Kiss me Licia e i capelli biondi della sigla

Un giorno di pioggia Andrea e Giuliano incontrano Licia per caso… Non mentite, l’avete letta cantando! Quale bambino, oggi adulto, non conosce la trama di questo anime (o per i meno moderni “cartone animato”)? Kiss me licia, (“愛してナイト Ai shite Naito?” tradotto in versione originale “Amami mio cavaliere”) approda in Italia nel 1985 e racconta la storia di Licia (nella versione originale Yaeko, detta Yakko) una liceale giapponese (nel manga universitaria) figlia di un certo Marrabbio gestore di un chioschetto di okonomiyaki.

La storia comincia proprio durante un giorno di pioggia, quando la nostra protagonista incontra Andrea, un bambino dell’asilo, scappato di casa con il suo gatto Giuliano. Licia, ovviamente, ferma il bambino e lo riconsegna a suo fratello maggiore Mirko (Go Kato) ragazzo, dalla discutibile e purtroppo indimenticabile acconciatura bicolore, che si esibisce come frontman nella sua band, i Bee Hive. I due si innamorano immediatamente, ma la dolce Licia ha una pseudo storia con Satomi, tastierista della stessa band di Mirko. Da qui ovviamente la trama si complica grazie all’arrivo di nuovi personaggi. Nell’anime la storia termina quando il papà di Licia, Marrabbio, acconsente al matrimonio tra sua figlia e Mirko; matrimonio che avverrà in Giappone dopo il tour americano dei Bee Hive. Come in tutte le trasposizioni in serie animate, il manga contiene delle differenze rispetto all’anime: una su tutti è l’età dei protagonisti, le relazioni che legano alcuni di loro e la dubbia sessualità di Satomi e, udite udite, il gatto Giuliano nel manga non ha il dono della parola! Il finale comunque rimane invariato: i due ragazzi si sposano e vivono insieme felici e contenti, come in ogni favola che si rispetti. Ma un alone di mistero aleggia su questo “cartone” come una nuvola misteriosa: la censura. “Kiss me Licia” ha dovuto subire, durante la prima messa in onda in Italia, varie censure (come molti cartoni anni 80 e 90).

Pare che in Giappone l’anime, e di conseguenza anche il manga, sia stato costruito e pensato come una sorta di insegnante di educazione sessuale e che l’Italia non ancora pronta per un simile “intrattenimento per bambini” abbia deciso di trasformarlo in una semplice storia d’amore per adolescenti. Un esempio a prova di questa teoria si troverebbe proprio nella sigla. Nella famosa sigla Licia è raffigurata come una ragazzina bionda e sbarazzina mentre negli episodi è raffigurata come una dolce ragazzina dai capelli color castano. Si dice che la “Yaeko bionda” fosse una sorta di voce fuori campo, una narratrice, che aveva il compito di spiegare ai bambini cosa accadeva durante la messa in onda di un bacio, di un rapporto intimo o dei rapporti omosessuali di alcuni personaggi. Tutto questo ovviamente è semplicemente una bufala o meglio una “balla colossale” ed è abbastanza ridicolo che questa teoria si sia diffusa così tanto, tra gli ammiratori degli anime e dei manga, da diventare quasi una “leggenda metropolitana“. Il “cartone animato” in Italia ha sicuramente subito varie censure ma di certo l’anime “in versione originale”non parlava affatto di educazione sessuale: Licia e Mirko hanno avuto un rapporto sessuale censurato ed è vero che il personaggio di Satomi risultava ambiguo ma tutto ciò è molto lontano dalla teoria spiegata poche righe più su.

Per farla breve è una storia d’amore che per gli anni ’80 italiani era considerata un po’ troppo spinta. La biondina della sigla nasconde invece, tra i suoi biondi capelli, una spiegazione molto più semplice. Nel manga la dolce Yakko, disegnata dalla matita di Kaoru Tada, è bionda e quindi nella prima stesura dell’anime i disegnatori decisero di lasciarle il suo colore di capelli originale. Il colore è stato cambiato solo dopo, proprio per poter rendere la protagonista molto più simile alle bambine giapponesi, con lo scopo di aiutare le bambine ad identificarsi meglio alla protagonista… in una sola parola: business! Per farla breve dobbiamo i capelli biondi di Licia nella sigla solo ed esclusivamente per “pigrizia”: la sigla era già stata fatta, era completa, quindi decisero che avevano lavorato troppo e che quindi era meglio lasciare tutto com’era. Molte volte la spiegazione di alcuni “misteri” è molto più semplice di quella sussurata all’orecchio dal nostro “vicino pettegolo”. Buona visione a tutti.

– Giuseppina Serafina Marzocca –

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