Jack in the Box

Come fa a rimanerne schifata?

Oggi diluvia e io voglio condividere con voi la stupefacente esperienza che ho vissuto ieri sera. Da giorni attendevo infatti di poter andare a vedere il film horror Jack in the box e ieri finalmente ho potuto vivere l’esperienza. No, non ne scriverò una recensione. Sì, l’articolo contiene spoiler. Voglio solo condividere con voi l’orrore. Pronti?

Ordunque, la scena d’apertura ci mostra un anziano signore inglese che vaga per la campagna e che dissotterra un vecchio scatolone. Tutto contento lo porta a casa da una moglie schifata e basita di fronte al pupazzo a molla che ne esce fuori: un delizioso pagliaccio. Il marito si allontana e la moglie viene uccisa e trascinata nella scatola. Lui arriva con solo un secondo di ritardo…

12 ANNI DOPO…

Un americano belloccio a Londra. No, in realtà è la cittadina very british di Hawthorne, dotata di un desolante museo che contiene tutto e nulla. Per dire: c’è una sala dedicata alla guerra. Così, “la guerra”. Generico. Poi c’è la sala con i giocattoli. E a noi quella interessa.

Comunque, arriva lo yankee belloccio e l’inglesina sua collega in 4 secondi gli spiega come funziona il lavoro lì. Dopo 25 secondi abbiamo già la sequenza musicale al rallentatore che ce li mostra avviati sulla strada dell’ammore. Vanno nello sgabuzzino a selezionare il materiale da esporre e da buttare e cosa trova il belloccio? Bravi, la scatola di Jack! Che ha una serratura a combinazione, che però si seleziona da sola. Ché se aspettava quei due geni stava fresca… Ovviamente la parola chiave è “Jack” e infatti eccolo che sbuca fuori. Lui ne è entusiasta, lei un po’ meno, ma gli dice di contattare il loro esperto di giochi antichi. Nel frattempo Lui & Lei vanno a cena fuori, raccontandosi i rispettivi traumi che hanno segnato le loro giovani vite.

Dai, non era difficile

Il giorno dopo al museo arriva l’esperto che parla con il belloccio e gli dice che quello è un Jack in the box originale, che quei giocattoli risalgono alla metà dell’Ottocento, ma che gli esperti si interrogano sulla loro origine da secoli… come “da secoli”?! ma se esistono da 150 anni? Vabbè. Poi l’espertone devia e gli parla anche del dark side del giocattolo; narra la leggenda che queste scatole furono create in Francia durante l’Inquisizione (che è durata 4 secoli, ma vabbè pure qua) per imprigionare i demoni. Demoni che poi venivano liberati per compiere stragi (ricordatevi questo particolare).

Durante la notte due ragazzi entrano nel museo per rapinarlo… Ma di cosa?! Ovviamente la scatola li segue, chiude tutte le porte e libera Jack che uccide i due giovinastri portandoseli nello scatolone La mattina dopo il belloccio trova la porta aperta e i volantini all’ingresso sparsi per terra. Ma non manca nulla. E grazie, non c’era nulla da rubare! Incredibilmente arriva una visitatrice. Il belloccio dormicchia, la sente urlare, apre un occhio e torna a ronfare. Il giorno dopo la tranquilla cittadina è tappezzata di volanti “missing person” con le foto delle tre vittime di Jack. I volantini hanno tutti la stessa grafica, gli stessi colori, lo stesso font… e vabbè.

La polizia locale inizia a insospettirsi. Ora, l’esperto di giocattoli aveva detto al belloccio che per avere maggiori informazioni sui Jack in the box avrebbe dovuto provare a contattare il più famoso demonologo del mondo, un certo Maurice Qualcosa. Il belloccio cerca su internet, lo trova subito e gli scrive, perché il belloccio non è fesso; lui ha capito che Jack nasconde qualcosa. Ma prima, controllando la bolla di accompagnamento sulla scatola di Jack scopre il nome dei precedenti proprietari. Il belloccio sale sulla sua Fiat Punto e sgomma in direzione del cottage del vecchio che aveva trovato la scatola nel campo. Sulla saracinesca del suo garage campeggia la scritta “murderer”. C’è da dire che il tipo in 12 anni non è invecchiato di un giorno! Accoglie il belloccio in vestaglia e lo fa accomodare in un salotto perfettamente pulito e ordinato narrandogli di come ha perso l’amata moglie per colpa di quel dannato clown. Ovviamente polizia e giudici non gli credettero e il suo avvocato gli consigliò di dichiararsi colpevole, scontando così 10 anni contro un eventuale ergastolo. Ora io sarò pignola, ma quella non era la casa di un uomo che si è fatto 10 anni di galera e che vive solo, vegetando in pigiama durante il giorno. Ma vabbè. Il vecchio dice che 15 anni fa (ma non erano 12?!) quando portò a casa la scatola la moglie ne fu affascinata. Ma noi spettatori ricordiamo nitidamente una donna schifata e basita. Dicono pure che la donna avesse 46 anni, quando è evidentemente un’ultrasessantenne. Ok che gli inglesi invecchiano male, ma così esagerano!

E per fortuna che c’è Jack

Intanto la vita al museo scorre serena e monotona. Per fortuna c’è Jack a movimentare un po’ la situazione! Uccide la donna delle pulizie, sua quarta vittima. Ah! La scatola ha un meccanismo che le permette di tenere conto delle uccisioni! A questo punto la polizia locale, nella persona di un commissario con denti gialli e radi capelli oleosi, inizia a sospettare dello yankee. Allora lui che fa? Chiama un suo amico e lo incarica di trovargli l’indirizzo del celeberrimo demonologo Maurice. E indovinate dove vive il più famoso esperto di demoni del mondo? In un cottage a 20 minuti di macchina dal museo! Ma guarda te certe volte le coincidenze della vita! Il belloccio va, gli citofona, il tizio all’inizio è scocciato, ma poi lo fa accomodare e gli racconta tutto ciò che sa sui demoni nelle scatole. Ora, non si sa lui come sia entrato in possesso di queste informazioni. Non cita un libro di riferimento, tipo il Malleus Maleficarum, il Necronomicon, il Naturon Demonto o uno dei libri di Fabio Volo… Nulla. Lui sa tutto, conosce le origini e le intenzioni di Jack, ma soprattutto sa come neutralizzarlo. Dice Maurice: “Tu hai risvegliato Jack e lui non può ucciderti, ma ha bisogno di 6 vittime, dopodiché tornerà a dormire nella scatola. Tu solo puoi fermarlo, trafiggendo il suo cuore e urlando in latino <Demone, torna nella scatola!> Ma attenzione! Se fuori dalla scatola dovesse rimanere un pezzo del suo vestito, un’unghia, qualunque cosa, il rito non sarebbe valido!” E qui in pratica il grande demonologo ha spoilerato a tutti il finale. Ma vabbè. Rivediamo le istruzioni punto per punto.

  • Ma non era stato il vecchio a risvegliare Jack? Cosa ha fatto Jack negli ultimi 12 (o 15) anni? Come è arrivato al museo? Perché è rimasto tanto tempo inattivo?
  • Ok, ora Jack si è attaccato allo yankee e non può ucciderlo… non è chiaro il perché, ma in virtù della sospensione della razionalità accettiamo pure questo punto. Perché lo yankee dovrebbe fermarlo se tanto ormai ha ucciso 5 persone (ah, nel frattempo ha smembrato l’anziana responsabile del museo)? Fagli finire il lavoro che poi tanto torna in letargo. Per quanto tempo? Non è dato saperlo. Almeno Jepeers Creepers mangiava ogni 23 primavere per 23 giorni. Jack fa un po’ come cacchio gli pare.

Ma torniamo al museo. L’inglesina ha scoperto parti smembrate del cadavere della direttrice e inizia a correre scompostamente per tutto il museo (ovviamente deserto, come sempre), bussando istericamente a tutte le porte magicamente chiuse e urlando “Aiuto!! Aprite!!” Intanto Jack, un clown grigio, alto due metri, con gorgiera elisabettiana e un magico sorriso, invece di ucciderla velocemente come fatto con le altre vittime, gioca con lei come il gatto col topo, dando il tempo al belloccio di tornare dal vicino cottage del demonologo più famoso del mondo.

Ah! Un passo indietro. Un dettaglio importantissimo. Nel precedente incontro-scontro tra lo yankee e Jack quest’ultimo gli aveva poderosamente ruttato in faccia. Il belloccio è emerso dall’esperienza con un nuovo taglio di capelli, più aggressive, meno da bravo ragazzo. E insomma, il belloccio con la nuova acconciatura arriva appena in tempo per salvare l’inglesina; riesce a sorprendere alle spalle il buon Jack infilzandogli il cuore con un ferro da camino e mentre il demone viene risucchiato nella scatola lui pronuncia le sacre parole in latino. A questo punto arriva la polizia che lo arresta. Ovviamente. Lui urla la sua verità, ma è la classica voce nel deserto.

La storia d’amore che tutti volevamo

L’inglesina sopravvissuta va a far visita a Maurice il demonologo (ormai il suo salotto è un porto di mare) e l’esperto le fa delle rivelazioni che non aveva fatto allo yankee. Dice: “Per ogni vittima Jack guadagna 3 anni di vita. C’è un solo modo per fermarlo: nascondere la scatola”. 

Ed ecco i nostri nuovi interrogativi:

  • Se Jack guadagna 3 anni di vita per ogni vittima e ad ogni suo risveglio ne uccide 6 vuol dire che guadagna 18 anni, se la matematica non è un’opinione. Ma allora perché dopo aver compiuto il ciclo di 6 uccisioni tornerebbe volontariamente nella sua scatola sino all’arrivo del nuovo risveglio, che sembrerebbe dipendere sempre e comunque da un essere umano? Se non viene risvegliato entro 18 anni muore definitivamente?

Interrogativi destinati a rimanere senza risposta.

Ora l’inglesina prende lo scatolone e si reca in un campo che guarda te è proprio quello visto all’inizio! Le coincidenze della vita, again. Scava in pochi minuti una buca sufficientemente profonda senza versare una goccia di sudore e senza sporcarsi il suo vestitino floreale. Seppellisce la scatola. Nel frattempo il belloccio viene sottoposto all’ennesimo interrogatorio. Il commissario gli mostra le foto della scena del delitto e lì lui vede che un artiglio di Jack è rimasto tranciato fuori dalla scatola al momento del rito di chiusura. Lo yankee urla, dando definitiva conferma della sua follia agli inquirenti mentre l’inglesina viene trascinata nella scatola sotto terra. Sulla scatola scatta il numero 6.

The end.

Titolo di coda. Salta all’occhio il fatto che ricorrano sempre gli stessi 4 cognomi; una produzione familiare. Ora, io ho riso con le lacrime durante tutta la proiezione, quindi non son stati soldi buttati. Però se andate, dovete andare con la consapevolezza che si tratta di un film brutto brutto. E non parlo solo di una sceneggiatura con dei vuoti profondi come la Fossa delle Marianne basata su di un’idea inconsistente. Parlo di una scenografia che definire minimal sarebbe un complimento. Parlo di una fotografia piatta peggio di quella di una fiction Mediaset. Parlo della totale assenza di una colonna sonora, che come ben sappiamo in un film horror può rappresentare la metà di un buon lavoro. Parlo di una recitazione imbarazzante da parte di tutti gli “attori”, ma in particolar modo di quella dei due protagonisti.

Posso serenamente affermare di aver visto film indie e addirittura corti su YouTube realizzati mille volte meglio di questo aborto cinematografico, anche perché basati su idee più solide. A tal proposito se amate il genere horror mi permetto di consigliarvi questi canali: Ponysmasher, Alter, Screamfest e Daywalt. Accetto consigli a mia volta! In conclusione: Jack in the box è un film imbarazzante, ma se la prendete con filosofia potete farvi una sana risata come me. Poi io ammetto di avere proprio bisogno di vivere la dimensione della sala cinematografica, quindi faccio poco la schizzinosa!

Vi saluto augurandovi sempre e comunque Buona visione!

– Monia Guredda –

 

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