L’alimentazione dell’uomo nel corso della sua storia

1Alcuni sostengono che si mangi per vivere e non viva per mangiare: senz’altro vero, ma è inutile negare che il cibo rappresenti per noi, ormai, più di una fonte di sostentamento e che il gusto, il piacere, ma soprattutto la possibilità di scegliere l’abbiano reso il grande e importante centro di interesse che è oggi. Trovo che sia affascinante, però, vedere come si sia arrivati a questa totale libertà – ovviamente, per quanto concerne gli stati fortunati – e quanto sia stata faticoso questo percorso. Parliamo insieme, dunque, dell’alimentazione dell’uomo nel corso della sua storia e vediamo come è cambiato nel tempo.

Fino all’inizio del Neolitico l’Uomo era un cacciatore-raccoglitore nomade, il cui cibo consisteva prevalentemente in selvaggina, importantissima per proteine e lipidi, ma anche in bacche (frutti selvatici) o radici (che spesso contenevano molte fibre). In un periodo dove la caccia era fondamentale per la sopravvivenza e il dispendio energetico quotidiano dell’uomo risultava decisamente considerevole, ci si chiede come i nostri antenati, per milioni di anni, siano riusciti a provvedere a un simile dispendio calorico, avendo a loro disposizione così pochi glucidi e soprattutto nessuno degli pseudo zuccheri lenti, che sono oggi considerati indispensabili dai nutrizionisti. Ad ogni modo, una volta divenuto sedentario, l’Uomo ha cambiato per la prima volta in modo notevole la propria alimentazione, soprattutto con l’avvento dell’agricoltura, che gli permetterà di assaporare cereali, legumi, frutta e verdura. La necessità, però, di razionalizzare, potendo coltivare solo alcune specie di vegetali e cacciare, ormai, solo alcuni animali, portò l’uomo ad 2un monofagismo, che si rivelò essere una fonte importante di carenze, portando ad un acuto diminuire della speranza di vita delle popolazioni interessate.

Dalle fonti scritte dell’Antico Egitto, invece, sappiamo che a loro disposizione quelle antiche popolazioni avevano un ampio ventaglio alimentare: diversi animali d’allevamento, tra i quali il maiale, il bue e la pecora e una predilezione per i volatili, cereali, legumi, verdure in quantità, così da permettere agli Egizi un pasto vario ed equilibrato. In Grecia? I cereali fornivano non meno dell’80 % degli apporti energetici totali. Per un motivo geografico-economico? In realtà non solo: questa scelta derivava da un’ideologia molto particolare: sentendosi acculturati e molto diversi dai barbari, che cacciavano e si nutrivano di ciò che la natura allo stato brado poteva fornire loro, il Greco riceveva dal proprio lavoro della terra una soddisfazione intellettuale decisamente maggiore. Quindi gli alimenti che simboleggiavano per eccellenza questo status di essere civilizzato erano il pane di grano, il vino, l’olio di oliva e il formaggio. Ovviamente oggi sappiamo quanto questo ragionamento pecchi di non poche lacune. I Romani, invece, tornarono a dare alla carne il ruolo importante che aveva avuto in passato. Anche se non riveste un ruolo primordiale nella loro alimentazione, occupa una posizione non trascurabile nell’apporto di proteine animali. Ma l’alimento simbolo dei Romani rimane, come per i Greci, il pane, magari accompagnato da olive, da cipolle, da fichi e da olio. Si può comunque affermare che i Romani avessero 3un’alimentazione leggermente più equilibrata rispetto a quella dei Greci, per via di un maggiore apporto proteico.

Parliamo del Medioevo? Vi stupireste nel sapere che dai resti dei corpi appartenuti all’Alto Medioevo non appaiano malattie di carenza o di malnutrizione, anzi sembravano molto ben alimentati. Più simile a ciò che pensiamo sempre quando ci viene in mente il Medioevo è invece l’alimentazione del Basso Medioevo dove, oltre all’aumento del numero di bocche da sfamare, le condizioni strutturali di questa economia cambiano radicalmente. I cereali diventano l’elemento principale e sempre determinante dell’alimentazione contadina, il diritto di caccia e di pascolo diventa illimitato e di conseguenza la carne scompare poco a poco dalle tavole delle aree rurali, restando appannaggio delle classi superiori. Questo porta i nobili ad assumere troppe proteine per la loro vita sedentaria e i poveri a non avere abbastanza forza per gestire i loro pesanti sforzi.

Altre grandi svolte? Con la scoperta dei nuovi continenti arrivano le patate, il riso, il mais, gli asparagi, gli spinaci, che stravolgono l’alimentazione precedente, tanto che tra il XVI e il XVII secolo, il mais diventa alimento di base dei contadini, soprattutto nell’Italia settentrionale (che ne crea poi la polenta). Le disparità tra classi diventano sempre più evidenti, tanto che in Francia, mentre la gente per strada non poteva permettersi nemmeno il pane, alla corte di Luigi XIVesimo dobbiamo l’invenzione di alcune salse che usiamo ancora oggi: la besciamella e la maionese. Inoltre il caffè, il tè e la cioccolata, enorme novità, chiudevano i pranzi più importanti. Ovviamente le 5scoperte scientifiche non possono che incrementare la produzione di cibarie: all’inizio dell’Ottocento viene impiantata in Francia la prima industria di lavorazione della barbabietola: grazie a questo ora diventa normale avere lo zucchero in tavola. Le teorie di Pasteur sulla fermentazione permettono progressi in campo enologico e caseario, quindi migliora la qualità dei vini e dei formaggi.

L’era contemporanea comincia, invece, all’inizio del XIX° secolo e prosegue sino ai giorni nostri, ed è caratterizzata da un certo numero di eventi importanti che, a diversi livelli, avranno una notevole incidenza sull’evoluzione delle abitudini alimentari. Le produzioni di derrate tradizionali (farine, oli, marmellate, burro, formaggio…) che un tempo erano realizzate artigianalmente sono ormai gestite all’interno di fabbriche di grandi dimensioni, procedimenti di conservazione (l’appertizzazione e in seguite il surgelamento), lo sviluppo dei trasporti e del commercio mondiale e soprattutto la globalizzazione di abitudini alimentari destrutturate di tipo nord americano tra le quali il fast food. Ed ecco che ci ritroviamo nel lusso, nella possibilità di conservare e reperire qualsiasi prodotto ci venga in mente, vivendo quasi un sogno per certi aspetti, ma un incubo per altri. Inutile negare, infatti, che un incremento di lavoro di mente abbinato ad una alimentazione molto spesso non calibrata hanno portato ad un grande aumento dell’obesità, del diabete e delle malattie cardiovascolari. Per questo motivo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dal 1997 denuncia questa situazione con fermezza indicandola come una vera e propria pandemia. Tornando agli albori, è proprio il caso di dire che il detto “vivere per mangiare” non risulta poi così lontano dalla verità.

– Lidia Marino – 

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