!

– Medusa –

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