La prima serata di Sanremo 2019

La prima serata di Sanremo 2019

Mi commuove vedere che, dopo dolori, tormenti, strazi e schiamazzi, Loredana Bertè stia vivendo adesso il tempo della ragione, gli anni del suo fulgore; vorrei quasi potesse vincere, anche solo per vederla all’eurofestival contro la Moldavia. Sognavo di diventare noto nel mondo per un uso imprevedibile del punto e virgola, vi ho dato invece una dimostrazione di inizio in medias res: sono partito così, senza introduzioni. Per esempio, avrei anche potuto dire: se c’è una cosa che detesto dei duetti (oltre ai duetti) è che a un certo punto uomo e donna si guardano, tendendo mani da suora infartuata come fossero su una scialuppa, che è anche palco, che è anche altare di presepe vivente; perciò, nel caso di Patty Pravo, sia benedetto il giorno in cui il botox le ha tolto le espressioni facciali. Io la preferisco evanescente, arcana, madonna nordica, ma questi ultimi anni da zia stravagante ispirano comunque un dolcissimo affetto.

In principio mi inebriava tutto (luci, scale, vestiti), a un certo punto non mi piaceva più nulla; in molti mi hanno descritto così la menopausa. Devo essere ancora vivo quando canta Paola Turci; a tratti la sua voce è tanto vetrosa che vorrei mi telefonasse di notte per dire: “Sei bello come Gianluca del Volo”. Gli ormoni erano volati fin dall’inizio: una signora è quasi morta per abbaiare a Renga fino a che punto fosse sexy e bravo, mentre Nek potrebbe felicemente sostituire quello brutto dei Backstreet Boys. Silvestri si è fatto perdonare la paranza, Motta la camicia, Nigiotti la chitarra; Arisa (per taglio, seno, voce cristallina) è una perfetta versione contemporanea di Orietta Berti. Questo è il classico passaggio in cui un autore impegnato, per elevare il tono, cita Pasolini; io invece ho a portata solo Ivana Spagna, che vede i fantasmi e preannuncia i morti del paese. Aggancio perfetto per parlare di Achille Lauro, che secondo me ha tutte le carte in regola per piacere in segreto a chi nell’aspetto è catechista ma dentro rivoltoso. Mi piacciono anche gli Zen Circus, nonostante la prevalenza nel gruppo di maschi ricci; forse perché ho comprato un orrendo anello con serpenti in finto acciaio. Quell’anello lo indossavo ieri in un bar quando un tipo ha commentato una canzone di Giorgia alla radio: “Secondo me, insieme a Giorgia, è la voce migliore che abbiamo”. Ma era Giorgia. Ospite quasi perenne. Eppure sempre meglio Giorgia che chissà chi. Come disse la signora in piscina, pressata tra la nazista del nuoto libero e le ninfe dell’acquafitness: “Preferisco dare una manata a te che a uno sconosciuto”.

Riassuntone da maratonamentana: il ritmo è buono, la conduzione garbata, le canzoni interessanti, ma continuano a mancare le vette. Da anni, non c’è più l’orrido (vestiti che schiferebbe persino Marcella Bella, duetti con Emanuele Filiberto, il ritorno – chessò -del Piotta), né il folgorante (artisti indomiti che sappiano fiammeggiare). Nondimeno (specialmente quando sei così in disaccordo col governo che vorresti baciare in bocca Mario Monti), è ancora bello – nella sua avvincente malinconia – fermarsi a parlare di canzoni.

Da qualche tempo seguo una setta eretica del medioevo per cui il mondo sarebbe stato creato da Satana; è stato solo mentre realizzavo di aver fatto le tre per aspettare la Tatangelo che ho capito che cosa intendessero.

– Walter Farnetti – 

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