La figura di Medea nei secoli

Quando parliamo di Medea l’autore che ci viene in mente principalmente è Euripide e, sebbene a lui dobbiamo la centralità di questo personaggio femminile molto noto, la sua leggenda affonda le proprie radici anche prima del tragediografo ateniese e continua a delinearsi nel corso dei secoli. Quello di Medea è stato sempre, infatti, un mito molto popolare, tanto che oltre nella tragedia euripidea, compariva in opere di altri sette tragici minori e almeno sei poeti comici d’Atene e di Sicilia (Eschilo, ne Le Nutrici di Dioniso, Sofocle ne Le Colchidi, le Raccoglitrici di Erbe, gli Sciti, l’Egeo ecc.). Alcuni affermavano addirittura che lo stesso Euripide avesse preso spunto per la sua opera dal dramma Neofrone di Sicione, ma da un’analisi linguistica condotta da Page (filologo editore di Medea nel 1938), sarebbe invece la Medea di Neofronte ad essere un’imitazione di quella euripidea e non viceversa.

Ad ogni modo, a colpire della storia di Medea è senz’altro ciò che è disposta a fare per vendicare la propria persona, ciò che riesce a sacrificare per mantenere integro il suo orgoglio. Ma del resto parliamo di una donna criminale, ma anche, in un certo senso, vittima delle sue stesse decisioni, una figura intrigante sotto molti punti di vista. Ma ad aggiungere e stravolgere, in alcuni casi, i tratti distintivi di questa figura femminile da quelli a noi giunti tramite Euripide, arrivano Seneca, Grillparzer, Alvaro e Pasolini, che portano a tre linee di interpretazione del mito originale: quella dove Medea rappresenta la degradazione dell’essere umano, quella dove lei rappresenta lo straniero che cerca di integrarsi e viene rifiutato e quella dove Medea è il simbolo della potenza distruttrice dell’amore.

La prima interpretazione è senz’altro evidente nella Medea di Seneca, che non si discosta molto dalla trama di Euripide, ma traspone la protagonista su un piano infernale, legato all’occultismo e alle pratiche della magia nera, rendendo dunque il suo agire non più mosso dalla vendetta che però racchiude dissidi interiori, ma bensì’ da una fredda e premeditata crudeltà. Al verso 910 si legge: “Medea nunc sum; crevit ingenium malis”, ” Ora sono Medea, il mio io è maturato nel male”. Diametralmente opposta è la visione di Grillparzer, che scrisse una trilogia, Il vello d’oro, tutta incentrata sulla figura di Medea. La Medea di Grillparzer non si conclude con l’infanticidio, ma da un addio tra i due protagonisti carico di dolore, perché ancora innamorati. L’eroina, infatti, incontra per l’ultima volta Giasone, avvolta nel Vello d’oro, il Vello maledetto che ha dato inizio a tutte le loro svenute, e gli rivolge parole tristi, ancora ferme nel sentimento che li aveva un tempo legati, prive del rancore che dimostra in altre versioni.

Nella Medea di Alvaro il tema dello straniero è più forte che mai: siamo nel luglio del 1949 quando viene rappresentata, per la prima volta, La lunga notte di Medea: quindi nel dopoguerra, in un clima dove il tema della persecuzione razziale è estremamente attuale. Lo stesso autore in un’intervista alla radio dell’epoca affermò: “Ho visto in Medea l’antenata di tante donne su cui, nei secoli, nella vita e nell’arte, si sono abbattute le persecuzioni razziali. La mia Medea non uccide i figli per distruggere in essi il seme di Giasone, ma per salvarli dalla degradazione, dalla miseria, dai pericoli della strada”. C’è quindi, qui, un grande rovesciamento della medaglia: non si parla più di una donna passionale, vinta dal proprio orgoglio, dalla propria malvagità o dal proprio dolore, ma di una madre che protegge i figli da un futuro che li avrebbe privati della loro identità, che li avrebbe distrutti nell’animo. Nella Medea di Pier Paolo Pasolini, interpretata da Maria Callas, si va a creare un divario tra la protagonista, che rappresenta il mondo della povertà, del passato, della religione, e il suo Giasone, che invece ha in sé il mondo colto, borghese, razionalista. Uno scontro dove risulta piuttosto evidente il pensiero del regista, che rappresenta nel suo finale di fiamme e urla, quanto le credenze del passato possano essere pericolose per il futuro, come l’irrazionalità porti alla violenza.

Ma terminiamo questa analisi con la Medea di Christa Wolf, una delle più interessanti interpretazioni moderne del mito. Uscito in Germania nel 1996, il romanzo presenta capitoli narrati in prima persona ogni volta da un personaggio diverso (Medea, Giasone, Agamede, Acamante, Leuco, Glauce). Questo metodo rende ancora più evidente il conflitto tra i mondi lontani dei vari protagonisti, ponendo l’accento sulle varie culture e credenze. Anche qui l’infanticidio viene negato e sono anzi i Corinzi, infuriati con Medea, a lapidare i bambini, ritenendo la madre responsabile della peste che aveva colpito la città. Un ritratto, se vogliamo, più attuale di quanto le origini greche del mito ci farebbero sperare: quante donne, infatti, hanno subito accuse orribili, sopraffate dai propri uomini, quante donne sono finite in manicomio per un semplice capriccio del marito? E non parliamo di tanto tempo fa.

– Lidia Marino – 

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