La Nouvelle Vague: cos’è e come è presente ancora nel Cinema d’oggi

Oggi parliamo di una delle correnti più importanti del Cinema europeo, nata in Francia. Con il termine Nouvelle vague (“nuova onda”) si fa riferimento ai film che vennero distribuiti a partire dal 1958 e in particolare a quelli presentati al festival di Cannes dell’anno successivo. Ma di cosa si tratta e quali erano le sue caratteristiche? Ebbene, questa avanguardia, come le successive, nasce dalla necessità di trasformare la realtà in arte, nel descrivere la vita vera e non nel costruirne una perfetta. Ecco dunque che i film che ne fanno parte iniziano ad essere girati con mezzi di fortuna, nelle strade, in posti semplici, in contesti assolutamente reali.

I primi registi a riconoscersi nel movimento sono François Truffaut, Jean-Luc Godard, Jacques Rivette, Claude Chabrol e Éric Rohmer, un gruppo di amici competenti nel settore e con alle spalle la formazione della Cinémathèque Française (luogo dove venivano proiettati film di grandi cineasti europei allora incompresi, come Roberto Rossellini, Jacques Becker o Alfred Hitchcock e di registi americani del dopoguerra). La visione di questa estatica diventa un vero messaggio politico, volto a comunicare con lo spettatore attraverso non solo la mera trama, ma approntando una proprio marchio, qualcosa che faccia subito riconoscere contesto e impronta artistica sin dal primo fotogramma. Queste pellicole infatti aggiungono una sfera privata, allontanandosi dal Cinema come mezzo di intrattenimento universale e anzi diventando vera e propria espressione personale del regista. E non è un caso, dunque, che molti titoli di questa corrente trattino il tema della libertà, della fuga dalle costrizioni, elemento molto comune per la situazione dell’epoca e in generale per la giovinezza dei membri che ne hanno fatto parte.

Il primo film della Nouvelle Vague viene considerato Le beau Serge (1958), il film d’esordio di Claude Chabrol, mentre un primo vero riconoscimento ufficiale del movimento avverrà l’anno successivo, nel 1959, con la vittoria al Festival di Cannes de I quattrocento colpi di François Truffaut. Il trionfo accademico di un regista della Nouvelle Vague spinse il cinema francese a mettersi per la prima volta in discussione; centinaia di produttori “classici” davanti al successo di un film talmente anomalo si trovano incredibilmente a porsi domande su come produrre film dello stesso genere. Ed ecco che in questo periodo d’oro per questa estetica, vediamo uscire altre pietre miliari del settore, come Hiroshima mon amour (1959) di Alain Resnais e Fino all’ultimo respiro (1960) di Jean-Luc Godard. Un successo, però, non destinato a durare: il cinema tradizionale riprende quasi subito il posto di centralità che aveva lasciato e fa della Nouvelle Vague il nuovo oggetto di derisione.

Ma – c’è un ma – questo grande contributo all’arte visiva non è stato dimenticato nemmeno oggi, dato che negli anni Sessanta emersero numerose nouvelles vagues in molti Paesi del mondo. Queste correnti europee arrivarono a influenzare anche il cinema statunitense, tanto che persino un regista moderno, Quentin Tarantino, si è detto debitore nella propria tradizione artistica a tutto ciò e ha voluto rendere anzi omaggio al movimento con il film a episodi “Four Rooms”.

– Lidia Marino – 

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