L’Italia al Festival di Cannes 2016

1Si è conclusa il 22 maggio la 69° edizione del Festival di Cannes, di cui abbiamo approfondito la storia qualche giorno fa. Come già sappiamo, la Palma d’Oro è andata al film britannico I, Daniel Blake di Ken Loach, ma anche l’Italia, benché fuori concorso, ha presentato i suoi ultimi gioielli tra applausi e ovazioni. Andiamo a scoprire quali.

All’interno della sezione Un Certain Regard, concorreva Pericle il nero di Stefano Mordini, tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Ferrandino, con protagonista un ritrovato Riccardo Scamarcio. Uscito nelle nostre sale il 12 maggio, racconta la storia di Pericle, un soldato del camorrista Don Luigi, che non mancherà di tradirlo nel momento in cui Pericle, durante una spedizione punitiva, uccide la sorella di un altro temibile boss. Costretto a fuggire, si dirige a Calais dove incontra Anastasia, madre di due bambini, e simbolo, forse, di un destino diverso. La regia di Mordini si concentra, più che sugli snodi della vicenda, sul suo protagonista: un oppressore, al contrario di quello che ci si aspetterebbe da un uomo che porta il nome di un democratico ateniese della storia classica greca, un ossessionato, un criminale che punisce con l’umiliazione. Ma è anche un uomo solo, dagli occhi scuri come il vuoto che lascia nel mondo, non più accettato da quello criminale, mai appartenuto a quello civile. Calais è lo sfondo per nulla anonimo e inadeguato di un genere cinematografico che poco è valorizzato in Italia, ma che più di tutti racconta le sfumature dell’animo umano. E, come in ogni noir, è la donna a 2impersonare la solitudine, ma anche l’autonomia, l’indipendenza e la forza per condurre Pericle oltre i suoi occhi scuri.

Tra le proiezioni speciali spicca L’Ultima Spiaggia, il documentario di Thanos Anastopoulus e Davide del Degan e che ci porta a conoscere la spiaggia di Pedocin, a Trieste. Non una normale spiaggia, ma l’ultima in Europa a essere caratterizzata dalla presenza di un muro che separa la zona riservata agli uomini da quella riservata alle donne. L’attenzione dello spettatore vacilla di fronte alle due ore e un quarto del documentario, che con intenzioni oggettive ci invita a conoscere i frequentatori di questa spiaggia: pensionati, madri, impiegati in pausa, adolescenti. Tutta una fetta di cittadini, una sineddoche umana fuori dal tempo moderno ripresa con morbosa, ma antropologica curiosità, da una macchina da presa che si sofferma su quel passato austroungarico che non esiste più, ma che ancora riaffiora nei frequentatori della spiaggia come un retaggio nobile, simbolo di libertà, che manca ormai nella quotidianità di un mondo fin troppo eterogeneo, confuso, trans gender, preda di un’intenzione infinita di cambiamento.

3Nella sezione Quinzaine des Réalisateurs erano presenti ben due film di casa nostra: Fiore e La pazza gioia. Fiore, di Claudio Giovannesi, racconta la storia proibita tra Daphne e Josh,entrambi detenuti per rapina in un carcere minorile. Il regista del già acclamato Alì ha gli occhi azzurri torna a sorprendere e emozionare con una storia melodrammatica che non scade mai nel melenso, neanche laddove l’amore tra i due giovani si esprime tramite sguardi lontani, lettere nascoste, e un erotismo che tocca l’apice anche se vissuto a distanza. L’attrice esordiente Daphne Soccia è meravigliosa nella sua acerbità di adolescente di borgata, con un padre poco presente (interpretato qui da un dolente Valerio Mastandrea), sempre dedita alla ribellione, sfociando poi nell’illegalità, fuori dal carcere prima, dentro poi, quando la fuga, anche solo per un bacio tra le sbarre, è l’unico futuro anelato. Grande successo a Cannes per La pazza gioia di Paolo Virzì, con Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti. Beatrice e Donatella sono due pazienti di Villa Biondi, un istituto terapeutico per donne con disturbi mentali. Il film racconta l’amicizia tra le due donne considerate socialmente pericolose e della loro fuga alla ricerca di una appartenenza al mondo dei sani che tanto sani alla fine non sono. Seguendo le regole della tragedia classica, le donne non sono presentate come vittime di una società che troppo facilmente giudica qualcuno come pazzo. Sono donne passionali e oscure allo stesso tempo, dolci nella loro amicizia, sgradevoli nel racconto del loro passato. Personaggi drammatici a tutto tondo, non sono né troppo buone, né troppo cattive. Questa è la ricetta di un successo sicuro, laddove lo spettatore non vorrebbe mai finire di vivere le stesse emozioni che vivono sullo schermo Beatrice e Donatella, di commuoversi di fronte all’atto più imperfetto del genere umano: quello del voyeur, dell’affamato del dolore degli altri. Un film completamente al femminile, dove gli uomini stanno a guardare, mentre le donne muovono le fila delle emozioni e della vita, perché sono figlie e soprattutto madri, anche se sbagliate e inadatte, perché sono un tripudio di complicazioni dolcis4sime, sempre in movimento, in una fuga burrascosa, ma viva.

Applausi anche per la proiezione speciale di Fai bei sogni di Marco Bellocchio, con Valerio Mastandrea e Bérénice Bejo, ripreso dall’omonimo romanzo autobiografico di Massimo Gramellini, vicedirettore della Stampa, che a nove anni perde tragicamente la madre e per tutta la vita cerca di fare i conti con questa assenza. Lungi dal volere semplicemente raccontare la perdita della madre e la ricerca della verità sulla sua morte da parte di Gramellini, Bellocchio prende spunto da questa storia per varcare i confini della diegesi, entrando in mondo quasi metafisico, e riflettere sul rapporto dell’uomo con la perdita. Non manca certo un po’ di fastidiosa retorica, ma Bellocchio è geniale nel sostituire la spy-story del romanzo di origine, con un clima horror-gotico che appartiene alle immagini dell’infanzia del protagonista Massimo.

All’interno della Settimana Internazionale della Critica, ha trovato infine spazio il film I Tempi felici verranno presto di Alessandro Comodin, che racconta la storia di Tommaso e Arturo, che durante la guerra riescono a trovare rifugio nella foresta. Anni dopo quella stessa foresta sarà, presumibilmente, abitata da un branco di lupi che uccide il bestiame. In fuga è anche Ariane, sempre da una guerra, ma privata questa volta. Anche lei trova rifugio in questa stessa foresta, nonostante possa andare incontro ai lupi. Le due epoche si mischiano in un intimassimo rapporto tra uomo e natura, un rapporto che torna prepotentemente primordiale e terreno. Le poche parole, anzi pochissime, che abitano il film, tuttavia, lo rendono fin troppo simbolico, difficile da comprendere, faticoso, e dunque denota anche una certa pretenziosità da parte del regista. Non del tutto riuscito quindi, ma comunque funzionale all’intenzione del regista di portare un cinema che sia fantasy ma d’autore.

Questi i titoli italiani che hanno attraversato il viale della Croisette. Nonostante nessun film italiano sia entrato nella selezione ufficiale del Concorso, i dieci minuti di applausi per Fiore, la commozione per La Pazza Gioia, l’ammirazione per Bellocchio, che resta comunque uno dei registi più formati, sono ancora il sintomo di una presenza ben salda del nostro cinema in Europa.

– Elena Pisa – 

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