Lizzie Borden e i film

Ha da poco varcato la soglia delle sale cinematografiche americane, il 14 settembre, un nuovo film dal titolo: “Lizzie”. Il film, ispirato ad un reale fatto di cronaca, racconta la storia di Lizzie Borden, una ragazza accusata di aver ucciso i suoi genitori, a colpi d’ascia, nel 1892. Nella pellicola troviamo la candidata all’Oscar Chloë Sevigny, nei panni della protagonista Lizzie Borden, e Kristen Stewart nei panni di Bridget Sullivan, ovvero la cameriera di casa Borden. Le due donne, nel film, danno vita ad una segreta intimità che scatenerà un gesto estremo e impensabile.

Il primo trailer del film viene rilasciato, in America, il 4 agosto, giorno in cui si celebra il 126° anniversario di quel famigerato omicidio, a Fall River nel Massachusetts. Tuttavia, il regista Craig William non è stato il primo a lavorare su uno dei casi più misteriosi d’America. Nel 2014 Nick Gomez dirige il film “Il caso di Lizzie Borden”, (Lizzie Borden Took an Axe), con Christina Ricci. In questo film, che è davvero fedele alla storia originale e senza “storie amorose acchiappa pubblico”, la ex piccola Mercoledì Addams interpreta il ruolo di Lizzie alla perfezione, tanto da interpretarla anche nella miniserie tv, nata dopo il film, dal titolo “The Lizzie Borden Chronicles”; serie che racconta la vita di Lizzie dopo il processo per la morte dei suoi genitori.

Dopo aver scritto delle pellicole credo sia giusto ricordare cosa accadde nel lontano 1892 e guardare da vicino chi era davvero la trentaduenne Lizzie Borden.

A Fall River, in una modesta palazzina, vive la famiglia Borden composta da Andrew Borden, la sua seconda moglie Abby Borden, le figlie Emma, all’epoca dei fatti di 42 anni, Lizzie, di 32, e, da qualche tempo, una domestica, d’origini irlandesi, Bridget Sullivan. La mattina del 4 agosto del 1892, come di consuetudine, i coniugi Borden si svegliano presto. Quel giorno la figlia maggiore è in vacanza da alcuni parenti. Lizzie, invece, dorme e scende solo dopo che suo zio materno, John Morse, lascia la casa, dopo una sua visita del giorno prima. Intanto, la mattina trascorre quieta: Andrew si reca, verso le nove del mattino, nel centro della città per occuparsi dei suoi affari e sua moglie, Abby (odiata da entrambe le figlie), sale al piano superiore per rifare i letti. Verso le 10.30 Andrew torna a casa ed è costretto a farsi aprire dalla cameriera perché trova la porta d’ingresso bloccata. Lizzie scende al piano di sotto per informare suo padre che “la signora Borden” (chiamata così dalle due sorelle) si è allontanata a causa di un biglietto inviatole da un’amica malata. Dopo aver appreso la notizia l’uomo decide di riposare sul divano in salotto e la cameriera a causa, forse, di un po’ di influenza chiede il permesso per potersi riposare nella sua stanza. Ma un urlo irrompe nella quiete della mattinata ed è quello di Lizzie, sconvolta per aver trovato suo padre morto, grazie ad 11 colpi d’ascia. Tutti accorrono dai Borden e ispezionando la casa, per trovare un possibile estraneo, trovano il corpo senza vita di Abby Borden, uccisa con 19 colpi d’ascia. La donna viene trovata in una pozza di sangue scuro e rappreso, il che rende chiaro che deve essere stata uccisa almeno un’ora prima di suo marito. Contro la figlia minore non ci sono, nell’immediato, prove concrete ma solo la certezza che nessuno sia entrato in casa. Il movente? Il solito, ovvero l’interesse economico. Andrew Borden era conosciuto per la sua avarizia e Lizzie temeva che il loro patrimonio finisse nelle mani della famiglia della sua matrigna. Per l’accusa è un’evidente menzogna la storia del biglietto ricevuto dalla signora Borden, e quindi è anche una menzogna l’averla vista uscire di casa. Un altro indizio contro la più giovane della famiglia è la testimonianza di un’amica che racconta di aver visto Lizzie bruciare un suo vestito a causa, a suo dire, di una macchia di vernice sull’abito. Il processo a Lizzie Borden dura 14 giorni e viene seguito da tutti i principali giornali di Boston e New York. Un’arma a favore della difesa diventa, a sorpresa, il cranio del signor Borden. Il cranio, mostrato in aula, provoca in Lizzie un opportuno svenimento. Il suo avvocato, subito, commenta che per compiere crimini del genere occorra una notevole forza fisica e mentale, che una donna svenevole non può certo avere… E continua asserendo che i vestiti dell’imputata, al momento del ritrovamento dei corpi, sarebbero dovuti essere impregnati di sangue e non perfettamente puliti, (a questo proposito molti ipotizzano che la ragazza fosse nuda durante il massacro). Alcuni testimoni affermano di aver visto Lizzie uscire dalla stalla al momento dell’omicidio di suo padre ed altri raccontano di strani personaggi che erano soliti aggirarsi intorno alla proprietà dei Borden. Insomma tutti fattori che portarono un “ragionevole dubbio” nella giuria, che dichiarò “non colpevole” la ragazza degli efferati omicidi. Tuttavia, dopo il verdetto molti concittadini continuarono a reputare Lizzie colpevole, tanto da farne nascere una filastrocca popolare.

Oggi la casa, dove sono avvenuti gli omicidi, è un Bed&Breakfast/Museo, che accoglie ospiti in cerca di emozioni forti. Ospiti che oltre a desiderare di dormire dove sono morti i coniugi Borden, magari intonano, anche, la famosa filastrocca, giusto per conciliare il sonno!

Lizzie Borden took an axe

And gave her mother forty whacks.

When she saw what she had done

She gave her father forty-one“.

– Giuseppina Serafina Marzocca – 

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