“Le donne non dovrebbero leggere… né tantomeno scrivere”: Jeanette Winterson

Bentornati, Fedeli Lettori! Quest’oggi faremo la conoscenza di un’autrice contemporanea molto complessa e combattiva.

Vi presento Jeanette Winterson, nata a Manchester il 27 agosto del 1959. Jeanette viene adottata da una coppia di fede pentecostale che la cresce con la speranza che in futuro diventi una missionaria cristiana. Jeanette risponde alle loro aspettative dichiarando di essere lesbica e andandosene di casa all’età di 16 anni.

Jeanette si fa strada nel mondo da sola, studiando prima al St. Catherine’s College di Oxford e poi trasferendosi a Londra dove intraprende la sua carriera letteraria debuttando a soli 26 anni con il romanzo Non ci sono solo le arance. Il titolo le vale il Whitbread First Novel Award e diventa una serie tv che si aggiudica un premio BAFTA come migliore serie televisiva.

Dopo Non ci sono solo le arance (1985), Jeanette porta avanti i temi del femminismo in una dimensione di realismo magico, rivisitando le leggende  o popolando gli sfondi storici delle trame narrate con figure fantastiche; esempi ne sono Canottaggio per principianti (1985) e Passione (1987). Tra le opere successive citiamo Scritto sul corpo (1992) il romanzo che l’ha fatta conoscere in Italia. Il libro  narra la storia di un’entità onirica innamorata di una donna.

Il sesso delle ciliegie (1989), Arte e menzogne (1994), Simmetrie amorose (1997), Il custode del faro (2004), Gli dei di pietra (2007), La battaglia del sole (2011), Perché essere felice quando puoi essere normale? (2012) e Il cancello del crepuscolo (2012) sono i titoli dei suoi romanzi arrivati in Italia, ma molti altri suoi lavori attendono ancora di essere tradotti, soprattutto tra quelli più vecchi. Intanto nel 2006 Jeanette Winterson è stata nominata Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico.

Curiosità. Non so per quale motivo, ma sembra che Jeanette nel giugno del 2014 abbia catturato, ucciso, scuoiato e mangiato un coniglio postando le foto dei vari passaggi su twitter. Un atto di protesta? O semplicemente di cattivo gusto? Io non sono vegetariana, ma non riesco a concepire il gusto della crudeltà. Oltretutto della crudeltà spettacolarizzata. Detto ciò resto dell’opinione che un artista va giudicato solo per le sue opere e non per la sua vita privata.

Buona lettura!

– Monia Guredda –

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