“Le donne non dovrebbero leggere… né tantomeno scrivere”: Charlotte Perkins Gilman

Bentornati, Fedeli Lettori!

La nostra ospite di quest’oggi è una donna ed un’autrice quanto mai complessa. Quindi senza indugi andiamo a fare la sua conoscenza. Charlotte Anna Perkins nasce ad Hartford, nel Connecticut,  il 3 luglio del 1860. Muore a Pasadena il 17 agosto del 1935.

Charlotte nasce in una numerosa famiglia benestante del nord est, ma questo non la protegge certo dai dolori della vita. Dopo la nascita dell’ultimogenito (nato morto) il medico afferma che Mary (la madre di Charlotte) non avrebbe più potuto sopportare il rischio di una gravidanza. Così Frederick, il padre, se ne va abbandonando la famiglia in una condizione di grave disagio fisico, psicologico ed economico. Per la famiglia inizia un periodo di peregrinazioni; si trasferiscono per ben 19 volte in 18 anni. Uno dei pochi rifugi per loro è rappresentato dalla casa delle zie paterne, Isabella Beecher Hooker e Harriet Beecher Stowe, nota suffragetta e autrice del famoso romanzo La capanna dello zio Tom.

Ma Mary, a causa del dolore causatole dall’abbandono del marito, diventa una madre fredda ed autoritaria con i suoi figli, ai quali impedisce tanto di leggere quanto di stringere legami di amicizia. Charlotte frequenta 7 scuole diverse nell’arco di 4 anni e termina i suoi studi all’età di 15 anni. Ma non smette mai di frequentare con assiduità le biblioteche. Si unisce alla Society for the Encouragement of Studies at Home. L’amore per I libri è l’unica eredità lasciata da Frederick a Charlotte. Tutte queste difficoltà intanto formano il carattere di Charlotte, forte ed indipendente. La sua giovinezza trascorre perlopiù a Providence, nel Rhode Island, dove frequentava soprattutto amicizie maschili. Il padre decide poi di pagarle gli studi alla Rhode Island School of Design e dopo di ciò Charlotte si mantiene per un po’ da sola realizzando volantini, biglietti da visita e di auguri. Da inoltre lezioni private di pittura ai bambini, in quanto esse stessa riesce a vendere qualcuno dei suoi quadri.

Dal 1978 al 1882 Charlotte ha una relazione con Martha Luther, poi incontra l’artista Charles Walter Stetson che subito le chiede di sposarlo. Lei inizialmente rifiuta, temendo di perdere la sua indipendenza; accetta infine di sposarlo nel 1884. Il 23 marzo del 1885 nasce Katharine Beecher Stetson, l’unica figlia della coppia. Charlotte purtroppo soffre di una grave depressione post partum e così una sua amica le presta i soldi per un ricovero di 6 settimane in una casa di cura di Philadelphia, dove il dottore le prescrive il riposo più assoluto, una vita domestica chiusa e ovattata, la cura esclusiva della figlia e assolutamente nessuno stimolo intellettuale. Charlotte torna a casa, ma la situazione ovviamente  precipita. Così Charlotte compie un gesto rivoluzionario; nel 1888 si separa dal marito e va a vivere con la bambina a Pasadena, in California. Qui si riprende come donna e come autrice, riuscendo a pubblicare in soli 2 anni 33 articoli e 20 poesie.

Charlotte si avvicina alle idee democratiche dell’autore Edward Bellamy, il quale proponeva come obiettivo sociale l’eliminazione delle ingiustizie sociali attraverso un socialismo anticapitalistico pacifico e graduale, non marxista ma cristiano. La Perkins inizia così la sua attività di oratrice presso diverse associazioni femministe e riformiste, nazionaliste e riformiste, democratiche anti conservatrici, divenendo uno dei personaggi di punta e arrivando a dirigere il giornale Impress. Nel 1894 arriva il divorzio definitivo da Stetson, che ora è sposato con un’amica di Charlotte la quale fa da seconda madre a Katherine, mandata proprio da Charlotte a vivere nell’est con il padre, che sentiva la mancanza della figlia.

La Perkins ha scritto molte opere, tra cui 2 raccolte di poesie, testi e dialoghi teatrali, 2 raccolte di diari e lettere, un’autobiografia, 186 racconti ed un migliaio di testi non narrativi, tra articoli di giornale, saggi e discorsi pubblici. Ma in Italia possiamo reperire solo il romanzo Terradilei e pochi altri testi. Il più notevole è però  il racconto La carta da parati gialla, che potete trovare in diverse antologie. Un’opera dura e disturbante sulla condizione della donna, madre, moglie e paziente sottomessa alla volontà di padri, mariti e medici che non sanno interpretare il suo bisogno di indipendenza, la sua voglia di esprimersi artisticamente e che bollano tutte queste “stranezze” come attacchi di isteria e consigliano il riposo, l’immobilità fisica e mentale più assoluti. Generando in questo modo un circolo vizioso che rischia di distruggere la mente e lo spirito della donna. Un racconto palesemente semi autobiografico che si riferisce al primo matrimonio con Charles. Io l’ho letto, avendolo scovato in un’antologia di racconti orrorifici, e l’ho trovato davvero notevole, tanto per il tema quanto per lo stile, asciutto eppure onirico.

Nel frattempo muore la madre Mary e Charlotte torna per un periodo dai parenti. Qui inizia a frequentare un cugino di primo grado più giovane di lei di 7 anni, l’avvocato Houghton Gilman. I due si sposano nel 1900 e vanno vivere a New York, dove restano fino al 1922, quando si trasferiscono a Norwich, nel Connecticut. Il matrimonio tra i due funziona perché Houghton, a differenza di Charles, permette a Charlotte di continuare a svolgere i suoi impegni come scrittrice e come conferenziera, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa. Houghton muore di emorragia cerebrale nel 1934 e così Charlotte torna da sola a Pasadena, dove nel frattempo si era stabilita Katherine. Ma Charlotte sapeva di essere assediata da un tumore al seno sin dal 1932 e così, essendo lei una nota sostenitrice del diritto ad una morte dignitosa tramite eutanasia, decide di andarsene a modo suo ingerendo del cloroformio, affermando per l’ultima volta il suo diritto di scegliere, sempre e comunque.

Charlotte si definiva una femminista umanista e scrisse e parlò della condizione della donna e dei bambini. Sosteneva, ad esempio, che nel vestiario e nei giocattoli non dovessero esserci differenze tra maschi e femmine, al fine di sviluppare una più ampia sensibilità nelle nuove generazioni. Di questo stiamo ancora discutendo! La Perkins sosteneva inoltre che il mancato contributo femminile intellettuale ed artistico, contributo ostacolato dalla cultura androcentrica, si stava rivelando come una perdita per l’intera umanità. Già sul finire dell’Ottocento parlava di equa distribuzione dei lavori domestici tra moglie e marito e del fatto che una donna che lavora anche fuori cosa è una madre ed una moglie migliore, in quanto ha sviluppato anche una sua dimensione personale e ciò la preserva dalla frustrazione e dalla depressione. Una donna eccezionale, quindi.

Ma c’è un ma. Quando la Perkins parla di umanismo, socialismo, equa distribuzione dei diritti e dei doveri si riferisce quasi esclusivamente ai bianchi. Ai bianchi di livello sociale e culturale medio alto. Ai bianchi discendenti dai coloni britannici. Insomma, al suo gruppo, visto che lei stessa affermò “I am an Anglo-Saxon before everything”. Charlotte temeva che gli immigrati stessero indebolendo la purezza della razza (la purezza della razza americana?!? Davvero?!?) e che gli afroamericani liberati dalle catene della schiavitù non si stessero adattando abbastanza velocemente agli elevati standard statunitensi. Diversi studiosi hanno sottolineato come dai discorsi della Perkins trasparissero anche opinioni antisemite.

Mentre leggevo la biografia della Perkins mi entusiasmavo pensando a quanto fosse avanti come donna e come artista. Poi arrivata al capitolo in cui si parlava del suo razzismo e del suo snobismo ho sentito calare drasticamente il livello della mia stima nei suoi confronti. Ho provato a riflettere sul fatto che stiamo comunque parlando di una donna del XIX secolo e che era già abbastanza evoluta e rivoluzionaria. Ho provato a pensare alla nota massima orientale secondo cui “ogni grande viaggio inizia sempre con un piccolo passo” e che quindi Charlotte rappresenta comunque quel primo, fondamentale passo verso un futuro e una società migliori. Sì, tutte queste considerazioni sono giuste e innegabili. Non sarebbe giusto denigrare il notevole lavoro svolto dalla Perkins nel campo dell’uguaglianza sociale. Ma non riesco a capire come potesse definirsi un’umanista quando la sua idea di umanità includeva esclusivamente i bianchi cristiani anglosassoni di ceto medio alto.

Buona lettura e buone riflessioni!

– Monia Guredda –

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