La treccia di Laetitia Colombani, romanzo d’esordio da record

Pubblicato dalla Casa Editrice Nord all’inizio del mese di Maggio, La treccia di Laetitia Colombani ci viene presentato come un romanzo d’esordio da record: da un anno top ten nelle classifiche francesi e in corso di traduzione in ben 26 Paesi. Ma siccome chi vi scrive è puntigliosa, ho voluto testare da me il peso di queste 300.000 copie vendute ed acclamate a gran voce, quindi eccomi qui reduce da una lettura appassionata, pronta a dirvi cosa ne penso del libro.

Partirei col dire che la Colombani ha una scrittura incalzante – o meglio, nella traduzione italiana così risulta- e con frasi brevi ma incisive riesce a conquistare l’attenzione senza troppi sforzi. Così ci si trova a conoscere ben tre protagoniste, donne differenti che vivono in tre parti del mondo lontanissime l’una dall’altra e che affrontano vite per niente simili. Ma una cosa c’è che le unisce, ovvero, procedendo nella lettura scoprirete che sono caratterizzate tutte e tre da una latente determinazione che le porterà a somigliarsi e così,in qualche strano modo, riusciranno a intrecciare i loro destini.

“Penso a Penelope che instancabile tesse ogni giorno ciò che disfa la notte.

Devo ricominciare.

Il risultato sarà bello, il pensiero mi consola, non perdere il filo, devo aggrapparmi  a quello.

Rifare tutto e poi continuare.”

Le tematiche trattate da questo libro son diverse e offre spunti di riflessione su argomenti di un certo rilievo che però vengono toccati senza empatia, in maniera quasi frettolosa sebbene funzionale alla storia. Ad esempio con Smita entriamo in contato con la realtà Indiana, la struttura della società suddivisa in caste, la categoria degli intoccabili e le loro tristi condizioni di sopravvivenza; eppure nessuno degli episodi narrati dall’autrice sembra autentico, non scatta la scintilla, è fin troppo sterile come racconto.

Stessa cosa per Giulia, giovane Palermitana, lavora nell’azienda di famiglia e si trova a dover fare i conti con la crisi familiare che va di pari passo con quella dell’attività; anche in questo caso siamo di fretta, accadono molte cose ma nessuna ha il sapore della novità.

Per finire c’è la storia di Sarah, Canadese, avvocatessa in carriera, affermata nel lavoro e nella vita si trova improvvisamente sbalzata fuori dal suo ruolo privilegiato e costretta a fare i conti con un nemico che gioca ad armi impari. La accompagneremo in questo percorso di cambiamento e presa di coscienza ma senza riuscire a entrarne veramente in contatto.

Quello che ho notato è che nel procedere del racconto, nell’alternarsi e l’evolversi di queste tre vite, noi lettori non riusciamo mai del tutto a superare una parete vetrata che si frappone tra noi e le protagoniste ed è la palese finzione letteraria a impedircelo: si percepisce una sorta di modestia nella narrazione che non ci permette l’interazione totale con il racconto che ci risulta sì interessante e ben scritto ma eccessivamente lontano da un coinvolgimento emotivo sincero, vero.

Buona l’idea di dare voce alle donne e alla loro quotidianità prendendo spunto da tre diverse sfumature dell’esistenza: la treccia diventa simbolo di questi tre destini, ciocche di vite  che si alternano tra loro fino a rimanere unite, coinvolte in un disegno d’insieme più grande del previsto ma questo non basta a fare del libro un prodotto eccezionale.

Lo stile eccessivamente semplicistico non ha permesso alla storia di decollare: l’idea c’è ma manca un maggior approfondimento; però forse, proprio per questo suo non entrare troppo nei dettagli questa storia potrebbe essere adatta a un pubblico più giovane, si presterebbe bene come trampolino di lancio verso quelli che sono argomenti del quotidiano: La treccia potrebbe essere una finestra- di modeste dimensioni- che si affaccia sul mondo contemporaneo, un libro che riesce a far parlare di emancipazione femminile, discriminazioni, povertà, crisi e malattia senza toni eccessivi o pregiudizi politici; tra le pagine di questo romanzo c’è uno spiraglio di vita, passione e determinazione, un soffio vitale di coraggio che comunque riesce a emergere e per questo penso che, seppure non sia un romanzo d’eccezione, di quelli indimenticabili, valga la pena leggerlo. Non è proprio da buttar via, va solo maneggiato con la giusta predisposizione d’animo e forse con la giusta età: un lettore navigato sentirebbe puzza di cliché dal secondo capitolo e la prevedibilità avrebbe la meglio sul resto ma non negherebbe mai che la storia ha del potenziale.

Dalla vostra lettrice puntigliosa è tutto e ricordatevi di continuare sempre a sperimentare, curiosare e leggere in maniera libera. Ché record o no, le classifiche che veramente contano, il più delle volte, sono quelle che vi stilate personalmente.

Buone letture!

– Jessica Bua – 

 

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