Lo sviluppo artistico nell’Età Elisabettiana

2Qualche settimana fa abbiamo parlato dell’epoca vittoriana, un periodo storico inglese molto amato dalla letteratura, ma anche dalle trasposizioni artistiche di qualunque tipo. Ebbene oggi ne andiamo a vedere un altro, importante e indissolubilmente legato all’arte, collegato ad un’altra grande sovrana britannica. 1558-1625: questi sono gli anni in cui nasce e si sviluppa quella che viene definita l’era elisabettiana della storia inglese. Prendendo il nome dall’affascinante personaggio della “Regina Vergine” Elisabetta I, comprendendo tuttavia anche il regno del suo successore Giacomo I, l’Età Elisabettiana è fin da subito destinata ad essere ricordata tra i più fecondi periodi vissuti dall’Inghilterra, in grado di influenzare gli avvenimenti nel resto del mondo e per gli anni a venire. Per prima cosa, sotto il regno di Elisabetta lo sviluppo economico fu sorprendente, soprattutto grazie all’impulso che venne dato alla potenza navale; l’esempio più evidente fu la costituzione della Compagnia Britannica delle Indie Orientali, grazie alla quale l’Inghilterra ebbe il monopolio totale del commercio, appunto, nell’Oceano Indiano.

Ma questi sono soprattutto gli anni dello sviluppo culturale e di un’eccezionale condizione creativa dal punto di vista teatrale: erano attive circa una decina di compagnie che operavano regolarmente nei quattro teatri di Londra, tra cui ad esempio il Theatre di James Burbage; dominano la scena attori come Edward Alleyn nei ruoli tragici, Tartleton, autori come Thomas Kyd, Ben Jonson, John Webster e Cristopher Marlowe che fece rappresentare il suo Tamerlano nel 1587. Tuttavia è solo uno l’autore destinato a rappresentare l’età elisabettiana per i successivi secoli, giungendo sino a noi grazie ai suoi personaggi ricchi di sfumature, vittime e insieme carnefici, complessi e non costretti in pochi elementi che li renderebbero classiche maschere. Stiamo parlando, ovviamente, di William Shakespeare, massimo esponente del teatro inglese tout court e della drammaturgia in genere. Il genio di Shakespeare, autore di 37 testi teatrali, 154 sonetti e altri poemi, è certamente indiscusso se pensiamo che in tutti questi secoli ha continuato a toccare gli animi dei lettori. Tramite i suoi famosissimi testi, come Giulio Cesare, Re Lear, Romeo e Giulietta, Macbeth, Sogno di una notte di mezza estate, Riccardo III, e Amleto su tutti, Shakespeare parla di arte, filosofia, politica, morale. Parla dell’animo 1umano. E per questo è sempre moderno. I suoi drammi vivono in bilico tra i vari generi letterari: la commedia è a tratti troppo tragica, la tragedia rischia di essere troppo comica. Tutto è al servizio della precarietà e della poca nitidezza su cui viaggia continuamente la condizione umana. Destinato a non trovare arresto di successo nei successivi quattro secoli, Shakespeare rappresenta perfettamente il suo tempo e le modificazioni spirituali che l’Inghilterra e il resto d’Europa stanno vivendo.

Questi sono ancora gli anni delle rivoluzioni rinascimentali che determinano l’insanabile conflitto tra scienza e fede che si vede spodestata del suo ruolo di faro guida della civiltà occidentale. Basti pensare ad alcuni dei personaggi che si scontrarono con la Chiesa in questi anni: Giordano Bruno condannato al rogo, Tommaso Campanella perseguitato dall’Inquisizione, Galileo Galilei processato e costretto a rinnegare le sue straordinarie scoperte. Ma questi sono anche e soprattutto gli anni della Riforma, le cui ragioni sono sia di carattere morale, dovute al degrado e alla corruzione della Chiesa (la vendita delle indulgenze era una pratica che dalla Germania era ormai arrivata in altre parti d’Europa), sia di carattere politico, in quanto il clero auspicava privilegi economici e di potere. Specialmente in Inghilterra il conflitto con il papato era mosso da motivi politici: l’obiettivo era quello di trasferire al re solo la giurisdizione ecclesiastica che prima spettava, appunto, al papa. Le opere di questi anni sono per questo caratterizzate dall’angoscia che è il trapasso di un’epoca, la difficoltà dell’uomo di conoscere il proprio destino, a cavallo tra due concezioni diverse della propria missione nel mondo: quella cattolica e quella protestante. E allora non diventa più un caso fortuito il fatto che Shakespeare sia stato fonte di ispirazione per tutta la cultura successiva al 1600, con una particolare concentrazione nel XX secolo, quando un rinnovato interesse per la poetica shakespeariana porta teorici e registi teatrali, quali ad esempio Edward Gordon Craig, William Poel, Hilton Edwards, a riportare in voga l’estetica elisabettiana. Il cinema non è da meno: Shakespeare è l’autore più trasposto in assoluto, con più di 300 film che vanno dalle versioni più o meno fedeli, a quelli vagamente ispirati alle sue storie, alla 3parodia pura. Nascono così West Side Story (1961) diretto da Jerome Robbins e Robert Wise, ispirato alla vicenda di Romeo e Giulietta; Vogliamo vivere! (1942) di Ernst Lubitsch, pungente satira del nazismo, dove un personaggio di contorno recita le parole di Shylock del Mercante di Venezia; Macbeth (1971) di Roman Polanski, una lettura particolarmente sanguinolenta, influenzata probabilmente dal recente omicidio della moglie incinta e di alcuni amici per mano di una setta satanica; Romeo + Giulietta di William Shakespeare (1996) di Buz Luhrmann, estremamente fedele nel testo, ma ambientato in epoca moderna, con un giovane e promettente Leonardo DiCaprio nei panni di Romeo, Clare Danes in quelli di Giulietta, uno splendido Mercutio nero interpretato da Michael Perrineau e il Tebaldo messicano di John Leguiamo, pistole al posto di spade, vorticose corse in macchine di lusso e la delicata e metaforica Regina Mab trasformata in una droga sotto forma di pasticca che Romeo assume prima di andare alla festa dei Capuleti. Su tutti dominano i grandi esempi di Laurence Olivier, Orson Welles e il più recente Kenneth Branagh che hanno fatto dello studio di Shakespeare la loro ragione di vita artistica.

Se ancora oggi teorici, scrittori, registi teatrali e cinematografici, sentono il bisogno di guardare all’età elisabettiana, forse è perché sentono ancora il bisogno di quello splendore culturale, di quella ricchezza artistica. O forse è perché quell’inadeguatezza esistenziale non è mai stata superata, e siamo ancora tutti “i buffoni del destino”.

– Elena Pisa –

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