La telepatia nelle serie tv

1Vi è mai capitato di porvi (o di sentirvi porre) la domanda: “se potessi scegliere un potere quale vorresti?” Bene, per molti la telepatia è una risposta più che apprezzata. Già dai tempi di Terry e Maggie, il cartone dove le due gemelle protagoniste potevano parlarsi senza aprire bocca, questo tipo di capacità sembrava un sogno ai più: io personalmente ho i brividi solo a pensarci e di certo non sarebbe la mia scelta (viva la telecinesi!), perché già mi faccio troppi film mentali su quello che la gente trova il coraggio di dirmi, figuriamoci su quello che nasconde. Ed è in effetti questo il binomio che la serie tv, negli ultimi tempi, ha amato analizzare: quella parte positiva, che ti aiuta a svelare i crimini, le nefandezze e a capire chi si abbia davanti, e quella che invece mette in difficoltà e a volte emargina dal mondo stesso.

Iniziamo conoscendo meglio l’argomento: detta anche “trasmissione del pensiero”, la telepatia è appunto l’ipotetica capacità di comunicare con la mente, non utilizzando altri sensi o strumenti. Questo termine venne introdotto nel 1882 da Frederic William Henry Myers e deriva dal greco τηλε, tèle (lontano) e πάθεια, pàtheia (sentimento). I primi studi su questa presunta facoltà furono condotti dalla Società per la Ricerca Psichica di Londra, verso la fine dell’Ottocento, mentre il primo vero laboratorio di parapsicologia venne costituito negli anni 1930 negli Stati Uniti d’America, quando il pioniere della parapsicologia Joseph Rhine della Duke University di Durham (Carolina del Nord) condusse numerosi esperimenti, con l’ausilio ad esempio delle carte Zener, per accertare l’effettiva realtà della telepatia. Un esempio degli esperimenti con le carte è la serie Pearce-Pratt (dal nome rispettivamente del soggetto, lo studente Hubert Pearce, e dello sperimentatore, J. Gaither Pratt): nell’arco di oltre 300 esperimenti, Pearce avrebbe ottenuto una media di 9,9 successi per prova su 25, mentre l’aspettativa casuale era nettamente inferiore. Una completa e dettagliata presentazione degli esperimenti di Rhine è contenuta nel libro Extra-Sensory Perception After Sixty Years, pubblicato nel 1940. L’opera fu accolta con interesse e recensita da varie riviste di psicologia, e nell’anno accademico 1940-1941 fu perfino adottata come libro di testo per corsi introduttivi di Psicologia a Harvard.

Come tutto quell2o che non si riesce pienamente a spiegare, anche la telepatia mantiene un certo fascino anche oggi, portando la televisione a parlarne sempre più spesso. Se una volta potevamo trovare personaggi capaci di leggere nel pensiero per lo più in Star Trek e comunque in un contesto non pienamente umano, adesso il processo risulta il contrario. Ultimamente, infatti, nei vari telefilm è proprio l’essere umano protagonista del quotidiano a possedere questa caratteristica, di cui si evidenziano sia le possibilità che i grandissimi problemi che ne derivano. Perché, come già accennato, mostrare le due facce della medaglia rende il tutto più interessante e “reale”. Vi ricordate quando, nel film Una settimana da Dio, Jim Carrey rischiava di diventare pazzo per le voci nella sua testa, che pregavano? Ecco, quello è un altro elemento da non sottovalutare, no? Una vera e propria disfunzione, che può condurre alla pazzia. In The Listener, abbiamo come protagonista un uomo, paramedico, con poteri telepatici, che utilizza le proprie abilità per scovare i criminali della città, ma attraverso il caro prezzo di dover ascoltare le mille voci delle menti di chi lo circonda, portandolo spesso ad un’isteria sempre più prepotente, che lo sfianca, che non lo rende un “eroe”, ma un “umano stanco. E rimanendo collegati a questo, andiamo a vedere da vicino Matt Parkman, uno dei protagonisti della serie Heroes. Il detective scopre di possedere tale potere nel peggiore dei modi: torna a casa dalla moglie e scopre l’intenzione di quest’ultima di lasciarlo. Si dirige poi in un pub, per affogare i suoi dispiaceri, ed ecco che le voci nella sua testa di tutti i presenti diventano tanto forti da farlo svenire. Subito, dunque, l’impatto con un potere che potrebbe sembrare intrigante assume i colori dell’angoscia: Heroes infatti analizzava in modo interessante (almeno nella prima stagione) come delle persone del tutto normali si ritrovassero ad avere delle capacità (spesso odiate e temute) che potremmo definire, appunto, da supereroe, che invece di renderli più “forti”, li spaventano e li emarginano, come degli elementi di disabilità, paradossalmente.

3Lo stesso senso di isolamento lo prova la protagonista di True Blood, Sookie Stackhouse che, nonostante riesca a sedurre quasi tutti gli “uomini” degni di interesse della città (beata lei), cresce non nascondendo la propria abilità e venendo allontanata a colpa di essa. Ed è proprio quello che la spinge verso il mondo dei vampiri, anch’essi visti in modi alterni dalla popolazione umana: l’emarginato cerca l’emarginato per sentirsi “normale” (elemento che troviamo anche nel più recente Stranger Things 2, che non approfondirò più di tanto, visto che per molti potrebbe essere ancora uno spoiler). Inoltre Sookie viene affascinata da Bill, inizialmente, proprio per la propria incapacità di leggerne la mente, che le permette, appunto, di conoscerlo senza “trucchi”, come avrebbe voluto fare anche con altre persone. Certo, poi si scopre che in effetti la sua non sia proprio un’abilità umana, ma quella è un’altra storia (che tralascerei volentieri…). Rimanendo collegata a True Blood, però, possiamo dire che, mentre un tempo era il vampirismo – che poteva essere considerato affascinante, per le mille possibilità che esso rappresentava – a essere dipinto come un’arma a doppio taglio che poi si rivelava una maledizione (pensate a Louis nel libro Intervista col Vampiro: quando il giornalista gli chiede di trasformarlo, alla fine di tutto il suo racconto, lui capisce di aver “fallito” nel dipingere il suo mondo, proprio perché ai suoi occhi appare come marcio), adesso sono i poteri e le capacità mentali ad essere analizzate sotto un’altra luce. Insomma, se ci pensate, persino Kilgrave, in Jessica Jones, (anche se in quel caso si parla di controllo mentale), cattivissimo inquietante, ha un momento di sfogo dove esordisce con “Come faccio a saperlo, eh? Non so mai se fate ciò che volete o ciò che vi dico di fare. Non hai la minima idea, vero? Devo scegliere con la massima attenzione ogni mia parola”: intenso, secondo me. E voi cosa ne pensate, sarebbe comunque la vostra risposta alla prima domanda?

– Lidia Marino – 

 

 

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