La Marchesa Casati, il quarto costume di Achille Lauro

È opinione comune che questo Sanremo sarà difficile da dimenticare. Oltre al Bugo-Morgan affaire, sicuramente passeranno alla storia i costumi portati sul palco dell’Ariston da uno dei concorrenti in gara: Achille Lauro. Nello specifico voglio concentrarmi su una “maschera” che il cantante ha portato sul palco, durante la 4° serata del festival, ovvero quella della Marchesa Casati Stampa: una donna passata alla storia per essere una vivente opera d’arte.

Luisa Casati, nata Luisa Adele Rosa Maria Amman, nasce a Milano il 23 gennaio del 1881. Seconda figlia di Alberto Amman, ricco produttore di cotone, e Lucia Bressi vive un’infanzia privilegiata ma anche piena di solitudine. Luisa, fin dalla più tenera età, comincia ad appassionarsi a personaggi come Ludwig II di Baviera, l’imperatrice Elisabetta d’Austria, Sarah Bernhardt, Cristina di Belgiojoso e Virginia Oldoini, contessa di Castiglione. Da subito dimostra una vera e propria inclinazione verso le arti figurative che coltiva, giorno dopo giorno, dedicandosi al disegno. Alla morte prematura dei genitori, Luisa e Francesca, sua sorella maggiore, diventano delle ricchissime ereditiere. Luisa, quando debutta in società, è una ragazza timidissima che decide di esprimersi con il corpo e non con le parole. La giovane taglia i capelli e impara come mettere in risalto i suoi grandi occhi verdi a mandorla. Negli anni cambierà spesso colore di capelli ma mai pettinatura. A diciannove anni, nel 1900, sposa il Marchese Camillo Casati Stampa di Soncino. Un anno dopo nasce la loro unica figlia: Cristina, nome scelto in onore della Principessa di Belgioioso verso la quale Luisa nutre una profonda ammirazione. Molto presto però il ruolo di mamma e moglie comincia a starle stretto, ed è in questo momento che nella vita della giovane entra in scena uno scrittore narcisista e fantasioso: Gabriele D’Annunzio. La relazione con lo scrittore provoca scandalo, uno scandalo che lei alimenta diventando particolarmente eccentrica nell’abbigliamento e nel trucco. Per D’Annunzio, Luisa diventa Kore o per meglio dire Corè la Regina degli Inferi e Gabriele diventa il suo Ariel, lo spirito birichino de “La Tempesta” di William Shakespeare. Questa relazione decisamente sopra le righe, regala alla donna il coraggio di essere veramente sé stessa. Luisa dichiara a gran voce: “Voglio essere un’opera d’arte vivente” e ci riesce. Il suo corpo diventa una statua, una tela per il suo estro. La sua parola diventa un palcoscenico. Non possiede più abiti ma costumi. Luisa non è solo l’amante di D’Annunzio, non è succube del suo genio ma diventa una sua collega, diventa l’unica donna in grado di stupirlo. La Marchesa comincia a plasmare il proprio corpo in funzione dell’arte, ispirandosi alle donne che durante l’infanzia l’hanno fatta sognare sui libri. Adatta il suo corpo magro e il viso asimmetrico alle sue eccentriche idee: gli occhi verdi vengono dilatati con gocce di belladonna, si imbianca il viso, tinge i capelli di un rosso sulfureo e veste le sue mani con dei giganteschi anelli. Oltre a trasformare il proprio corpo Luisa trasforma anche le sue case, ridisegnandole e arredandole con il suo stile. Non si fa accecare dai velluti o dai tradizionali colori che arredano le case dell’epoca: Luisa accosta insolitamente il bianco al nero, vuole pavimenti di alabastro e appende ai soffitti degli uccellini a molla dentro gabbie dorate. Lei stessa veste quasi esclusivamente in bianco e nero con fili di perle lunghi fino al pavimento, aggirandosi con una coppia di levrieri, uno bianco e l’altro nero. Frequenta artisti in veste di potenziale mecenate e visita regolarmente i musei di Londra e di Parigi. Molti artisti la ritraggono in bozzetti, sculture e in fotografie: di lei rimangono ritratti e sculture di Giovanni Boldini, Augustus John, Kees Van Dongen, Romaine Brooks, Ignacio Zuloaga, Drian, Alberto Martini, Paolo Troubetzkoy, Alastair, Giacomo Balla, Catherine Barjansky, Jacob Epstein e foto di Man Ray, Cecil Beaton e del barone Adolph de Meyer. È musa anche di artisti futuristi, come Marinetti, Depero e Boccioni, e insieme a loro contribuisce alla messa in scena di uno spettacolo di marionette su musiche di Maurice Ravel. Ovviamente anche D’Annunzio, nel 1910, si unisce a questa scia creando su di lei il personaggio di Isabella Inghirami, nel romanzo “Forse che sì forse che no”. Tuttavia, ad attrarre lo scrittore non è solo l’inequivocabile fascino della donna ma anche la sua inclinazione verso le pratiche di magia nera. Si dice che una notte, durante un temporale, la coppia di amanti sulla via Appia praticò il rito stregonesco dell’involtura, in cui viene battezzata la figura di cera di un nemico, prima di trafiggerla. Un’eccezione alle abitudini della Marchesa, poiché era solita organizzare messe nere solo durante i suoi spettacoli, per intrattenere i suoi ospiti. Durante questi anni, decisamente poco convenzionali, Luisa smette completamente di dedicarsi a suo marito e a sua figlia. Gli sposi si separano ufficialmente nel 1914. All’età di 50 anni, Luisa, grazie al suo modo di vivere, ha accumulato debiti su debiti ed è costretta a mettere all’asta tutti i suoi averi e ad essere ospitata, e mantenuta, da alcuni generosi amici. Gli ultimi venti anni della donna vengono vissuti nella totale rovina finanziaria e nella decadenza fisica. Decide così di lasciare Parigi e di recarsi a Londra, luogo in cui vive sua figlia, con cui ha sempre avuto un rapporto burrascoso, e sua nipote Moorea. Qui, vive gli ultimi anni della sua vita fino al primo giugno del 1957.

Sepolta a Londra nel Brompton Cemetery, l’epitaffio scelto da sua nipote recita: “L’età non può appassirla, né l’abitudine rendere insipida la sua varietà infinita”, parole usate da Shakespeare per descrivere Cleopatra nella sua tragedia dal titolo “Antonio e Cleopatra”.

– Giuseppina Serafina Marzocca –

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