La figura di Babbo Natale nella Storia dell’Arte

Di Natività potreste trovarne a mai finire, ma oggi vogliamo parlare di qualcosa di più raro, di più particolare, ovvero la figura di Babbo Natale nella Storia dell’Arte. Come avevo già detto nell’articolo (Babbo Natale e la Coca Cola) dedicato alla canonizzazione di tale figura che oggi abbiamo in mente, quando pensiamo a questo magico panciuto che porta doni, che sia conosciuto con un nome o con un altro, le sue origini sono comunque molto antiche.

La storia visiva di Babbo Natale ha inizio nell’Inghilterra del XVII secolo, dove ci fu una battaglia culturale circa tale festività. I Puritani, un gruppo protestante che voleva ripulire il cristianesimo dalle sue tradizioni cattoliche, si opposero con veemenza alla celebrazione del Natale, in quanto lo trovavano pagano ed empio (vi ricorda qualcosa, anti – Halloweeniani?!). In risposta, gli scrittori inglesi scelsero la figura di Santa Claus, raffigurandolo alto e longilineo, come le immagini canoniche dei santi, perché potesse in un certo senso difendere “il proprio territorio”.

Il Natale ha lottato a farsi strada anche in America, a causa delle grandi popolazioni di immigrati puritani, che essenzialmente erano il fondamento stesso della prima America. Il Natale non venne infatti celebrato ampiamente fino alla fine della guerra civile. Ma questo non ha scoraggiato gli scrittori che lavoravano a New York, precedentemente nota come New Amsterdam, una colonia olandese. Questo dettaglio è importante, perché il primo scrittore a fondare Babbo Natale ha utilizzato la storia della cultura popolare olandese per dare credito alla sua creazione.  Parlo di Washington Irving, scrittore di Knickerbocker’s History of New York, pubblicato nel 1809. Il libro è una storia satirica che quasi da sola ha stabilito Babbo Natale come un mito americano, presentandolo come un simbolo olandese già esistente. Sebbene non ci siano illustrazioni che accompagnano il libro, questo è pieno di dettagli visivi che hanno sicuramente influenzato gli artisti successivi: un uomo misterioso che usa una slitta volante, fuma la pipa e ama mettere un dito accanto al naso. Questi sono tutti dettagli che sarebbero stati raccolti dal collega newyorkese Clement Clarke Moore nella sua poesia del 1923 “A Visit from St. Nicholas”, più comunemente nota come “T’was the Night Before Christmas”, la poesia che avrebbe codificato l’aspetto del nostro moderno Babbo Natale.

Ma facciamo un salto indietro e andiamo a guardare le illustrazioni di A Christmas Carol di Charles Dickens del 1843. La rappresentazione del fantasma del Natale presente, eseguita da John Leech, è piuttosto curiosa. La figura, giovane e muscolosa, indossa una veste sorprendentemente simile alla veste che indossa il nostro moderno Babbo Natale, anche se è verde come l’agrifoglio. A causa dell’immenso successo di questa storia, non è fuori discussione che questo disegno abbia avuto un impatto significativo sull’immaginazione degli artisti che avrebbero continuato a definire poi Babbo Natale.

Dobbiamo poi citare necessariamente Thomas Nast. È il primo artista americano, sebbene nato in Germania, a giocare davvero con la rappresentazione di Babbo Natale, ed è stato fortemente influenzato dalla poesia di Moore. Probabilmente fu anche influenzato dalle tradizioni germaniche invernali nella sua comprensione dell’aspetto dell’elfo corpulento. Man mano, le sue illustrazioni si avvicinano sempre di più a quella di oggi e i topoi continuano a tornare: è barbuto, indossa un abito di pelliccia spessa e trasporta giocattoli per bambini. Nei suoi disegni però è importante notare che Babbo Natale rappresenti l’identità americana e quindi porti un bracciale con un disegno della bandiera degli Stati Uniti. Inserirlo in contesti politici era una tendenza che sarebbe continuata nel nuovo secolo e che favorì i legami tra Babbo Natale e un’identità nazionale, nonostante la figura stessa da cui si sono ispirati avesse culture per lo più germaniche e inglesi.

Come già da me scritto, tutto ciò non vuol dire che la Coca-Cola non abbia avuto un ruolo nel plasmare il corpulento donatore, ma dello sviluppo ho parlato nell’altro articolo (leggetelo!). Semmai, ci fa capire come una figura già presente in diversi ambienti, sia diventata simbolo di mercantilismo e capitalismo, ma allo stesso tempo quanto una semplice immagine che per noi sembra normale, sia il risultato di anni di storia letteraria e visiva.

– Lidia Marino – 

 

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