Le differenze tra il Musical e l’Opera Popolare

Come più volte sottolineato, l’autrice di questo articolo non solo ama profondamente i Musical, ma quasi dipende dalla loro stessa esistenza. C’è da dire, però, che ci sono tantissimi opere popolari che adoro con tutto il cuore e ho consumato occhi e orecchie per vederli e ascoltarli continuamente. Eppure, mi capita spesso di leggere quanto la gente ci tenga a dividerli e quanto però molti non ne conoscano i tratti fondamentali: ecco, dunque, le differenze tra il Musical e l’Opera Popolare:

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Il Musical nasce e si sviluppa negli Stati Uniti, tra l’800 e il 900, creando un tipo di narrazione non solo basato sulla recitazione, ma anche sul canto e la danza, che si uniscono insieme per costruire l’intera trama. Preso spunto dall’Opera per questo genere, viene però adattato ai gusti tipicamente americani, con un utilizzo importante dei costumi, della scenografia e di perfomers in grado di dimostrare il loro talento in tutte e tre le arti richieste dallo spettacolo. Il musical ha origine popolare e si sviluppa come una forma di teatro che ogni tipo di pubblico può apprezzare, grazie ad una struttura e a uno stile più scorrevole e più semplice da comprendere di una prosa tradizionale. Non è un caso che la musical comedy sia nata proprio negli Stati Uniti, dato che all’interno della popolazione si trovavano numerosi gruppi di etnie differenti, che spesso non parlavano bene l’inglese, e che quindi non avrebbero potuto godere di un tipo di recitazione basato solo sulle parole, ma che invece potevano rimanere ugualmente stregati dalla musica e dalle atmosfere abilmente realizzate. Ovviamente poi nel tempo le tipologie di musical si sono allargate moltissimo, arrivando a creare numerose classificazioni: dal cabaret musical (dove c’è una grande interazione con il pubblico) al jukebox musical (che utilizza canzoni famose all’interno del proprio spettacolo) e tanti altri.

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L’opera popolare è invece nata in Italia, con la precisa intenzione da parte degli autori di differenziarsi dal musical, per influenze musicali presenti all’interno del prodotto creato, che non vanno ricercato nelle atmosfere americane o inglesi, ma nel territorio italiano ed europeo. All’interno di questi spettacoli non sono presenti momenti recitativi e l’intera narrazione viene affidata alle canzoni, che sono vere e proprie arie conclusive, che però possono presentare un leitmotiv, magari collegato alla presenza di un personaggio specifico (come Don Rodrigo ne I Promessi Sposi). Sono presenti balli, ma spesso sono solo “da cornice” e delle volte del tutto assenti, ponendo l’attenzione principale alla parte cantata, così come nell’Opera lirica. Alcuni critici hanno negato la distinzione tra i due generi, definendo l’uno – l’opera popolare – la derivazione dell’altro – il musical – , imputando agli autori un’incapacità di definire nettamente i caratteri e i confini del genere da loro proposto. Riccardo Cocciante, che ci ha regalato Notre Dame de Paris e Giulietta e Romeo ha invece con determinazione difeso la distinzione, arrivando anche a “offendere” il musical, definendolo “antico”, e attirando le polemiche dei sostenitori del genere, che di certo non trovavano nelle sue parole la verità (nel mio caso assolutamente no).

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Ma qual è dunque il motivo per il quale è così difficile stabilire una vera classificazione? Se pensiamo ai primi musical di Broadway, come Cantando sotto la pioggia, non fatichiamo a vedere le grandi differenze stilistiche con un Tosca amore disperato, ma con il tempo il musical è molto cambiato e se pensiamo alla seconda metà del Novecento non possiamo che cominciare a vedere un tipo di teatro musicale completamente differente, anche grazie ad una nuova generazione di autori. Pensiamo al mitico, divino, meraviglioso Andrew Lloyd Webber: quando guardate un Jesus Christ Superstar le atmosfere rock non presentano balletti (tranne che per alcuni brevi momenti) né recitazione, avvicinandosi molto ad un prodotto più “nostrano”, che potrebbe avere un tipo di collegamento, ad esempio, con Dracula Opera Rock. Questo perché l’europa si è “impossessata” dell’America, grazie alle influenze inglesi e a quella che negli Stati Uniti chiamano British Invasion. Ci sono ora elementi del musical tradizionale, ma anche della tradizione operistica europea e dell’opera rock, creando un prodotto nuovo.

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Gli autori delle opere popolari però si dicono al di fuori di questa “invasione britannica”, perché nel momento del suo sviluppo, in Italia la cultura del musical non era sviluppata e quindi si è creata e diffusa cercando nuove strade e nuovi percorsi, seguendo un itinerario parallelo e del tutto autonomo, sebbene – è inutile negarlo – il risultato formale sia spesso molto vicino. C’è quindi questo distaccamento da parte degli autori italiani, che preferiscono comporre spettacoli con la dicitura, appunto, di “opera modera”, sottolineando la differenza dal prodotto americano – quello originale – anche inserendo un tipo di drammaticità volontariamente più marcato. Negli altri paesi europei, soprattutto nell’area inglese e tedesca, invece, il musical ha la meglio, con opere di grande impegno produttivo e di riconosciuto valore artistico, come Les Misérables e The Phantom of the Opera, che quanto a contenuto drammatico di certo ne hanno da vendere.

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Ad ogni modo, che siate d’accordo o meno sul fatto che questa differenza esista, spero siate almeno d’accordo con me che tentare di delinearla solo per screditare l’altra parte non abbia assolutamente senso. Si cerca comunque, in entrambi i casi, di portare in scena una storia che entri nella vita del pubblico, chi in un modo chi un altro, e come ci sarà uno spettacolo meno “gustoso” nella “categoria musical”, ce ne sarà uno altrettanto piatto “nella categoria opera moderna”. Perciò, smettete di litigare e passate tranquillamente da ascoltarvi “Bella” a “The music of the night” senza nessuno sciocco rancore.

– Lidia Marino – 

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