Indie rock italiano: perché la musica è donna

La settimana scorsa abbiamo voluto dimostrare come la musica indie italiana non sia tutta da scartare, anzi: la professionalità e la determinazione che hanno mostrato gruppi come The Zen Circus TheGiornalisti sono di tutto rispetto. Come accennato nell’articolo precedente, anche le donne sono riuscite a farsi conoscere all’interno di questo genere con tutta la grinta e la potenza possibile. Perché nell’indie rock italiano, la musica è anche donna.

Quando si parla di grinta in tinta rosa, non si può non nominare Levante: la ragazza che va alle feste con le scarpe da sera, l’unica che non si diverte. La gente le si ammassa addosso facendo il trenino e lei neanche conosce il padrone di casa e allora esprime quel senso d’estraneità con un urlo che molta gente ha usato in modo ironico per dar voce a un’insoddisfazione più ampia e profonda. Due anni dopo “Alfonso” e ad un anno dall’album di debutto “Manuale distruzione” (2014), gli occhi sono puntati su Levante. Le tocca dimostrare che c’è; lo fa in un disco che la mostra più matura rispetto all’esordio e offre, a chi la ama, nuovi motivi per apprezzarla. Nel primo album la cantautrice siciliana, ma di adozione torinese, diceva sostanzialmente che si cresce sulle macerie del passato, nel secondo spiega che bisogna imparare ad amarsi per essere felici. “Abbi cura di te” (2015) non è un disco sottile. Dice tutto, lo dice chiaramente e cerca di conquistare subito, a partire da “Le lacrime non macchiano”, un pezzo dal suono robusto che ammicca a certo pop-rock venato d’elettronica. La novità, appunto, sta negli occasionali tocchi di elettronica, che è protagonista in particolar modo di “Lasciami andare”, prodotta dal compagno della cantante, Simone Cogo alias Bloody Beetroots. “Pose plastiche”, è un affondo al bel mondo delle feste, dove transitano celebrità minori con i loro “sorrisi indossati all’occorrenza”. Oppure “Biglietto per viaggi illimitati”, il racconto poetico dell’addio al padre ferroviere che chiude il lavoro sostituendo il ritornello con una specie di carillon d’altri tempi, un tocco tipico del gusto rétro della cantautrice. Il lato più interessante di Levante è rappresentato dalle irregolarità, da quel modo di raccontare storie piccole, dalla capacità di mischiare nella stessa canzone malinconia e gioia. Anche dalle scelte linguistiche improbabili – solo lei e Carmen Consoli possono infilare in una canzone l’espressione “silenzio catartico” e farla franca. Con la sua sensibilità d’altri tempi e le sue idee semplici e pulite sull’esistenza, “Abbi cura di te” è un disco contro il cinismo. Per essere il lavoro di una giovane donna che ha fatto i conti con un passato doloroso e ha scelto di essere felice, possiede un entusiasmo e un candore che hanno qualcosa di fanciullesco e d’incantato.

Per quanto riguarda Sara Loreni – non è sicuramente un nome notissimo nell’establishment della Canzone – se provate a fare una ricerca su Google, vi apparirà un video di una sua esibizione per Webnotte in cui è alle prese con un looper a “miracol mostrare”. Ricorda molto la PFM, quando negli anni ’70 andava in televisione a spiegare al pubblico cosa era un sintetizzatore. Il disco Mentha (2015) aiuta un po’ ad avvicinarsi in maniera non ostile ad una musica che rimane leggera però si veste in maniera più raffinata. Partendo dalla prima traccia, “La gente”, si ha la sensazione di camminare su terreni compressi, mood stroboscopici, beat al glucosio e sentimenti estivi, ma anche primaverili, soprattutto in pezzi come “Dovresti Alzare il Volume”. Chiamatelo synth pop, senza che si offenda nessuno. “Ancora qui” è il pezzo più “strano”: si discosta abbastanza dal resto del disco, ha delle batterie secche che si assottigliano e svaniscono in uno spazzar via le paure. Sara Loreni ha sogni che probabilmente condivide con chi della scena si sente parte integrante, con chi usa la loop station da molti anni. “Mentha” non può e non deve supportare il peso di nouvelle vogue post datata; deve solo trovare la sua velocità di crociera.

Senza peccare di scontate ruffianerie, era nell’aria che prima o poi sarebbe arrivato il momento anche per Rachele Bastreghi. Avete capito bene, l’anima femminile dei Baustelle. Vi sarà capitato sicuramente di imbattervi in lei, magari seduta ad un piano, all’ombra dell’imponente barba di Francesco Bianconi. Magari poco presa dal pubblico e più dai tasti del suo strumento. Magari, vi sarà capitato di incrociare il suo sguardo, lo stesso che diventò il simbolo del fortunato album Amen (2008). Beh, questa recensione non riguarda affatto i Baustelle. Riguarda Marie, primo EP solista della bella cantante di Montepulciano. Tutto è iniziato proprio con Marie che non è solo un titolo ma, se vogliamo, anche l’alter ego televisivo della stessa Bastreghi; apparsa, infatti, in uno degli episodi della fiction Rai “Questo nostro amore 70”, forse, è stata proprio lei a dare a Rachele la forza e la voglia di esprimere qualcosa oltre i Baustelle. La stessa forza ed espressione che ha portato alla composizione di “Mon petit ami du passé”, ponte musicale tra il personaggio apparso sullo schermo e apripista perfetto per il primo lavoro solista della Bastreghi. Questo EP è attuale, cosi come anche la musica costruita attorno ad esso. Il suono, fin dalle prime note, dimostra una longevità che ben sa districarsi tra un lirismo passato, d’altri tempi, ed un sound nuovo, limpido. Sette brani, quattro gli inediti, che vagano lontani, quasi nostalgici a ricercare le atmosfere mai dimenticate degli anni 70’. C’è qualcosa di sofferto, dimenticato e vissuto tra i testi. Qualcosa che finisce per scontrarsi quasi sempre con un’atmosfera cupa, dal retrogusto sporco e acre di quel tabagismo ancora libero da ogni imposizione. Si fa sentire anche parte dell’ispirazione che ha portato alla composizione di “Fantasma”, senza mai inquinare musicalmente. La voce grave di Rachele riprende anche due cover: una di Patty Pravo, (“All’inferno insieme a Te”, per l’occasione, acusticamente crepuscolare) e poi quella degli Equipe 84 con “Cominciava Così”. Questo è un finale che vorrebbe tanto avere certezze ferme riguardo al futuro solista di Rachele. Perché? Non c’è un perché. Parliamo di musica ed è questa la cosa importante.

– Alessandra Lucchetti –

Rispondi