“Le donne non dovrebbero leggere… né tantomeno scrivere”: Julie Anne Peters

Bentornati, Fedeli Lettori! Giusto qualche tempo fa ho finito di leggere Luna, l’unico romanzo reperibile in italiano della pluripremiata scrittrice Julie Anne Peters e volevo parlarne con voi. Ma iniziamo come di consueto facendo la conoscenza con quest’ennesima donna che non avrebbe dovuto scrivere.

Julie Anne Peters nasce a Jamestown, vicino New York, il 16 gennaio del 1952. Nel 1957 la famiglia Peters, composta oltre che dai genitori e da Julie anche dal fratello John e dalle sorelle Jeanne e Susan, si trasferisce a Denver, in Colorado. Julie consegue una laurea in Storia dell’Arte e per un anno lavora come insegnante in una scuola elementare. Ma capisce che non è quella la sua strada e se ne va. Consegue una seconda laurea in Gestione Informatica e lavora per un decennio come analista, programmatrice e ricercatrice. Ma non, nemmeno questa è la sua strada. Abbandonata anche questa seconda, promettente carriera, Julie capisce che la sua vita deve essere dedicata alla scrittura. E così inizia a scrivere.

A partire dal 1993 Julie Anne da alle stampe due romanzi per bambini sotto i sei anni, sei romanzi per bambini sotto i nove anni e sette romanzi young adult. Di quest’ultima categoria fa parte il delizioso Luna, edito in Italia da Giunti. Devo essere sincera; era nella mia wishlist da anni, ma alla fine l’ho comprato solo pochi giorni fa, quando l’ho trovato nello scaffale delle super offerte. E per fortuna! Pensavo di trovarmi davanti un romanzo pieno di buoni sentimenti, con lo scontato e forzato happy end hollywoodiano, invece Luna è un vero romanzo, con un incredibile approfondimento psicologico dei personaggi, in cui nessuno è buono o cattivo, intelligente o ottuso, ma che analizza tutta una serie di sfumature a volte anche molto crude e dolorose.

La storia parla del rapporto tra la sedicenne Regan O’Neill (!!!) e sua sorella Liam. Sì perché Liam è una ragazza, Luna, nata per sbaglio nel corpo di un uomo. Regan ama sia Liam che Luna, ma il fardello di questo segreto la opprime. La opprime sapere di non poterne parlare con i genitori (troppo occupati con i rispettivi fallimenti), con i suoi pochi amici, con il ragazzo che le piace. Regan sostiene Luna, ma a volte anche per lei è troppo sopportare una situazione così complessa e vorrebbe solo una vita normale, un fratello normale. Vorrebbe aiutarla e sostenerla, ma le occhiate di disgusto che la gente indirizza a Luna feriscono Regan nel profondo. Ma proprio questo le fa capire che Luna ha bisogno di vivere e che ha bisogno del suo sostegno.

Come dicevo, il finale non offre facili consolazioni; la battaglia di Liam per diventare Luna è appena iniziata e sa che dovrà superare molti ostacoli (sedute di psicanalisi, operazioni, adattamento, chiarimenti con la famiglia, il disprezzo della società), ma sa che avrà sempre Regan al suo fianco. E Regan, che affronterà tutto questo con Luna, sa che questa è l’unica possibilità per Luna di essere felice. Per essere se stessa.

Sono stupita dal fatto che un romanzo così ben scritto e che tratta un tema delicato e d’attualità come la disforia di genere non abbia avuto una eco maggiore. Personalmente se fossi un’insegnante lo assegnerei come lettura estiva agli studenti. Un confronto, anche acceso, è l’unico modo per capire ed uscire dal tunnel dell’ignoranza. E prima si inizia a capire che il mondo è composto da miliardi di persone, che non ne esiste una uguale all’altra e soprattutto che il tanto sfruttato concetto di normalità non è che un’illusione, un’illusione pericolosa, prima si inizierà a guarire.

Buona lettura!

– Monia Guredda –

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