La scuola cattolica: recensione

Prima che Stefano Mordini lo trasformasse in pellicola, La scuola cattolica nasce come romanzo autobiografico, scritto da Edoardo Albinati e vincitore del Premio Strega nel 2016. Il testo, così come farà poi il film, intende raccontare l’adolescenza di Albinati tra l’istituto religioso da lui frequentato e le famiglie dei suoi amici; negli stessi anni, il fratello di uno dei suoi compagni di classe compirà, insieme a due coetanei, quello che passerà tristemente alla storia come il “massacro del Circeo”.

Albinati, dunque, parla di sé non come un testimone dei fatti, bensì concentrandosi sulla propria vita e lasciandosi andare a qualche digressione sull’omicidio di Rosaria Lopez. Non è la storia di Izzo, Guido e Ghira, loro non incrociano la strada del protagonista, eppure Albinati – e poi Mordini – non avrebbe venduto con la biografia di un uomo qualunque; un uomo che aveva qualcosa da dire, ma non era famoso. Non era un “qualcuno” di cui si sarebbe letta l’autobiografia. Dunque, Albinati aveva bisogno di un evento a cui legarsi, e si è ricordato di andare in classe con Salvatore Izzo. Quella scuola cattolica, quell’ambiente familiare borghese, tutto a contribuito a crescere ragazzi esasperati, che hanno bisogno di esprimersi, di risaltare fra gli altri, e fra questi c’erano anche Angelo Izzo e Gianni Guido.

Non è un film sul massacro del Circeo o su ciò che ha spinto le vittime Rosaria Lopez e Donatella Colasanti ad avvicinarsi ai loro aguzzini, nemmeno sulle motivazioni dei tre carnefici; eppure si apre con una scena emblematica per la cronaca nera italiana: Donatella, ferita e quasi del tutto priva di forze, urla e bussa contro il bagagliaio dell’auto che la tiene prigioniera, attirando la curiosità di un carabiniere.

Fin da subito, la pellicola si distacca dall’evento, acquistando lo sguardo di Edoardo Albinati, adolescente al penultimo anno di scuola superiore, una scuola cattolica dove a insegnare sono i preti – che non disdegnano la compagnia delle prostitute. Albinati presenta i compagni di classe, nomina Salvatore Izzo e “Pik”, poi comincia il caos. L’impressione è che la macchina da presa non sappia quale personaggio seguire, né quale storyline, dunque si sofferma su Albinati e poi sulla famiglia dell’amico Arbus e del compagno Rummo, per poi spostarsi sulla madre di Pik, che ha una relazione con il minorenne Jervi, e ancora su Izzo e Guido. Lo spettatore viene informato che gli eventi sullo schermo vengono narrati sei mesi prima del prologo, ossia della liberazione di Donatella, poi cinque mesi, poi centottanta ore prima, poi di nuovo tre mesi. Si assiste però ad eventi che, secondo le didascalie, avvengono a distanza di settimane, ma nelle parole di Albinati sono risalenti alla sera prima. C’è confusione, ci sono troppi personaggi, sembra che Albinati abbia strappato alcune pagine dal diario degli ex compagni di classe e le abbia inserite casualmente.

La famiglia Rummo pare avere un ruolo centrale, è sempre sulla scena, ma il suo ruolo è nullo per il risolversi della storia. I genitori di Gioacchino sono ferventi cattolici, bisogna andare a messa ogni giorno, avere rapporti senza precauzioni, dire la preghiera prima dei pasti e poi quella della buonanotte. Lo spettatore attende la morale, il momento in cui si riveleranno ipocriti o educatori di pessimi figli, ma non arriva niente di tutto ciò. La figlia maggiore ha un rapporto occasionale, e se il film non fosse stato biografico implicherebbe una gravidanza indesiderata fuori dal matrimonio, però Albinati e Mordini raccontano la realtà. E la realtà è che non ci sono conseguenze a noi note. Dunque perché mostrarlo? Lo scopo sembra essere l’ennesimo modo di raccontare il sesso visto dagli adolescenti, ma sarebbe bastato il punto di vista di Albinati e quello dei mostri del Circeo.

Altro scopo ha la relazione della madre di Pik con il giovane Jervi, perché conduce a quello che il regista avrebbe voluto costruire come un plot twist, dimenticando che tutti, o quasi, conosciamo il nome di Izzo e non quello di “Picchiatello” Martirolo. Lo stesso giorno del massacro organizzato da Izzo e Guido, infatti, Albinati e Pik portano due ragazze al Circeo, e il ragazzo che finora è stato descritto come disturbato, appassionato di armi esotiche – brandisce spesso la katana che ha in casa – e sconvolto dall’avere appena appreso della tresca di sua madre potrebbe proprio diventare l’assassino del Circeo. Colpo di scena (fra molte virgolette): Pik non riesce a restare solo con una ragazza e supplica Albinati di tornare a casa, mentre gli affabili Izzo e Guido costringono Donatella e Rosaria, attirate anche loro in una villa del Circeo, a spogliarsi e sottostare a violenze fisiche e psicologiche. “Peccato” che, fino a questo momento, Angelo Izzo sia stato rappresentato come un folle pieno di sé, quindi non c’è vera sorpresa nello spettatore, nemmeno in quello che ignora i fatti e i nomi del Circeo.

Torniamo al punto centrale, che non è il fatto di cronaca: i ragazzi che negli anni Settanta crescevano in famiglie ricche e frequentavano una scuola cattolica. I genitori di Guido sono severi, ma al contempo gli insegnano che basta fare qualche donazione per ottenere il perdono; il padre di Arbus è omosessuale e lo annuncia alla famiglia con un articolo sul giornale; la madre dei fratelli Izzo appare poco o niente. Qual è lo scopo della già citata famiglia Rummo? Spiegare che si allontano dalla chiesa dopo la morte di una delle loro figlie e che Gioacchino, da grande, diverrà uno psicologo che “confermerà ciò che noi al tempo pensavamo delle inclinazioni dei nostri compagni”: uno di loro è masochista, Jervi si è fatto saltare in aria, un altro si è suicidato… Albinati lo racconta in meno di un minuto. Allo spettatore, poi, neanche importa più di tanto, perché non è riuscito a empatizzare con i personaggi. Sono ispirati a persone reali, non è detto che suscitino empatia, eppure basterebbe poco, una minima analisi, uno sguardo, un’espressione, una visione più chiara del loro spaccato per comprendere le azioni che intraprendono.

È lecito soffermarsi sulla parte violenta del film, che lo ha reso vietato ai minori. È lecito perché Rosaria e Donatella, quelle vere, lo meritano. Izzo e Guido sono indifferenti a ciò che stanno compiendo, non importa loro di avere ucciso – credono – due ragazze, figurarsi averle picchiate e stuprate. Andrea Ghira, poi, è come se non ci fosse: appare, fa del male, scompare, ed è in fondo ciò che è successo nella realtà, perché la morte lo coglierà da latitante. Tra i titoli di testa il primo nome che compare è quello di Benedetta Porcaroli, interprete di Donatella, ma il suo personaggio è presente solo nell’ultimo quarto del film: doveva solo attirare gli spettatori, che la conoscono più degli altri attori della sua età presenti nel film. Il suo ruolo è difficile e, parere personale, la sua recitazione non trasmette molto. Colpa della Porcaroli? Guardando il film, la colpa sarebbe piuttosto da attribuire a un regista incapace di dare spessore ai personaggi – spessore che non si ottiene soltanto con una buona sceneggiatura. Complimenti invece ad Alessandro Cantalini, ossia Pik, per essere il solo in grado di trasmettere qualcosa, e complimenti anche al casting di Luca Vergoni, fisicamente molto simile a un giovane Angelo Izzo.

Sul lato tecnico, meglio lasciar perdere fotografia e montaggio – quest’ultimo in grado di rendere ancora più confusionario il film. Vale invece la pena parlare della pubblicità a “La scuola cattolica”. Prima di tutto, si parla di un film sul massacro del Circeo e contro la violenza sulle donne, e come si è visto così non è; poi è stato inserito al divieto ai minori di diciotto anni, opinabile forse, ma che è stato enfatizzato per far parlare ancora più della pellicola; infine la ridicola locandina. Non c’è Albinati, non c’è Pik, non ci sono i loro compagni di classe. Ci sono invece Izzo e Guido che puntano una pistola contro Donatella e Rosaria, e sono sfocati. Ciò che va subito all’occhio sono i primo piano di cinque attori famosi, che interpretano un professore apparso in una sola scena e quattro genitori – tra cui non il padre di Rummo. “La scuola cattolica” parla dei ragazzi, ma la scena è, e resta quarantacinque anni dopo, solo degli adulti.

 

– Sara Carucci –

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