Io sono Mia: il docufilm che ci restituisce Mimì Bertè

Un’esile ed infreddolita figura femminile percorre, all’imbrunire, la strada che la conduce al Teatro italiano per eccellenza: l’Ariston di Sanremo. È il 1989, sta per iniziare il trentanovesimo Festival della canzone italiana, una delle edizioni più criticate di sempre. La donna dai contorni riccioluti, accolta da un’affettuosa assistente, è Mia Martini, al secolo Domenica Rita Adriana Bertè, un nome impegnativo che diverrà per tutti  gli altri solo “Mimì”. Mimì, quella che oggi lo showbitz acclama come la voce più bella e l’interprete più talentuosa del panorama musicale italiano e quella di cui parla il docufilm Io sono Mia

Immersa nei preparativi che la condurranno di nuovo sul palcoscenico, Mia, che nel film prodotto da Eliseo Fiction in collaborazione con Rai Fiction e diretto da Riccardo Donna (alla regia anche di Principe Libero, biopic su Fabrizio De Andrè) ha i dolci lineamenti dell’attrice e doppiatrice napoletana Serena Rossi, intraprende un viaggio intenso nei suoi ricordi grazie ad una bionda e cinica giornalista giunta all’Ariston per intervistare la star internazionale Ray Charles. Durante l’intervista, che si tramuterà in un racconto a cuore aperto, il pensiero sfuma come il fumo delle immancabili sigarette, verso l’infanzia della cantante, caratterizzata dall’ostilità del violento padre che tenta di spegnere i sogni di quella ragazzina con le treccine che canta Ella Fitzgerald nella sua cameretta, pur di evadere dalla pesantezza delle mura domestiche e di un nucleo familiare privo d’amore.

Negli anni Settanta, con gonne lunghe e bombetta, Mimì si esibisce con il suo gruppetto jazz e si intrattiene con compagnie hippie e l’amata Loredana, presenza costante, bella e selvaggiamente fuori dagli schemi, polemica ma sempre iperprotettiva verso la sorella. E’ dopo una delle sue esibizioni romane che incontra il manager che ne stravolgerà per la prima volta le sorti artistiche: Amerigo Crocetta, colui che la battezzerà con lo pseudonimo che la renderà celebre in Italia e all’estero (Mia, come la Farrow, Martini come il liquore italiano più noto nel mondo). Finalmente la “bomba” esplode e con la struggente “Padre Davvero”, suo primo singolo, la sua carriera si infiamma ed anche il biopic finalmente prende il largo verso i più grandi successi dell’artista. Serena Rossi ha una voce meravigliosa ma che comunque non eguaglia la timbrica di Mimì.

Ma l’intento, infatti, non è mai questo: come affermato dalla stessa attrice nel corso della conferenza stampa che ha preceduto l’uscita nelle sale cinematografiche a Gennaio, sarebbe stato impossibile ed anche profondamente ingiusto tentare di imitare una vocalità, la sua vocalità. Quella della Rossi non è un’interpretazione caricaturale, bensì è l’omaggio che un’artista fa ad un’altra artista. La produzione è stata eseguita dall’attenta consulenza di due delle altre tre sorelle Bertè (Olivia e Loredana) e da Alba Calia, loro storica amica. La “presenza” di persone care dietro le quinte la si intuisce dall’intimità che si è riusciti a svelare di Mimì, una donna dall’animo immensamente fragile ma con la scorza dura ed un carattere difficile, soprattutto sul lavoro, come più volte ripetuto da lei stessa.

Nelle due ore di “ritorno alla vita” che la Rai le regala, elle risorge mostrando al pubblico i drammi della sua tormentata esistenza. Il buio sopraggiunge di soppiatto, dilaga indisturbato nei salotti patinati, tra le dicerie di quartiere, poi d’Italia, che la additano crudelmente come “iettatrice”. Chi la incontra fa gli scongiuri, gli invitati disertano le serate in cui è prevista la sua presenza, la stampa non la cerca più e la sua musica fatica a sbarcare il lunario come una volta. Un incubo al risveglio, diranno tutti quelli che la ricorderanno anni e anni dopo. Un’ingiustizia senza scuse, senza precedenti quelle che le è stata riservata.

I discografici, in un basso tentativo di aiutarla ad uscire da quell’immagine che gli altri le avevano cucito addosso, le suggeriscono un cambiamento di stile, nei colori, nel sex appeal che le rimproverano di non avere. Lei non ci sta e, indignata, si chiude quella porta alle spalle e saluta i suoi ormai ex datori di lavoro: la dignità non ha prezzo e, se dovrà rovinarsi, almeno avrà la soddisfazione di averlo fatto per le sue proprie scelte e non dopo essersi abbassata a compiacere un pubblico che non la merita. Le molteplici ferite al cuore e all’orgoglio, Mimì tenta di lenirle tra le braccia di un amore grande, quello che la consuma fino in fondo: nel documentario il suo amante è Andrea, fotografo incontrato per caso, ma nella realtà è stato il cantautore Ivano Fossati, che per lei ha scritto meravigliose parole in musica e con il quale ha stretto, per anni, un sodalizio artistico prima ancora che sentimentale. Il personaggio fittizio dell’amante fotografo è un escamotage imposto alla produzione a causa del categorico rifiuto di Fossati di essere citato o rappresentato in alcun modo. Come lui, rifiuta qualsivoglia messa in scena anche il cantante, amico di lunga data, Renato Zero. Alla solitudine del mondo che la pugnala alle spalle si aggiunge, improvvisamente, la paura di perdere per sempre il suo dono innato: un nodulo alle corde vocali la costringe ad un’operazione delicata e ad un anno di clausura all’interno delle mura domestiche, imprigionata nelle maglie del terrore di non poter mai più tornare a cantare.

Canterà ancora, invece. Con una voce più rauca, graffiante più di prima.In compagnia della bionda giornalista, che sveste i panni della supponente e indossa quelli della confidente, Mimì trascorre le ultimissime ore prima del suo Festival: un concorso che non vincerà mai, aggiudicandosi soltanto il premio della critica che oggi porta il suo nome. Alla domanda “Ma chi te lo ha fatto fare di tornare in questo mondo?” lei risponde con la sua musica e dando una chance ad un pezzo scritto da Bruno Lauzi, compositore e suo grande amico: si tratta di “Almeno tu nell’Universo”. Percorre gli ultimi metri, i più concitati del backstage sanremese, dopo un abbraccio commosso al padre al quale, negli anni, si è riavvicinata. Entra sorridente salutando la platea. Una platea nella quale fluttuano ancora maldicenze e portafortuna perché “non si sa mai”.
Regala, infine, la sua miglior performance. Qui, la pellicola lascia spazio alle immagini originali del 1989: una manciata di secondi durante i quali la vera Mimì fa un ultimo inchino. Sono passati trent’anni da quella serata. Mimì non c’è più dal 1995. Trent’anni che cerchiamo qualcuno che possa colmare quel vuoto. Ma non si può perché non esiste.

Solo tu sei Mia.

– Myriam Guglielmetti –

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