La Pittura Nera di Goya

2Soggetti inquietanti, angoscianti, scene di stregoneria, esorcismi, volti irrimediabilmente deformati, immagini che gridano angoscia e devastazione dell’animo umano. Francisco Goya crea le sue opere, queste sue brutali opere, nell’arco di tre anni: dal 1820 al 1823. I suoi lavori sono 14 e sono stati tutte dipinti sulle pareti della sua casa, sui muri della sua proprietà. Ma andiamo con ordine e cerchiamo di raccontare l’origine di questa “strana e azzardata” raccolta di dipinti dall’inizio.

Con il restaurarsi del regime borbonico in Spagna, Francisco Goya decide di trasferirsi nella periferia di Madrid sulle rive del Manzanarre. Acquista la sua nuova casa il 27 Febbraio del 1819, dopo una gravissima malattia, contratta durante il suo viaggio in Andalusia, che oltre a provocargli terribili incubi notturni lo rende irrimediabilmente sordo. Il pittore è solito identificare la sua casa, in modo informale, con l’appellativo “Quinta del Sordo”, a proposito “quinta” significa “sordo”, ironico no? Come è ironica la sua scelta di “dipingere” le sue pareti. La serie di 14 opere raffigurata sui suoi muri passa alla storia con il nome di “Pittura Nera”. Lavori, realizzati ad olio su muro, che raffigurano immagini che tolgono il fiato, che rendono quelle stanze claustrofobiche, spettrali, tanto da spaventare la sua giovane compagna Leocadia. Pennellate di un bianco sporco amalgamato a dei neri spessi e scuri come catrame, rossi e gialli che richiamano violenza e dolore. Immagini che lasciano attoniti e increduli nel sapere che un pittore di corte, nominato pittore di camera del Re nel 1876, si sia lasciato avvolgere da questa lucida follia, madre di opere tanto sconvolgenti. Tra queste 14 troviamo “Pellegrinaggio a San Isidro”, l’opera raffigura pellegrini, numerosi e fanatici al limite del grottesco, che avanzano nella notte con le loro bocche spalancate e i loro occhi stralunati. “Saturno che divora i suoi figli” è, invece, il ritratto del Dio cannibale rappresentato mentre divora il corpicino di uno dei suoi figli. Occhi sgranati, folti capelli che ricadono sulle sue spalle, fauci spalancate, mani avide. Il rosso, reso con pennellate corpose, denuncia la ferocia e l’efferatezza del gesto. “Due vecchi a tavola” rappresenta, invece, due personaggi deformati1 dall’età e dalla malattia. Due uomini anziani, uno quasi scheletrico, che trasmettono, agli occhi di chi guarda, malinconia per quella giovinezza perduta ormai per sempre. “Il cane interrato nella rena” è un piccolo cagnolino, seminascosto, con lo sguardo impaurito, che assiste impotente alle diavolerie messe in atto sulle pareti di quella casa dall’aria maledetta. Una sorta di autoritratto dello stesso pittore, testimone inerme del dolore che affiora sulle pareti grazie ad un insolente pennello.

Sei opere di questa collezione, invece, prendono in esame il tema della Stregoneria e del Satanismo. Tema interessante per i nobili dell’epoca, un tema che riempie di fascino le loro giornate, ma che al contempo spaventa il loro animo. Goya, come tutti gli altri uomini della sua epoca, si lascia trasportare da questi pensieri, da questa affascinante inquietudine, tanto da riuscire a creare l’opera “Il sabba o il gran caprone” in cui tonalità nere accendono il bianco dei globi degli occhi di maghi e di streghe. Volti deformi in attesa che il caprone nero esponga il suo verdetto. Stessa cosa vale per “Esorcismo”, anche qui, streghe emaciate offrono al Diavolo dei bambini mentre, sopra di loro, volteggiano dei gufi e dei pipistrelli. Nel “Volo di stregoni”, invece, tre personaggi volteggiano in aria mentre altri due a terra cercano di proteggersi dal male che inesorabilmente accade davanti ai loro occhi. Le “Pitture Nere” sono la testimonianza di un animo dilaniato, di un tormento creato dalla crudeltà umana che circonda i passi dell’uomo in ogni era della vita. Sono l’accusa tangibile di Goya contro la guerra, i dolori e le perdite causate dalla mano dell’uomo, è il suo grido di dolore contro quel mondo ostile. Un mondo arrivato fino a noi, grazie a Francisco Goya, che ancora oggi, come sottoscrive Charles Baudelaire, grazie alle sue pennellate riesce a sconvolgerci: “Goya, incubo folto di misteri, di feti che le streghe fanno cuocere nei loro sabba, di vecchie che si specchiano, di ragazze nude che si aggiustano le calze per tentare i demoni.”

– Giuseppina Serafina Marzocca – 

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