L’esperienza di vedere Death Note su Netflix

Ieri ho vissuto un’esperienza traumatica. Nonostante sapessi cosa a cosa andavo incontro, nonostante tutti i miei amici me lo avessero sconsigliato, nonostante gli innumerevoli commenti negativi sui social, ho dovuto gettare uno sguardo nell’abisso. Ieri ho visto il film di Death Note. Ed ora sono qui per evitare ad altri sventurati il terribile shock che ho subito io.

Non ho nessuna intenzione di scrivere un riassunto del manga originale di Tsugumi Ohba (sceneggiatura) e Takeshi Obata (disegni) perché:

  1. sarebbe un’impresa quantomeno ardua, vista l’estrema complessità della storia
  2. se non lo avete letto è un problema vostro, non certo mio.

Così come non ho nessuna intenzione di scrivere il riassunto del film perché:

  1. non presenta una trama degna di tale definizione
  2. se non lo avete visto avete fatto bene voi e ho sbagliato io.

Quando, anni fa, seppi della possibilità di un lungometraggio o di una serie statunitense tratta dal manga, il mio cervello si scisse: una metà era esaltata mentre l’altra era atterrita. Aveva ragione la metà atterrita. Temevo infatti che una storia così articolata non avrebbe potuto essere compressa in 2 ore di girato, ma sapevo anche che intreccio e durata non erano gli ostacoli maggiori.

Death Note affronta una varietà di temi sociali davvero impressionante, dai legami familiari alla possibilità di diventare una divinità. La caratterizzazione psicologica di ogni singolo personaggio è così accurata da permetterci di entrare in empatia con ciascuno di loro, anche perché, proprio in virtù del realismo della storia, nessuno è assolutamente buono così come nessuno è assolutamente cattivo. Ogni personaggio possiede una forte motivazione che lo porta a perseguire il suo destino, salendo attraverso un’immensa scala di grigi.

Ecco, io temevo che gli statunitensi non riuscissero a cogliere questo che di fatto è uno dei punti focali della storia. E infatti non ci sono riusciti. Niente da fare, loro se non caratterizzano il cow boy col cappello bianco ed il fuorilegge col cappello nero non ce la fanno a seguire una storia, poverini. L’ammaliante complessità della personalità e delle motivazioni di Light Yagami? La genialità impassibile di Elle? Il sottile menefreghismo di Ryuk? L’ingenuità di Misa? Niente, niente di tutto ciò rimane nella patetica sceneggiatura del film, che ci mostra un ragazzo complessato e senza obiettivi, una cheerleader goth (???) cinica e vanesia, un investigatore che arriva magicamente alla soluzione senza seguire uno straccio di percorso logico, per pura botta di culo, ed uno shinigami completamente privato della sua dignità e del suo alone di mistero.

Nulla rimane della geniale partita a scacchi tra due menti superiori, in cui ad ogni mossa finemente pensata corrisponde una contromossa altrettanto precisa. Nell’ignobile film di Wingard, Light ed Elle sono due teenagers americani isterici ed esaltati che combattono una guerra fatta di coincidenze, esplosioni splatter, intuizioni basate sul nulla, senza nessun filo logico da seguire. Voglio essere chiara: non è che il film semplicemente non è all’altezza di quel capolavoro del manga, quello ce lo aspettavamo ragionevolmente tutti… è che fa proprio schifo. La sceneggiatura è peggio che debole, la regia è ai livelli dei film tv che trasmettono il pomeriggio su Tv8, la scelta degli attori è più che discutibile. Dici: ma Ryuk, interpretato da Willem Dafoe, è figo? E invece no! È la parte più penosa in tutto questo penoso film.

Potrei continuare per altre 25 righe scrivendo solo insulti più forti e volgari nei confronti di chiunque abbia preso parte a questo scempio, ma:

  1. verrei censurata
  2. non riuscirei comunque a rendere l’idea dello schifo che suscita questa infima produzione.

Quindi vi saluto consigliandovi la lettura e/o la rilettura del manga e chiedendovi per favore di non cedere alla curiosità ed evitare questo film come la peste.

– Monia Guredda –

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