La scenografia dei concerti

1Ammettiamolo: negli ultimi anni un concerto non è definito tale, se sul palco non sono presenti almeno due unicorni, quattro postazioni che sparano fuoco, e migliaia di ballerini. Sto ovviamente esagerando, ma effettivamente, mentre prima bastava una sedia e una chitarra, o una band e un microfono – magari con il cantante vestito da Re (giusto per fare un esempio, non basato sui miei gusti musicali… Freddie, ti amo!) -, oggi la scenografia dei concerti rappresenta una componente importante, che farà parlare il pubblico dell’evento anche a distanza di tempo. Ecco che dunque figure lavorative come quella del responsabile della messa in scena e dello show designer diventano fondamentali: è a loro, infatti, che viene affidato tutto ciò che succede sul palco durante l’esibizione, escludendo – certo – la parte musicale. Non date freno alla vostra fantasia, perché sul palco potranno spuntare robot enormi, enormi palle che volteggiano tra il pubblico e chi ne ha più ne metta.

Certo è che questo processo era presente anche diversi anni fa, ma era permesso esclusivamente a quelle band che avrebbero funzionato anche solo presentandosi sul palco, mentre adesso è più accessibile e quasi obbligatorio per tutti. L’effetto visivo, infatti, coinvolge i fan e permette ai musicisti di crescere di fama e di introiti: come si suol dire, per fare soldi bisogna spenderli (Brian May una volta raccontò che allo stadio di Wembley i Queen utilizzavano tutti i soldi che guadagnavano coi concerti per comprare luci e elementi scenici). Certo, importante è stato nell’espandersi di queste “grandi produzioni” l’utilizzo di spazi sempre più vasti: negli Stati Uniti i concerti negli stadi sono sempre esistiti, ma in Europa non funzionava allo stesso modo. Poi, nel 1976, è stata costruita la NEC Birmingham, la prima arena per concerti del Regno Unito e negli anni Ottanta iniziò a formarsi un circuito di arene anche in Europa. E da lì si è estesa questa particolarità stilistica, creando geni di tale arte, come Mark Fisher, creatore di palchi per i Rolling Stones, gli U2, Lady Gaga e Roger Waters.

Bisogna calcolare, comunque, che qualcosa potrebbe andare storto: se si coinvolgono tante persone o tanti effetti, non sempre si potrà avere la certezza che tutto fili liscio. Qualche esempio? Durante un tour del 2011 dei Take That, dove sul palco2 era appunto presente un enorme robot e ben trenta ballerini, in una data alcuni membri della band restarono bloccati sopra al robot e furono riportati sul palco grazie a delle scale. Ad Oslo nel 1992 agli U2, invece, capitò di rimanere bloccati dentro un limone gigante… questi sono incubi, insomma. Per non parlare di un concerto a Londra dei 5 Seconds of Summer, dove il chitarrista è stato colpito da una fiammata. Sicuramente posso dirvi, per esperienza, che quei getti di fuoco sono davvero impressionanti: al concerto dei Muse del 2013 all’Olimpico aveva piovuto tanto da dare l’impressione a quei poveri diavoli in fila per accaparrarsi i posti più vicini al palco di essere entrati vestiti sotto la doccia. Ebbene, ricordo che una fiammata di quelle mi asciugò completamente: incredibile.

Da non sottovalutare tale fenomeno anche in Italia: Laura Pausini non rinuncia mai a grandi effetti e palcoscenici d’impatto. Si è parlato, visti gli incidenti che hanno portato alla morte di tecnici addetti al montaggio di tali scenografie, di mancanza di tempo e di troppa frenesia, portando gli italiani a pensare – invece di facilitare i lavori – che i concerti abbiano “troppa scenografia”. Mi sembra un ragionamento un po’ sciocco, ma, quando morì Matteo Armellini nel crollo del palco del palazzetto dello sport, dove si sarebbe tenuto il concerto di Laura Pausini, fu molto discusso. Ad ogni modo, non ha fermato “la moda”, questo è certo. Inutile, a mio avviso, negare il fascino che una scenografia possa esercitare su un’esperienza come un grande concerto: insomma, la musica è giusto che sia la protagonista, ma quando ci troviamo davanti ad un tour come The Wall non possiamo che battere le mani.

– Lidia Marino – 

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