La casa delle bambole, la recensione

Oggi c’è ancora bisogno di aver paura al cinema, la paura è catartica, io lo so. Risveglia l’anima dello spettatore e colpisce il suo inconscio. La dichiarazione del maestro del thriller e dell’horror Dario Argento suona alquanto nostalgica e ci fa riflettere sulle sorti di un genere destinato a ripresentare in loop gli stessi stereotipi, popolati da ridondanti possessioni demoniache, ridicole apocalissi di zombie o creature mostruose, violenza fine a se stessa e maniaci costruiti come macchiette dei grandi villains del passato. Il cinema horror contemporaneo è sempre più sfruttato come ricetta commerciale, ma nonostante ciò non mancano tentativi notevoli di dare dignità a un genere associato al filone dei b-movies, troppo frettolosamente e riduttivamente considerato poco degno di valorizzazione estetica o analitica. Una grande lacuna degli horror degli ultimi anni è una grande difficoltà di utilizzare il linguaggio cinematografico per saper costruire, sia visivamente che narrativamente, un clima in grado di generare paura nello spettatore: non parlo di artifici alquanto semplicistici come il jump scare, bensì di una paura abissale, sottile, non plateale, in grado di strisciare capillarmente nello spettatore, risvegliando quell’esperienza catartica di cui parla Argento e in grado di rimanere marchiata nel suo inconscio anche a posteriori. La casa delle bambole (traduzione alquanto commerciale di Incident in a Ghostland) dimostra che, ancora oggi, un film è in grado di spaventare e, al contempo, di emozionare. Il film segue la tragica vicenda di Colleen e delle due figlie, Beth e Vera, trasferitesi in una nuova casa, dove vengono aggredite da un uomo corpulento (l’Orco) e da un travestito (la Strega), una coppia di maniaci che sta uccidendo delle famiglie del posto, utilizzando le figlie delle loro vittime come bambole di porcellana viventi per atroci sevizie.

Un film costruito intorno alla soggettività di un personaggio: la costruzione dello spazio

La casa delle bambole nasce come progetto finalizzato a esplorare la soggettività del personaggio di Beth, ragazza costantemente sospesa tra le sue paure e i suoi desideri, il cui rapporto con la realtà appare spesso sfumato e problematico data la sua spiccata immaginazione, che riversa nella sua passione per la scrittura di storie horror. La messinscena di Laugier (regista che ha ormai conquistato dignitosamente il suo posto nell’empire dei nuovi maestri dell’horror grazie al suo capolavoro Martyrs) utilizza il linguaggio filmico come portavoce delle sensazioni della protagonista, un rapporto simbiotico tra personaggio e medium cinematografico che si esprime metalinguisticamente nel delirio di Beth, il cui funzionamento psichico è analogo a quello del dispositivo filmico, in grado di costruire mondi alternativi e fittizi, in cui la protagonista può identificarsi con un Io perfetto e completo, in grado di primeggiare e realizzare i propri desideri. Di conseguenza, centrale è una problematizzazione dello sguardo sulla vicenda, che appare ambiguo e aperto, proprio come l’interpretazione che Beth dà alla realtà, rispetto alla più pragmatica sorella (emblematica la testimonianza di entrambe in merito all’identità dei maniaci: Beth li definisce come un orco e una strega, Vera come “due figli di puttana”). Centrale in questa scrittura visiva e allucinatoria è la costruzione dello spazio in cui i personaggi si muovono, una scenografia percorsa da una macchina da presa che, nel suo dinamismo, restituisce la violenza delle percosse a cui le protagoniste sono sottoposte. La casa si configura come una zona estranea, che sembra costruita a priori come spazio deputato alla coppia Orco-Strega, in cui Colleen e le sue figlie si aggirano come individui alieni, come evidenziato dalla battuta ironica di Vera che la paragona alla casa di Rob Zombie; l’edificio, come è possibile notare dalle inquadrature in esterni, si estende su due piani, sebbene Laugier senta l’esigenza di costruirne un terzo in interni, deputato alle torture a cui l’Orco sottopone le due sorelle, una zona mentale in grado di concretizzare quello che Freud denomina Es, la parte più oscura e inaccessibile della nostra personalità, la zona dell’apparato psichico preda dei più arcani e inconfessabili desideri del soggetto.

La negoziazione dello sguardo: la natura sessualizzata delle violenze

Lo sguardo che il regista costruisce sulla vicenda è frutto di una notevole negoziazione tra una volontà di mostrare gli orrori a cui le due protagoniste sono sottoposte e una necessità di celare le violenze, soprattutto quelle perpetuate nei confronti di Vera, l’unica delle sorelle che viene “rotta” (come enunciato dalla Strega), portando a termine gli scopi dell’Orco. Laugier realizza questa negoziazione sia su un piano visivo, attraverso un notevole utilizzo del fuoricampo, e diegeticamente mediante l’ellissi narrativa, la cui funzione è quella di celare una spettacolarizzazione estrema del sanguinolento, intensificando una dimensione evocativa dell’orrore in grado di porre degli interrogativi (soprattutto sulla natura delle violenze) a cui il film dà, solamente in parte, risposta.

La casa delle bambole è sicuramente un film violento, ma si discosta da un tipo di violenza a cui l’horror ci ha abituato, con la sua prevalenza di armi da taglio (che comunque non mancano), intensificando gli abusi fisici (percosse, pugni, schiaffi, tirate di capelli…), più carnali, morbosi e oppressivi. Sebbene Laugier non mostri mai completamente le torture dell’Orco, è in grado di evocare la natura sessualizzata delle sevizie; durante la prima aggressione, la scelta oggettuale del maniaco si basa sull’annusare il pube di entrambe le ragazze, deputando Vera come prima vittima, conducendola in un’altra stanza, permettendo di percepire la violenza solamente attraverso le urla della ragazza, prima di mostrarne una rapida inquadratura, a gambe nude e insanguinate. Vista la natura del prologo iniziale, concentrato prevalentemente sulle tensioni tra le due sorelle, soffermandosi sul timore di Beth di una relazione sentimentale e sulle derisioni da parte della spavalda sorella, triste per la lontananza dal fidanzato, è possibile individuare una sottotraccia analitica analoga allo slasher, in particolare ad Halloween di John Carpenter, in relazione al rapporto dialettico che si instaura tra la casta Laurie Strode e un’istanza punitrice incarnata dal celebre Michael Myers (basti pensare a quanto Laurie sia derisa dalle sue migliori amiche). Nella fascinazione e al contempo repulsione della sessualità, la figura del mostro si costruisce al contempo come desiderio di rivalsa da parte della vergine repressa, quindi in grado di punire i soggetti più disinibiti (gli amici di Laurie, Vera) e al contempo autopunirsi mediante lo scontro finale con il killer, da cui però la vergine non può che uscire illesa; nel caso di Laugier, Beth non è solamente la final girl in grado di lottare per la sua vita, ma è capace di emergere e formarsi nella violenza per proteggere sua sorella, la cui salvezza può avvenire solamente attraverso l’espiazione delle sue “colpe” (si pensi a come, nella fantasia di Beth, Vera preghi la sorella di convincere i maniaci di non essere una cattiva ragazza).

Laugier realizza uno spietato home invasion, in grado di partire da stilemi consolidati per poi trascenderli e manipolarli con spirito demiurgico e autoriale, non solo in grado di generare paura ma di problematizzarla, di studiarla e analizzarla con sguardo analitico, rendendola il catalizzatore del racconto di formazione di Beth, in grado di sfruttare il suo amore per la narrativa horror e per Lovecraft come territorio catartico in cui trasformare gli orrori del reale in arte.

– Leonardo Magnante –

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