La Zero: intervista tra cineprese, danza e musica

Nata sotto il segno dell’acquario, Manuela Zero, in arte La Zero, è un’artista poliedrica. Ballerina di danza classica diplomata a pieni voti presso il Teatro lirico San Carlo di Napoli ma non solo; Manuela ha infatti dimostrato di avere grande talento e carisma come attrice, cantante e autrice per se stessa e per altri artisti. La sua carriera artistica si muove lungo l’asse Napoli-Roma-Milano pur lasciando il suo cuore pulsante nella terra natìa: la Campania. Proprio in napoletano scrive molte strofe  delle sue canzoni, dialetto che sente più come una lingua, la sua lingua materna in cui affondano le sue radici e a cui è estremamente legata.

«Il napoletano è l’esigenza di dire qualcosa» dichiara durante la nostra intervista avvenuta al telefono mentre è in preda alla cottura della parmigiana di melanzane, perché Manuela, bisogna precisare, ha un vero talento anche con i fornelli!

«Il napoletano mi esce quando devo dire qualcosa di veramente vero».

Proprio questa sua continua ricerca della verità e questa sua esigenza di voler raccontare le cose come sono, nude e crude, pur usando delle metafore poetiche e servendosi di storie che puntualmente interpreta, l’ha spinta a scrivere un brano come Mea culpa in cui nel punto finale esce fuori inevitabilmente il napoletano: «La gente prega ama prega, crer prega, ver prega, spera prega e mentre prega spara».

La Zero dimostra di essere in ogni suo brano un’artista molto introspettiva che sente l’esigenza di rappresentare e criticare la società contemporanea, sempre pronta a giudicare il prossimo, a puntargli il dito contro. Se è vero però che chi punta un dito verso l’altro ne punta tre contro se stesso, Manuela non si mette mai sul pulpito a giudicare gli aspetti più tetri ed oscuri della società contemporanea. È la prima infatti a mischiarsi tra la folla e a farsi giudicare. A giudicarsi. Nel brano Abracadabra scritto con Livio Cori, rapper che nel 2019 ha cavalcato il palco dell’Ariston con il brano Un’altra luce in duetto con Nino D’angelo, Manuela dichiara infatti di denunciare se stessa, o meglio quella parte di sé che non ha avuto il coraggio di ribellarsi. Ci racconta la storia di una prostituta, una donna che ha ceduto alle sue debolezze ma che è capace di perdonarsi e di liberarsi dall’etichetta che la società le ha inflitto:

«Sono vittima di un sistema ma mi ci butto dentro perché voglio essere libera di farlo anche se poi ne pagherò le conseguenze. Rappresento la libertà di una donna, di fare ciò che si sente e la prima persona a cui lo dico è proprio a me stessa. Abracadabra è stato il mio primo singolo proprio perché era un singolo in cui volevo raccontare la verità: si sbaglia, ci si perdona».

Sotto le spoglie della donna-angelo dai richiami stilnovistici, si cela il mostro dell’insicurezza, quel mostro che si nutre delle paure che ogni donna ha e che sono accomunate dalla paura primordiale dell’essere sotto giudizio in ogni istante della sua vita. È un angelo perfetto all’apparenza ma al tempo stesso alla mercé di tutti. Tolte le ali, abbiamo un essere umano con pregi e difetti, con scelte giuste e sbagliate. Durante l’intervista Manuela tende a precisare:

«Non è una donna che subisce violenza ma è una donna carnefice. È una donna che sceglie. Critico il sistema. Critico me stessa e il sistema».

Dietro alla ballerina, alla cantante, all’attrice, all’autrice, La Zero si impegna a togliere ogni maschera e ogni etichetta da cui costantemente fugge per puntare i riflettori sul suo essere donna e  denunciare apertamente la condizione femminile dell’ultimo secolo, dicendo: «Eccomi. Sono io. Sono qua e mi metto a nudo». La vede, la vive e la sente come una battaglia ancora non vinta: la donna non è libera, la donna è in catene.

Scriveva Verga: «Avevo visto una povera capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia ci guardava con occhio spaventato; si rifuggiva in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell’azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi, non osava tentare di rompere il fil di ferro che la teneva carcerata, la povera prigioniera».

Proprio al romanzo epistolare Storia di una capinera, La Zero si ispira per il brano Mea culpa, presentato quest’anno sul palco di Musicultura, festival della canzone popolare e d’autore, e arrivato finalista.  Manuela precisa però che:

«Il brano Mea culpa è ispirato a Verga ma è una storia vera. Le mie canzoni sono sempre un misto tra verità e fantasia. Ho fatto la scuola dalle suore e anche questo è stato per me fonte d’ispirazione».

Manuela Zero sul palco di Musicultura non è più Manuela, non è più La Zero, Manuela è Maria e vestita di nero e così sale sul palco dicendo:

«Io sono la santa e la peccatrice. Io sono la scandalosa e la magnifica. Rispettatemi».

In quest’occasione La Zero non si è sentita però molto rispettata: «Ho vissuto su quel palco quello che ha vissuto il personaggio di Mea Culpa. Tutti a giudicare».

Durante la nostra intervista mi ha raccontato di quando durante l’esibizione alcune persone tra il pubblico le hanno fischiato e le hanno urlato contro “porti sfiga!” o di quando dietro le quinte l’hanno rincorsa dicendole: “Non si fa!”. Tutto questo perché in scena si è tolta l’abito nero con il velo da suora tenendo indosso solo un body color carne e una gonna.

  • Questo tuo gesto pensi possa essere associabile a quello di Achille Lauro sul palco dell’Ariston durante Sanremo 2020?
  •  No, perché Achille quando arriva sul palco e si spoglia è un grande show, porta del glamour sul palco ma non crea fastidio a livello di racconto. Non ci sta raccontando una storia importante. Io invece dico quello che volevo dire attraverso un testo molto forte e molto femminile. Parlo di storie vere che hanno una profondità più forte e lo faccio perché voglio fare una cosa diversa, voglio dare fastidio.

Un messaggio che invece di destare scandalo avrebbe dovuto lasciare intendere che sotto ogni veste, dietro la maschera, c’è un essere umano. Libero. Sotto l’abito che indossiamo, sotto le etichette che ci assegnano e le maschere che siamo costretti a portare ci sta un uomo, ci sta una donna ma andando oltre anche il genere, se togliamo qualsiasi velo troviamo una persona. Ed è proprio la voce, la voce di una donna, a risuonare forte e chiara sotto il velo della monaca. Un velo nero, di una suora vestita “a lutto” perché sta andando a morire assieme all’amore più grande che si può provare: l’amore per un figlio. Un figlio mai nato.

  • Qual era il vero messaggio che avresti voluto lanciare dal palco di Musicultura?
  • Il concetto che volevo far passare è che innanzitutto si può sbagliare e che gli essere umani possono sbagliare e devono saper perdonare. Per l’amore di Dio a questa donna viene tolta la possibilità di concepire; un obbligo molto difficile da rispettare. Credo sia una forzatura il fatto che una donna non possa mettere al mondo un bambino se lo desidera. Siamo esseri umani e possiamo sbagliare e ci dobbiamo perdonare, invece siamo in una società che non permette di perdonarci. Siamo tutti lì a giudicarci. Attraverso questa storia forte, parlo di tutti. Quando mi tolgo l’abito da suora, mi tolgo la colpa di dosso. Nessuno comprende le motivazioni di questa donna e questa donna si uccide. Noto una grande difficoltà nel ricevere messaggi poetici qui in Italia. Andare oltre un concetto, oltre un messaggio. Le cose sono sempre dirette, sempre retoriche. Se provi a fare qualcosa di più poetico non si comprende o se si comprende non viene accettato. La mia canzone non è assolutamente contro Dio.

Manuela non ha scritto solo brani di denuncia sociale o dal contenuto estremamente crudo e forte. Ha scritto anche canzoni come San Lorenzo (2019) dal contenuto più leggero, in cui esce fuori la fanciullina che tiene nascosta ma che non abbandona mai.

  • Adesso facciamo un tuffo nel passato: se ti dico San Lorenzo?
  • San Lorenzo è un brano molto diverso da Mea culpa, è parte della “mia bambina”. Non è la donna consapevole che sono diventata. Il concetto del video è che questa ragazza sola con la sua bambola, festeggia il suo compleanno e ha la speranza di esprimere un desiderio. Con questo video musicale ho voluto raccontare la solitudine di ognuno di noi ma anche la speranza. Nonostante tutto, nonostante questa ragazza sia sola, festeggia il suo compleanno davanti a una torta con la sua bambola e quindi c’è un risvolto positivo: non ha perso la speranza. Trovo sempre la malinconia anche nelle cose belle!

La Zero si è distinta anche per alcune sue collaborazioni con artisti di diversa fama. Tra queste, quella più in voga lo scorso anno è stata Latte di mandorla che Manuela ha scritto inizialmente per se stessa per poi cederla a Mameli, cantante e concorrente di Amici 2018.

  • Come è nata la collaborazione con Mameli?
  • Mameli ed io non ci conoscevamo prima di Latte di mandorla. Gli ho mandato una nota vocale su Instagram in cui gli spiegavo che avevo scritto questa canzone per me ma avevo capito che fosse più adatta ad un uomo. L’ha ascoltata e gli è piaciuta. La canzone ha preso vita tra note vocali e videochiamate poi ci siamo incontrati un giorno a Milano ed oltre alla realizzazione di una canzone che ha avuto davvero moltissimi ascolti, è nata anche una grande amicizia. Latte di mandorla parla di me: «la frangetta […] i capelli del colore delle mimose […]».

Nonostante i grandi traguardi raggiunti in campo musicale come autrice e cantautrice, Manuela Zero dichiara apertamente e con sincerità di non aver mai pensato a scrivere canzoni prima di Nina è brava, brano con cui si è presentata a Sanremo giovani 2018 e che definisce “il suo primo amore”:

«Le persone non mi credono ma è la verità. Non ho mai scritto prima di Nina è brava. Non avevo mai pensato di scrivere, volevo fare l’attrice di teatro! Mai nella vita ho pensato di scrivere una canzone nonostante io suoni il pianoforte. Non l’ho neanche mai desiderato; doveva succedere! Mai nella vita avrei pensato di fare Sanremo. Lì ho incontrato Francesco Facchinetti che mi diceva di scrivere ma io rispondevo di non saper scrivere. Da lì ho cominciato a scrivere e solo dopo mi sono accorta che le parole arrivano veloci. Ho un brutto rapporto con la realtà di oggi ma la scrittura mi salva.  Adesso scrivo tantissimo e la metrica mi viene naturale».

  • Come è nata l’idea di Nina è brava? Hai davvero conosciuto una bambina di nome Nina che viveva in carcere con la madre?
  • Un regista che stava studiando una sceneggiatura mi aveva parlato dei bambini che vivono in carcere e mi ha raccontato la storia di Pasquale. Ho conosciuto veramente Pasquale, infatti nella canzone a un certo punto dico: «Io e Pasquale adesso siamo al mare […]» ma non ho mai conosciuto Nina. Io volevo interpretare la bambina: Nina da grande. Infatti la voce, che è completamente in prima persona, è una voce da bambina, non è mia. È molto teatrale. Interpreto sempre le mie canzoni come un’attrice.

Dal successo di Sanremo, Manuela infatti non ha mai smesso di scrivere e anche adesso qualcosa bolle in pentola…! È interamente concentrata sul suo nuovo lavoro: un album che le permetterà di mostrarsi per ciò che veramente è, artisticamente parlando. Purtroppo non può ancora svelarci molto su questo progetto che sta prendendo forma ma spiega che questa sua ultima creazione parte da una scrittura drammaturgica di uno spettacolo teatrale che si trasformerà in una mostra fotografica e infine in un trailer cinematografico:

«Dallo spettacolo mi ricaverò inediti. Un processo all’inverso per dimostrare che la musica va di pari passo con l’arte teatrale, il cinema…Essendo un’attrice, partendo dall’attrice colgo più punti di vista. Quando le persone mi chiedono “cosa preferisci fare?”, rispondo dicendo che sono problemi loro perché vorrei sdoganare tutto questo: “cosa sono?”. Se sei più cose insieme in Italia non sei nessuno. Penso invece che chi non ha alcune competenze dovrebbe averle. Se vai a Londra per esempio, un cantautore è anche un ballerino, un attore. Per una donna poi è ancora peggio. Se tu sei una donna con una personalità e vuoi fare della musica che comunica dei messaggi e sei carina diventa un contrasto. Le cantautrici italiane sono pochissime e sono persone che non rappresentano una personalità femminile forte, cercano invece di avere una forza maschile. Difficile trovare una donna che scriva con una femminilità forte».

La Zero combatte molto contro le “etichette” che costantemente le assegnano. È un’artista completa e vuole essere apprezzata per ciò che fa. Sente l’esigenza di comunicare, non di essere riconoscibile. Per questo cambia spesso taglio e colore di capelli, look e sound dei brani. Durante l’intervista dichiara apertamente chi sente di essere, ossia “una, nessuna, centomila”…Zero:

«Non sono mai io. Non sono una cantautrice che canta e resta se stessa, io interpreto dei personaggi, dei ruoli. Non voglio essere riconoscibile, io voglio fare arte e le persone devono amare il fatto che io ricopro diversi ruoli. In questo mio album racconterò dei brani attraverso otto personaggi diversi e solo con quest’album mi capiranno. Avrà un sound con stili diversi ma voglio essere il più semplice possibile nel sound e nelle parole per arrivare a tutti Non è facile scrivere cose semplici per arrivare alla gente ma voglio provare ad essere universale come i grandi artisti di una volta. Voglio andare indietro e raccontare le cose in maniera semplice ma poetica, come faceva Ivano Fossati, ma sempre con un sound nuovo, molto personale. Sarà molto diverso da Mea culpa, lì il linguaggio è quasi aulico e solenne. Se avessi scritto in latino sarebbe stato più facile!».

  • Di cosa parlerà il tuo nuovo album? Quello che puoi dirmi ovviamente…
  • Il mio prossimo album è la consapevolezza di tutto. Lo sto scrivendo senza regole. Penso che noi cantautori abbiamo il dovere di raccontare.
  • E tu cosa vuoi raccontarci?
  • Il momento in cui decidi quello che vuoi fare, che non è irriverenza ma libertà. Quell’attimo di felicità reale. Il mio album parlerà del fatto che può accadere che non puoi volere bene a tua madre, che vuoi tradire. L’attimo di piena libertà. Attraverso queste sei donne racconto sfaccettature diverse della stessa medaglia. Voglio parlare di donne.
  • Il tuo percorso musicale sembra un romanzo di formazione, dalla bambina arrivi poi alla donna che sei. Sei d’accordo?
  • Sì, sembra un romanzo di formazione. Dall’inconsapevolezza di Nina alla bambina in ricerca in San Lorenzo e poi la donna in Mea culpa. Quello che sono diventata e che farò capire con il mio album. Come mi disse Mariangela Melato prima di morire: «Non sei un’artista immediata, hai bisogno di tempo». “C’è tempo”, citando Ivano Fossati.

Anche se Manuela resta molto misteriosa sul contenuto del suo prossimo album, ci anticipa un piccolo regalo che farà ai suoi fan prima di Natale:

«Cicale a Natale sarà il mio regalo di Natale. La farò uscire su Instagram in versione acustica, chitarra e voce, prima di Natale. È una canzone surreale ma molto pop con uno stile nuovo».

  • Visto che sei in sempre in cerca di nuovi sound e so che stai esplorando il mondo della trap, cosa pensi di questo nuovo genere musicale? Che consigli vorresti dare a questi ragazzi che sperimentano questo nuovo modo di fare musica con l’autotune?
  • La trap per me è pazzesca! Mi piace la produzione superurban, la stessa Mea culpa è superurban ma dovrebbero fare uno sforzo verso dei messaggi più ricchi. L’autotune è uno strumento incredibile ma bisogna avere qualcosa da dire. Il problema della trap è che questo mondo di soldi, di donne-puttane,… mi annoia molto! Perché non parlano di qualcosa invece di fare i finti maschi che poi sono tutte femminucce? Tha Supreme non dice nulla ma ha inventato delle belle melodie. Non vanno a fondo, restano troppo in superficie: il quartiere, i drogati, la strada… fammela vedere, fammi capire, fammi emozionare!
  • Che suggerimento dai?
  • Approfondite i messaggi! E non usate per forza parole denigratorie.

Nonostante il periodo storico che stiamo vivendo, Manuela sta approfittando di questo tempo per equilibrare, armonizzare, scoprire e riscoprirsi, così le ho domandato:

  • Che parole di incoraggiamento vuoi lasciare a tutti gli artisti che come te stanno vivendo questa dura realtà?
  • Il messaggio che ho a cuore è di sentirsi più liberi tutti. La gente non si ascolta. È il momento di fare ricerche su artisti, andare a scavare. Adesso è il momento di creare. Chi fa questo mestiere non per apparire ma per creare è il momento non delle dirette e delle videochiamate. Questo è il momento di guardarsi dentro. Gli artisti veri dopo questa quarantena resisteranno. Sarà una specie di pulizia. Bisogna creare e farsi forza. Un artista ha bisogno di stare sul palco ma è anche importante fermare il tempo e chi ha davvero da dire qualcosa se lo può permettere in questo momento.

Driiin… il timer è suonato, l’intervista è terminata e la parmigiana di melanzane è pronta!

Grazie ancora Manuela per il tempo che mi hai dedicato, per la musica che ci regali non solo a Natale, per le tue iniziative, la tua speranza, il tuo coraggio di essere donna, la forza femminile che dimostri di avere in ogni occasione, quella che ognuna di noi deve imparare a riconoscere e a coltivare giorno dopo giorno per togliersi la colpa di dosso. Mea culpa!

– Aurora Milana –

Rispondi