Il vizio della speranza, la recensione del film di Edoardo De Angelis

Per Sant’Agostino il passato e il futuro di per sé non esistono, tant’è che parla più correttamente di “presente del passato” e “presente del futuro”, che sussistono nell’animo del soggetto e si esplicitano attraverso la memoria e l’attesa; è proprio la centralità e la problematicità del “futuro del presente” a essere al centro del nuovo film di De Angelis, finalizzato a descrivere la cruda esistenza di Maria (una notevole Pina Turco, conosciuta per il ruolo di Deborah, la moglie di Ciro, in Gomorra), braccio destro di Zi’Mari (interpretata splendidamente da Marina Confalone), una spietata madame per cui traghetta giovani prostitute nigeriane incinte in un rifugio dove attendono di partorire e vendere i loro bambini. Il presente di Maria viene sconvolto dalla scoperta di essere incinta, che instaura in lei un sentimento di speranza, sconosciuto nella sua realtà di degrado, animando quel “presente del futuro” costantemente sotto il controllo titanico del potere.

Un’umanità perduta: il Meridione italiano come allegoria universale

Premio del Pubblico BNL alla tredicesima edizione del Festival del Cinema di Roma, Il vizio della speranza si pone in continuità con il precedente Indivisibili, indagando il confronto costante tra bene e male partendo da una traccia realistica, contestualizzata nel Meridione italiano, ma non finalizzato a indagare le specificità delle contraddizioni che animano il nostro Paese, ma utilizzando quel contesto come seme in grado di far germogliare un mondo a sé stante, in cui realismo e simbolismo si mescolano senza offuscarsi vicendevolmente, realizzando un racconto allegorico dai tratti più universali. La macchina da presa non si pone come occhio invisibile su quella realtà, ma compartecipa attivamente nell’indagarla, attraverso i suoi lunghi movimenti finalizzati a seguire Maria in una terra fotograficamente caratterizzata da tonalità glaciali e grigiastre, in un mondo “post-apocalittico” in cui i personaggi si aggirano come spettri di un concetto di umanità ormai dimenticato, i cui unici brandelli sopravvivono solamente in Maria, mossa da un sentimento squisitamente umano come la speranza, Carlo Pengue (Massimiliano Rossi, volto noto nel cinema di De Angelis), l’uomo che la salvò da piccola in seguito a un brutale stupro e considerato dalla protagonista come unico essere umano conosciuto, e Virgin, figlia di una prostituta nigeriana, la cui purezza è implicita nel suo nome.

La centralità del paesaggio: retaggi del cinema del secondo dopoguerra

Un paesaggio pre-umano, dominato solamente da terra, aria e acqua, un luogo primordiale abitato da un’umanità resa avida, spoglia, scarna a causa della cruda lotta per l’esistenza. È così che Antonio Pietrangeli descrive il paesaggio padano di Ossessione di Luchino Visconti, inserendosi all’interno di quegli scritti che hanno animato la rivista “Cinema” tra gli anni Trenta e Quaranta nel nostro Paese per rinnovare le sorti del cinema italiano. Lungi dall’affermare un ritorno in auge del neorealismo che possa avallare l’etichetta (fin troppo forzata) di neo-neorealismo, è innegabile l’impatto degli autori di quel tempo sull’estetica di De Angelis (basti pensare anche a Indivisibili), tanto che le parole di Pietrangeli potrebbero essere tranquillamente applicate per analizzare il “non-luogo” in cui i protagonisti si aggirano, dove spicca il protagonismo delle acque del Volturno/Acheronte su cui Maria traghetta le giovani prostitute: un paesaggio astorico, atemporale e aspaziale che trascende l’umano, isolandosi da qualsiasi contesto urbano, configurandosi come limbo in cui queste anime sono costrette a perpetuare in eterno il loro ruolo di vittime o di dominatori.

La speranza come vizio: la demotivazione del soggetto come sostentamento del potere

Nella realtà dipinta dal regista, la speranza è ormai un mero vizio che, per sua natura terminologica, implica una disposizione al male, un totale rinnegamento di qualsivoglia moralità, il che non è poi così paradossale in un mondo in cui il sostentamento del potere si basa sul totale annientamento di qualsiasi atteggiamento attivo e proiettato verso il futuro: in un’esistenza che perpetua una condizione di schiavismo costante, considerata come caratteristica identitaria del soggetto umano ed esaltata da chi detiene il potere, in quanto in grado di dare ordine e disciplina al caos dell’esistente (emblematico l’ultimo monologo di Zi’Mari, un vero e proprio elogio alla schiavitù), è quasi scontato che demotivare il soggetto affinché non si ponga in una condizione di apertura (e di speranza) nei confronti del futuro implica la sua completa rassegnazione, quindi l’accettazione passiva della sua prigionia. Sperare vuol dire porsi in una posizione d’attesa di un qualcosa che possa comportare un vantaggio al soggetto, il che vuol dire desiderare, che non esclude porsi degli obiettivi e quindi vivere dinamicamente nel proprio “presente del futuro”, crearsi quelle condizioni per evolvere e sviluppare quell’autonomia di pensiero e d’azione che il potere tende ad acquietare.

La maternità di Maria e le sorti dell’umanità

L’arcaicità del paesaggio e la considerazione viziosa della speranza appaiono quindi come i due pilastri su cui si fonda l’intero film, accompagnando il tortuoso “cammino della speranza” di Maria e il simbolismo cristologico che la circonda (il natale, il nome parlante della protagonista, il bambino che non ha un padre…). La protagonista si configura come soggetto desiderante, di conseguenza attivo, che non si rassegna all’idea di corpo “rovinato”, incapace di procreare, inculcatale sin da piccola in seguito alla violenza sessuale subita, mettendo in discussione la parola autoritaria (che utilizza il trauma dell’abuso a suo vantaggio), decretandosi come veicolo privilegiato del “vizio”. Di conseguenza, un male per un sistema titanico implica un bene per la libertà dell’individuo ed ecco che il frutto di questo vizio è l’avvento di una nuova umanità (non è un caso che la protagonista voglia chiamare il figlio semplicemente Uomo), in grado di rinnovare il destino dell’uomo, in accordo con il contesto primordiale e pre-umano in cui germoglia.

Il vizio della speranza è un film duro, scomodo ma al contempo poetico, aperto a molteplici interpretazioni e riflessioni, che si allontana da qualsiasi logica d’intrattenimento, indagando il profondo sconvolgimento esistenziale della protagonista attraverso un ritmo lento e sospeso. De Angelis continua a costruirsi una propria identità artistica e un progetto estetico coerente e personale, in grado di porsi in continuità con la sua filmografia, ma al contempo rinnovarsi originalmente.

– Leonardo Magnante –

 

 

 

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