La tecnologia invasiva di Black Mirror, la serie di Charlie Broker

blaCharlie Broker decide di conferire una definizione specifica alla tecnologia invasiva che dà il titolo alla sua serie, sbarcata su Channel 4 nel dicembre 2011: Black Mirror Fin dal pilot, il telefilm si prefigge l’obiettivo di essere disturbante, di generare nello spettatore il terrore per questo “specchio nero” che rischia di prendere il sopravvento nelle nostre vite.

Gli episodi (per il momento raccolti in sole due stagioni e uno speciale natalizio) sono dei “film brevi”, una raccolta di storie con cast e ambientazioni differenti, a volte distopiche e a volte, purtroppo, più che realistiche. Si passa dal primo ministro ricattato del pilot a un uomo geloso della propria moglie, mantenendo sempre un elemento chiave: la tecnologia, nello specifico quella che concerne lo sguardo. Così il primo ministro è costretto a compiere “atti osceni” in diretta nazionale pur di liberare una principessa in ostaggio, il marito geloso ha impiantato nel corpo una microcamera che riprende ogni istante della propria vita (consentendogli di tornare indietro a qualsiasi punto temporale per analizzare le parole e i gesti della moglie), nuclei di persone vivono circondati da schermi e lavorano per ottenere monete virtuali che possono essere spese quasi esclusivamente per comprare ai loro avatar abiti colorati, così diversi da quelli grigi che sono costretti a indossare nella realtà.

Black Mirror mette in guardia l’uomo del presente, gli intima di stare attento all’uso invasivo della scienza, perché altrimenti si ritroverà come alcuni dei personaggi, costretti a umiliarsi costantemente davanti alle telecamere pur di ottenere una vita (solo in apparenza) migliore.

Black Mirror attacca la tecnologia, ne mostra gli aspetti negativi, implora aiuto, ma lo fa attraverso uno schermo, quello televisivo. Sembrerebbe quasi dire: “È già troppo tardi”.

– Sara Carucci – 

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