“Le donne non dovrebbero leggere… né tantomeno scrivere”: Grazia Deledda

Bentornati, Fedeli Lettori! La nostra odierna ospite è l’unica scrittrice italiana ad essersi meritata il Nobel per la Letteratura.

Grazia Deledda nasce a Nuoro il 28 settembre del 1871, quinta di sette figli, in una famiglia benestante. Il padre, Giovanni Antonio, è un avvocato che non esercita, ma che si dedica con successo al commercio ed all’agricoltura e che, nel tempo libero, compone versi in sardo. Inoltre è stato sindaco di Nuoro ed ha fondato una sua tipografia e prodotto una rivista. Grazia frequenta la scuola fino alla IV elementare, poiché alle femmine non era permesso andare oltre, ma la famiglia le fa proseguire la sua istruzione a casa, assumendo un maestro privato che le insegna italiano, latino e francese. Ma la sfortuna inizia ad abbattersi su casa Deledda. Il padre muore di infarto nel 1892, lasciando la famiglia in precarie condizioni economiche. Uno dei fratelli diventa alcolista, un altro diventa un ladro ed una sorella muore giovane.

Poi, all’improvviso, una gioia. L’archivista e storico sassarese Enrico Costa nota il talento insito nei primi scritti di Grazia. Incoraggiata, Grazia invia alcuni racconti e romanzi a puntate a Roma, dove vengono pubblicati su riviste come L’ultima moda, diretta da Epaminonda Provaglio. Nel 1890 il romanzo L’avvenire della Sardegna esce a puntate su un quotidiano di Cagliari (ma firmato come Ilia de Saint Ismail) mentre il romanzo Stella d’oriente viene pubblicato in volume dalla casa editrice milanese Trevisini, che da alle stampe anche una raccolta di racconti per l’infanzia dal titolo Nell’azzurro.

Sul finire del secolo, la Deledda ottiene l’approvazione di letterati quali Angelo De Gobernatis, Ruggero Borghi (che scrive la prefazione per il romanzo Anime oneste) e di Luigi Capuana che recensisce il romanzo La via del male. De Gobernatis invece dirige la Rivista delle Tradizioni Popolari Italiane dove pubblica saggi e racconti della Deledda. Grazia scrive inoltre per La Sardegna, Piccola Rivista e Nuova Antologia. Nel 1899 si trasferisce a Roma dove l’anno successivo sposa Palmiro Madesani, funzionario del Ministero delle Finanze, conosciuto a Cagliari solo due mesi prima. Palmiro lascia il suo lavoro per diventare l’agente letterario della moglie. La coppia ha due figli, Franz e Sardus.

Dall’inizio del Novecento in poi la carriera di Grazia Deledda non conosce più ostacoli. Pubblica Elias Portolu, Cenere (che diventa un film con Eleonora Duse), L’edera, Sino al confine, Colombi e sparvieri, Canne al vento, L’incendio nell’oliveto ed Il dio dei venti.

Ormai è apprezzata tanto a livello nazionale che europeo e tra i suoi estimatori possiamo citare Giovanni Verga, Enrico Thovez, Emilio Cocchi, Pietro Pancrazi, Antonio Baldini, David Herbert Lawrence (che traduce in inglese La madre). La Deledda a sua volta è un’apprezzata traduttrice e traduce in italiano la Eugenie Grandet di Balzac. Non è però facile inquadrarla in un genere; la sua scrittura potrebbe essere definita Verista, ma ha accenti più originali, lirici e fiabeschi che rimandano al Decadentismo. Tutto ciò senza tralasciare la forte impronta lasciatale dai suoi amati romanzieri russi, amore contraccambiato da Maksim Gorskij. Tutte queste influenze confluiscono in una lingua unica, che fonde l’italiano ed il sardo, ed in una narrazione moderna, quasi cinematografica. Non a caso tante opere, cinematografiche, teatrali e televisive, sono state tratte dai suoi scritti. I temi affrontati dalla Deledda sono molteplici, ma tornano spesso: l’etica patriarcale, l’esistenza umana come preda di forze superiori (Canne al vento), il peccato e la colpa, i sentimenti intensi, quasi selvaggi dei personaggi, in balia del Fato, che lottano tra amore e dolore, espiazione e castigo. I limiti sociali scatenano reazioni intense tra il libero arbitrio ed il Destino. Su tutto ciò aleggia l’Io narrante che si pone come mediatore neutrale tra tutte le potenze in campo.

Il 10 dicembre del 1926 le viene assegnato il Nobel per la Letteratura, con questa motivazione: “Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano.” Dieci anni dopo queste parole che tanta soddisfazione danno alla scrittrice ed all’Italia, Grazia Deledda muore a causa di un tumore al seno, il 15 agosto del 1936. Le sue spoglie giacciono in un sarcofago di granito nero levigato nella Chiesetta della Madonna della Solitudine, ai piedi del monte Ortobene, a Nuoro. Lascia la sua ultima opera, l’autobiografia Cosima (quasi Grazia), incompiuta. Verrà comunque pubblicata a settembre sulla rivista Nuova Antologia.

La sua casa natale, nel centro storico di Nuoro, è stata trasformata in un museo alla sua memoria. A Grazia Deledda è stato dedicato uno dei crateri del pianeta Venere. Il suo nome e le sue opere sono sempre presenti nelle antologie scolastiche da almeno 40 anni. Il nome di Grazia Deledda continuerà a vivere insieme alle sue opere.

Buona lettura!

– Monia Guredda –

Rispondi