Le tecniche recitative adoperate maggiormente in teatro e in cinema

Chiunque abbia frequentato un corso di recitazione sa che ci sono diversi metodi per portare in vita un personaggio e ogni attore deve trovare il proprio, cercando di adattarsi ad esso. Ma nel corso degli anni alcuni maestri hanno ideato una loro linea di guida, creando delle tecniche precise che hanno formato alcuni dei più grandi attori che conosciamo oggi. Vediamo, quindi, alcune delle tecniche recitative adoperate maggiormente in teatro:

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Il Metodo Stanislavskij 

Il lavoro di Constantin Stanislavski ha segnato un grande cambiamento nella recitazione del 20° secolo e ha ispirato una nuova generazione di tecniche e insegnanti. Il metodo rivolge l’attenzione alla psicologia del personaggio e si basa sulla ricerca, da parte dell’attore, di affinità che possano legarlo al personaggio da lui interpretato. Grazie a degli esercizi di stimolazione delle varie emozioni da provare in scena, la tecnica si ripropone di entrare nel testo preso in analisi, di coglierne il messaggio intrinseco e portarlo alla luce, tramite le proprie sensazioni. Il lavoro di Stanislavski venne pubblicato nel 1938, con il titolo Il lavoro dell’attore su se stesso e nel 1957 uscì postumo Il lavoro dell’attore sul personaggio.

Il Metodo di Lee Strasberg

Il metodo di Lee Strasberg venne ispirato da quello di Stanislavski, ma diversamente da quest’ultimo, che si basava su una nascita nuova per l’attore ad ogni ruolo interpretato, il primo utilizzò la “memoria emotiva“, trovando nel personaggio le abitudini e i modi di fare della propria persona, senza quindi la necessità di annullare se stessi. Non ascoltare parola per parola i suggerimenti del regista, ma sforzarsi di ricordare le emozioni provate in situazioni simili a quelle descritte nel copione, cercando di rendere l’interpretazione quanto più realistica possibile.

Il Metodo di Stella Adler

Stella Adler è stata l’unica attrice americana a studiare con Stanislavskij stesso, sviluppando poi il proprio Metodo, che prendeva le basi sia dal suo maestro che da Lee Strasberg. La tecnica di Adler differisce da Strasberg perché sottolinea l’immaginazione, oltre al richiamo emotivo e non condivide la completa immedesimazione nel ruolo o il cercare nella propria vita il dolore o l’emozione provata dal personaggio. “Portare alla luce esperienze vissute, come ad esempio la morte di mia madre, per dare alla luce un personaggio è da malati. Se questo è recitare, non voglio farlo“, disse infatti la Adler.

2Tecnica di Meisner

La tecnica di Sanford Meisner prende come presupposto il legare l’attore ai propri impulsi, facendolo reagire con il cuore e non con la testa. “Lo scopo dell’arte è quello di illuminare la condizione umana. Si deve cercare sempre di creare un comportamento che esprima la vita nella sua forma più significativa. Non possiamo dare attenzione a qualcosa che svilisca la nostra arte”, diceva infatti il fondatore di questo metodo, che per dare forza alla propria tesi ha creato degli esercizi che aiutavano l’attore ad agire con istinto, come il più famoso esercizio di ripetizione, in cui due attori seduti uno di fronte all’altro devono rispondere sul momento con frasi ripetute, dando massima attenzione alla capacità di flessibilità, apertura e di ascolto.

Practical Aesthetics

Questa tecnica di recitazione, basata sull’azione, è stata sviluppata dal drammaturgo David Mamet e dall’attore William H. Macy  ed incorpora elementi di Stanislavskij e Meisner. Si tratta di quattro fasi di analisi della scena che si concentrano sulla ricerca degli obiettivi dei personaggi: gli attori sono tenuti a concentrarsi su ciò che sta accadendo letteralmente in scena e su ciò che coloro che stanno portando in scena desiderano e pensano. Practical Aesthetics è uno dei insegnamenti più famosi nella Atlantic Acting School di New York, che vanta alunni come Felicity Huffman, Rose Byrne, Jessica Alba e Camryn Manheim.

Metodo di Brecht 3

L’antitesi per eccellenza al Metodo Stanislavski è senz’altro quello di Brecht, che si basa sullo straniamento, sul guardare dall’esterno un personaggio, senza affondarci dentro. Brecht annota: “straniare una vicenda o un carattere di un personaggio significa in primo luogo togliere semplicemente ai personaggi o alla vicenda qualsiasi elemento sottinteso, noto, lampante e farne oggetto di stupore e curiosità.” L’attore brechtiano deve, quindi sapere entrare e uscire dal personaggio, deve saperlo far vivere dall’interno, ma nello stesso tempo deve guardarlo dall’esterno, potendo giudicarlo e distaccarsi dalle sue azioni. La recitazione deve sembrare una citazione, come se quelle riportate siano le parole di un altro e non le proprie.

Metodo di Grotoswi

Nel 1968 esce una raccolta di saggi intitolata Per un teatro povero, un manifesto delle tecniche teatrali ideate da Jerzy Grotoswi, regista polacco e direttore del Teatro-Laboratorio di Opole, in Polonia. Nel metodo adottato da Grotowki, dal corpo dell’attore è necessario rimuovere qualsiasi blocco, sia fisico, sia mentale. Allenandosi alla respirazione, alla creazione di figure antropomorfe per sciogliere il corpo, a saltare e a fare capriole si allena il corpo a liberarsi dalle proprie costrizioni. Uno degli esercizi più famosi consigliati dal regista è sicuramente la fioritura e l’appassimento: immaginare il proprio corpo come un elemento vegetale – un fiore o un albero –  con rami e foglie, che deve muoversi di conseguenza. Ma iI punto principale è che l’attore non tenti di acquisire alcun tipo di ricetta o di costruirsi un “arsenale di artifizi”.

– Lidia Marino – 

 

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