La vita di Sylvia Plath

Io sono verticale ma preferirei essere orizzontale” semplici parole che, per chi non si lascia ingannare dalle apparenze, racchiudono il senso di tutta una vita.

Queste parole raccontano la vita di Sylvia Plath una poetessa e scrittrice americana.

Sylvia nasce il 27 ottobre del 1932 a Jamaica Plain, un sobborgo di Boston. Quando suo padre muore Sylvia ha solo otto anni e la rabbia e il dolore la portano a fare amicizia con carta e penna, cominciando così a trasformarsi in una scrittrice. Sylvia è una ragazzina fragile, sensibile, intelligente ma estremamente insicura. È durante l’adolescenza che comincia a soffrire di depressione, un malessere che tuttavia non le impedisce di pubblicare il suo primo lavoro dal titolo “E l’estate non ritornerà”, un racconto pubblicato per la rivista Seventeen. Nel 1952 invece pubblica, durante la carriera universitaria al Smith College di Northampton, “Sunday At The Mintons” per la rivista Mademoiselle. Sylvia vive per scrivere e la sua arte, grazie ad una rivista dell’epoca, la trascina a New York, una metropoli che su di lei ha un effetto devastante. Il caos, la frenesia, intaccano il suo delicato equilibrio psichico: nelle frequentazioni richieste dalla mondanità newyorkese Sylvia, che è ormai una donna ed una poetessa estremamente sensibile, avverte il peso dell’ipocrisia della borghesia newyorkese e della falsità che la circonda, quasi senza lasciarle scampo. Cominciano così le cure psichiatriche, i primi ricoveri in manicomio, l’elettroshock e il primo tentativo di suicidio, a causa di quella maledetta depressione che è diventata ormai la sua ombra. Ma questo non basta a mettere a tacere la sua penna, Sylvia abbandona presto la clinica e riprende a studiare: frequenta corsi di poesia e comincia a preparare la sua tesi di laurea su Dostoevskij. Grazie ad una borsa di studio si trasferisce in Inghilterra dove frequenta l’Università di Cambridge, ed è qui che nel 1956 incontra Ted Hughes. Ted è un poeta famoso e lei non è, a dispetto delle apparenze, il tipo da lasciarsi scappare l’occasione di conoscerlo e di complimentarsi con lui per i suoi scritti. Tra i due scatta immediatamente la scintilla, un colpo di fulmine che porta i due innamorati a sposarsi dopo soli 4 mesi dal loro primo incontro. Il matrimonio rende i due scrittori più produttivi che mai, portandoli a scrivere alcune delle loro migliori opere. Tuttavia Sylvia rimane comunque una donna cresciuta in America, per lei il successo è fondamentale e la vita da casalinga si presta poco alla sua abilità di scrittrice. Inizialmente riesce ad amalgamare l’essere moglie e madre di due figli alla sua arte ma presto la vita sfocia nella più totale monotonia. La maternità diventa fonte di frustrazione e i continui tradimenti di Ted, di certo, non l’aiutano a superare le sue insicurezze. Ciò nonostante la sua attività letteraria sorge a nuova vita: nel 1960 pubblica “The Colossus”, un’elaborata testimonianza del proprio crollo psichico. Nel 1963, invece, con lo pseudonimo di Victoria Lewis pubblica “La campana di vetro”, una testimonianza disperata del suo bisogno d’affetto, il racconto di una donna divisa tra le sue aspirazioni e il ruolo impostole dalla società, un libro che la consacra come icona femminista. Ma nemmeno il riconoscimento della sua arte sembra alleviarla dalle proprie sofferenze: Sylvia a soli 30 anni è vittima della depressione cronica, dell’instabilità emotiva, e la relazione di Ted con Assia Gutman, moglie del poeta David Wevill, l’avvicina sempre più allo spettro della morte. L’11 febbraio del 1963, dopo solo un mese dalla pubblicazione de “La campana di vetro”, Sylvia prepara fette di pane imburrato per i figli, li chiude nella loro camera e la sigilla con del nastro adesivo. Dopo, si chiude in cucina e scrive la sua ultima poesia “Orlo”, apre il gas del forno, ci infila la testa e si lascia abbracciare dalla morte.

Dopo anni dalla sua morte, come succede spesso, Sylvia diventa un caso letterario. Vengono pubblicate postume “Attraversando l’acqua”, “Alberi invernali” e i suoi famosi “Diari” pubblicati nel 1971, curati da suo marito. La sua morte rimane comunque avvolta dal mistero di varie teorie: c’è chi dice che esistono delle lettere indirizzate al suo terapista in cui Sylvia denuncia maltrattamenti e abusi da parte di suo marito. Altri raccontano che Hughes fosse esasperato dalla malattia della donna tanto da ammettere ai suoi amici “se sto ancora con lei muoio“. Qualunque sia la verità nessuno ha salvato Sylvia: nelle foto scattate dalla coroner la donna appare ben vestita con sandali bianchi ai piedi e guanti alle mani. Sul tavolo della cucina giace un biglietto con scritto il numero del suo dottore.

Un ultimo disperato tentativo di salvarsi? Non lo sapremo mai, quello che è certo è che Ted regalerà al camino il compito di cancellare l’ultimo diario scritto dalla donna e di bruciare tanto materiale che forse comprometteva l’immagine artistica di sua moglie o forse, semplicemente, soltanto la sua.

Sylvia Plath ispira ancora oggi molti scrittori, artisti, e tu lettore non puoi perderti la possibilità di fare la conoscenza di questa donna che ha donato tutto di sé alla scrittura. Lascio qui il resto delle parole della poesia con cui ho cominciato questo piccolo omaggio.

Ebbene lettore, ti presento Sylvia Plath:

Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale.

Non sono un albero con radici nel suolo

succhiante minerali e amore materno

così da poter brillare di foglie a ogni marzo,

né sono la beltà di un’aiuola

ultradipinta che susciti grida di meraviglia,

senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.

Confronto a me, un albero è immortale

e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:

dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,

alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.

Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.

A volte io penso che mentre dormo

forse assomiglio a loro nel modo più perfetto –

con i miei pensieri andati in nebbia.

Stare sdraiata è per me più naturale.

Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,

e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:

finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

– Giuseppina Serafina Marzocca – 

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