Joker, la recensione

Todd Phillips evita di poggiare mimeticamente su grandi autori come Tim Burton e Christopher Nolan, confrontandosi autonomamente con la complessità psicologica di uno degli antagonisti più noti e intricati dell’universo del cavaliere oscuro, in un film di grande spessore visivo e narrativo, premiato con il Leone d’Oro alla settantaseiesima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.

Gotham City, 1981. La chiusura del servizio di assistenza sociale in seguito a ulteriori tagli alla spesa pubblica intensificherà le patologie mentali di Arthur (Joaquin Phoenix), giovane desideroso di diventare un cabarettista come il suo idolo Murray Franklin (Robert De Niro), ma obbligato ad arrabattarsi come semplice clown per guadagnarsi da vivere e mantenere sua madre Penny (Frances Conroy), entrambi residenti nei bassifondi di una Gotham sempre più abbandonata al suo degrado.

Il controverso ribaltamento heroes/villains: Arthur come frutto del malanno metropolitano

Phillips muove una riflessione attenta e partecipe sulle contraddizioni insite nella società americana contemporanea, sull’America che, secondo Michael Moore, ha condotto alla vittoria di un “folle” come Donald Trump. Nonostante la calorosa accoglienza a Venezia, non mancano le resistenze da parte della critica statunitense, che non tarda ad accusarlo di pericolosità a causa di un’identificazione inesorabile con un villain e con l’ondata di violenza scaturita dalle sue gesta. <<Violento, malato e moralmente corrotto>>, accuse che invitano a distogliere lo sguardo su contesti problematici che invece Phillips tenta di svelare mediante lo sguardo doloroso e malinconico del personaggio; ciò che cambia rispetto alle passate descrizioni di Gotham City è sicuramente una maggior vicinanza alle classi subalterne, che, attraverso la violenza, tentano di acquisire una propria visibilità, additati quindi come male assoluto. Moore (grande investigatore delle zone d’ombra della società e del potere americano) ha specificato quanto Joker non sia solamente un film esteticamente affascinante, bensì una pellicola dotata di un’importanza politica e sociale non indifferente, necessario per far luce sull’incapacità (o il disinteresse) dell’America di occuparsi degli emarginati, sfruttando la loro povertà per l’arricchimento di coloro che già hanno in abbondanza, aspetto che è perfettamente restituito al controverso ribaltamento heroes/villains che interessa il personaggio del ricco Thomas Wayne, candidato sindaco e padre del futuro Batman, che si erge nella sua totale impassibilità di fronte ai disagi di Gotham, sfruttati solo a vantaggio della propria campagna elettorale, totalmente opposto alla sua controparte filantropica in Batman Begins. La Gotham di Phillips cessa di essere un semplice contenitore di eventi, bensì un macrorganismo che scandisce attivamente le sorti dei protagonisti, quasi alla stregua dei city films degli anni Venti (nonostante le dovute differenze estetiche e contestuali), delle rappresentazioni metropolitane del noir o di autori come Martin Scorsese (produttore del film), il cui cinema è perfettamente connaturato allo spazio urbano (non mancano omaggi a Taxi Driver o a Re per una notte, si pensi alla presenza di De Niro). La voce di Gotham emerge sin dalla prima sequenza attraverso gli speaker radiofonici che urlano all’emergenza rifiuti e al pericolo di invasione di ratti, presagendo le rivolte dei clown che concluderanno il film; il programma radiofonico accompagna Arthur (il ratto per antonomasia, capace di dar voce ai rifiuti della società) che, di fronte allo specchio (motivo ridondante e legato alla sua doppiezza), si trucca fingendo facce allegre e tristi, con tanto di lacrima che bagna metà del volto, nella coesistenza di gioia e dolore che sembra accompagnare antiteticamente e poi empaticamente la descrizione dello stato della città, divenendo il volto delle sue contraddizioni. Phoenix percorre quotidianamente Gotham in metropolitana, attraversandola capillarmente e svelandone le tensioni intrinseche, che si ripercuotono su di lui oltrepassandolo, rendendo il suo corpo una traccia della violenza metropolitana e la sua mente il prodotto di uno stato d’abbandono collettivo, frutto del malanno e del degrado gothamita.

La complessa presa sul reale: il Joker come forma stessa dell’esistere

Al di là di una superficiale e ridicola classifica per decretare chi sia il miglior attore che abbia interpretato la nemesi del cavaliere oscuro, è lecito acclamare Phoenix, che evita saggiamente un calco mimetico delle celebri performance passate, inaugurando una nuova versione che si pone a metà strada tra la vena arlecchinesca di Cesar Romero e Jack Nicholson e quella più dannata e politica di Heath Ledger. Phillips omaggia la dimensione cabarettistica che accompagna il celebre fumetto The Killing Joke, ma reinventa la vicenda del personaggio, focalizzandosi maggiormente su una follia che non è frutto di un trauma accidentale (la caduta nel vascone d’acido), bensì di un contesto familiare e sociale malsano, intrinseca nel soggetto in quanto vittima abbandonata da quel sistema che dovrebbe prendersi cura della sua patologia. Ciò che distanzia il nuovo Joker dai precedenti è la difficile presa sul reale, che invece è più immediata nelle controparti cinematografiche e fumettistiche. Nicholson abbraccia il reale, tanto da volerlo stravolgere attraverso il suo gas Smilex, con sguardo avanguardista che altera la realtà per far emergere una componente inquietantemente felice, grottesca e perturbante, celata dai meccanismi di canonizzazione sociali, artistici e culturali, alla stregua dello stesso Burton, autore capace di decostruire le pieghe del realismo, svelando il fascino sotteso all’oscuro; Ledger si inscrive perfettamente nel reale, in cui si muove con una follia non priva di una logica precisa, che accetta il caos come chiave di interpretazione dell’esistenza, tentando di dimostrare, con vena quasi politica e filosofica, delle tesi categoriche sulla natura dell’essere umano, della società e di Batman. Phoenix invece vive come personaggio in potenza, fantasma alienato e attraversato da un contesto sociale che lo prosciuga (si pensi alla fisionomia scheletrica), afflitto costantemente da pensieri negativi, personaggio malinconico che rievoca il Gwynplaine di L’uomo che ride o Charlot, citato esplicitamente nella sequenza al cinema. Rispetto ai predecessori, Arthur mette in dubbio la sua esistenza e la sua concretezza in quanto essere vivente; egli è un soggetto in formazione (si pensi al conflittuale superamento dell’Edipo), ingannato dalle persone più care, un bambino intrappolato nel corpo di un adulto. Il Joker diventa quindi l’attualizzazione del potenziale inscritto nel personaggio, la forma stessa dell’esistere e del suo significato, il ritrovamento di quel legame io-mondo che prima era impossibile anche solo pensare, un’identità adulta scandita dal celebre trucco alla Gacy e dalla danza sulla scalinata, non più percorsa in salita e di spalle alla macchina da presa, bensì scendendo, ballando e fumando come un divo maledetto, capace di trasformare il dramma in commedia e scardinare quel sistema di valori con cui i media demarcano il bene dal male.

L’abbandono istituzionale: il soggetto come preda dei suoi istinti e di nuovi incantatori

Si può davvero decretare il Joker come il male assoluto? Il pericolo del film è dato dalle gesta del personaggio o dalle conseguenze di uno stato d’abbandono istituzionale che conduce all’adulazione di falsi miti? Da un certo punto di vista, Phillips non è così distante dal Gaspar Noé di Climax, la cui festa a base di LSD diventa un pretesto per riflettere sulla rivolta di una psiche collettiva soffocata da un bisogno d’ordine che acquieta le esigenze dell’Eros, costretto a sublimarsi in comportamenti morali socialmente riconosciuti, formando un soggetto represso, le cui pulsioni distruttive non scompaiono del tutto e richiedono incessantemente degli sfoghi. Entrambi individuano in questo scontro tra Eros e Thanatos uno dei pericoli più incisivi dei nostri tempi: l’individuo, per sua natura, è animato da una componente distruttiva che, abbandonata a se stessa da quelle istituzioni che dovrebbero garantire ordine, benessere e sicurezza, sfocerà inesorabilmente nella violenza, rendendolo non solo preda dei suoi istinti ma anche del primo incantatore in grado di promettergli cambiamento, la cui follia viene ammirata come genialità (il che non è poi così distante dal panorama nostrano contemporaneo). Nonostante i differenti contesti sociali, culturali e storici, è innegabile un fil rouge che attraversa il tempo e lo spazio, rintracciabile nelle parole dello scrittore Ferruccio Parazzoli nel documentario Scherza con i fanti, presentato a Venezia 76: di fronte alle immagini delle violenze popolari contro i cadaveri di Mussolini e della moglie Claretta, si evidenzia un eterno ritorno di un popolo che si lascia sottomettere e abbindolare di continuo, prima di muovere una piccola rivoluzione, guidata da gente esasperata che, però, si predispone a farsi ipnotizzare da un nuovo “pifferaio magico”. Che sia Donald Trump, il Joker o i tanti pifferai magici che incantano quotidianamente la nostra politica, tali ammaliatori sono tali grazie alle richieste di soggetti che non ne possono più, abbandonati a se stessi e ai propri istinti più primordiali.

– Leonardo Magnante –

 

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